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Racconto n° 2664
Autore: Rossogeranio Altri racconti di Rossogeranio
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Vivere
E' presto sul pianeta.
Nascondo il viso sotto la coperta di lana color rosa antico.
Mi attraversa un fremito e sono consapevole di correre incontro allo stesso enigma che mi sto lasciando alle spalle; la destinazione futura esercita in me la funzione di una calamita remota.
Capisco di non potermi fermare.

Andare verso il risveglio è come perseguire la libertà.
Consegnarmi a me stessa sarà il solito viaggio ai bordi del nulla e dovrò calcolare che si tratterà, certamente, di un disincontro.
Abbraccio stretta il cuscino: un successo strepitoso la mia carme.
Poesia e commedia, questo mio andare alla scoperta di un mondo nuovo e caldo e concretizzare il mutismo dei suoi segnali.
Sono quasi diventata trasparente e posso nascondermi dietro ad un ago.
Una pazza decorosa, senza moccio che gocciola, niente bava.
Una creatura ricca d'ingegno e di metafore, e posso scegliermi la fine che voglio.
Esigo un ottico dove poter restare ore e ore a scrutare l'orizzonte e forgiare una nuova vita, che non sarà immaginazione, ma creazione in una sequenza di atti.
Parlerò in quel linguaggio sonnambulo che se io fossi sveglia non sarebbe possibile, mi perderò nel mutismo degli sguardi per non ripensare al tempo, così interamente liquido, perché io possa raccoglierlo con le mani.

Soltanto il destino, può spingermi ancora sulla scena, e un impulso irrefrenabile a raggiungere la mia meta.
E' il fato che esercita in me un'attrazione magnetica e mi spinge alla fonte che ho dimenticato.
Scendo dal letto e mi avvio scalza verso la cucina.
Indosso la pazzia totale, quella che strascica in camicia da notte svolazzante e gorgheggia fiera su qualsiasi palcoscenico.
Un'opera lirica, senza copione.
Nella riproduzione desidero solo un caffè, poi posso cadere tranquillamente dall'orlo del precipizio.
Conosco il duro lavoro del personaggio, con gli spettatori invidiosi in fila che si mordono la coda.
Cosa devo fare?
Me lo sono grattato sul cuore: - V - come Vincere o Volare.
Come tutte le parole chiare e quelle difficili, come al cinema.
La pellicola che deve tracciare un finale e celare dubbio e vecchiezza, le cose realmente oscene.
Indugio sul tavolo della prima colazione e arrotolo distrattamente delle palline con la mollica del pane; il mio epilogo deve pur essere da qualche parte, perché dopo le tragedie, l'avventura più grande è il mero arredo della vita. La sorte.
Ora che sono sola non c'è caduta, ma solo toni minori; è l'abisso destinato a chi cammina sul filo della vertigine.
Il mio corredo è composto di fatalità e naturalezza, una specie rara, di bellezza anomala.

Rivedo tutti i protagonisti delle mie storie, con le radici dilatate che fiutano marciume.
I melodrammatici orpelli dei ricordi si srotolano riflessi nelle vetrate della cucina, senza significare per me più che delle civette appollaiate sui pali, lungo le strade che occhieggiano nel fascio di luce dell'aurora.
Ad un passo dal punto culminante, a poche ore dalla rivoluzione, sto trasformando un istinto latente in un'esigenza reale.
Grazie al piacere di coesione armonica e alla facoltà promissoria di avere e qualche volta di dare, io non ho bisogno davvero del punto culminante o di qualcosa che si chiama Amore.
Mi basta il Preamore, che è sempre più felice e meno complicato dell'altro.

Questo mondo è la mia gioia e la mia casa.
Giochi d'ombra e creazioni.
Sono il mio piacere costante.
Anche gli uomini furtivi ed eleganti, che io rispetto come eccelsa invenzione e creazione artistica, autentica e decantata.

Loro sono una formidabile istantanea, simili ad una fotografia.
Nell'elaborazione di una negativa sviluppo anche la mia presenza in ectoplasma.
I maschi ne determinano l'opera, la cornice vuota di una mancanza, la pennellata su di un buco.

Si è fatto tardi, alla fine anche oggi spengo la sigaretta sulla fotografia e la centro perfettamente con la mollica di pane, intrisa di latte.

Sono di natura terribile, ma so anche depurare l'ambiente.
Spolvero la vecchia chitarra scordata e quel computer quadro, teatro di nuove rappresentazioni.
Apro l'armadio foderato di specchi e lì sono tutte in fila le reliquie degli ultimi lustri: pizzo, lamé, raso, seta, completi da tennis, da circo, da oca, da discoteca.
Tutti i travestimenti possibili in una sfilata di mille colori.
Gli abiti appesi: a quadri, a pois, con nastri, nodi e voile, lunghe mantelle con guarnizioni di pelo, cappelli ed ogni altro capriccio, per apparire sempre un'altra, chiunque ma non io.
La mia stanza è come un affresco clandestino: macchie di stracci vintage a memoria della congregazione degli uomini fulminati.
Per la verità stamani non so da dove cominciare.
La mia massima attenzione è vivere, adesso, inestricabile con le azioni materiali.
Entro nella toilette.
Nuvole dense di cipria, manate di fard rosso e gli occhi da segnare con ampie spennellate di mascara.
Nell'universo invertito dei miei modelli, in fondo, la mascherata non riguarda mai l'aspetto esteriore.
Ho cercato di ricostruire per gradi la spettacolare finzione della bellezza.
Ho incontrato la strada facilmente o meglio, lei ha incontrato me.
Seguo il cammino della sterilità coatta, il mare disidratato della fertilità, la regione della terra prossima al climaterio.
La camicia da notte immateriale cade, fluttuando leggera, a terra.
Per certo, una tormentata raccolta di segreti e ascoltazioni intime sono il tratto che contraddistingue la mia personalità contorta e non programmata.
Da ardente ed umile visionaria, non oso mescolarmi con il prisma d'energia che intimidisce la sinapsi dei neuroni.

La mia forza non fa scuotere le torri oppure provoca urla indomabili, è solo raccolta di semi romantiche ed asserzioni, fatalmente sempre esatte.
Alla fine so d'essere solo una nevrastenica inquietata da enormi presenze sull'anima.
La voracità di vivere non mi ha fatto dimenticare tutti i miei isolati maestri di un tempo, coloro che mi hanno recato sensazioni palpabili, per ogni incontro e apprendimento fortuito.

In effetti, tutto si ricongiunge.
Le rughe si stirano da sole.
Apro la mia finestra al cielo.
Non può che essere questo mio primo risveglio in riva al mare ad unirmi all'erma compagnia dei pazzi, degli artisti e degli affezionati.
Tutto quello che si può ascoltare in mattine come questa, dove la brezza di terra ha una sua forza e un suo mistero, ed è scarnamente animata nel mio personale timbro solitario.
Quindi adesso rimango nuda e vedo la bellezza del mio corpo non più giovane, riflessa negli specchi rotanti; mi viene un moto d'eccitazione e azzardo una trama nuova, rosso artigianato di vita.
Devo solo purificarmi dalla mia stessa intossicazione di sentimenti, godere del colore nuovo essenziale dell'atmosfera.

Sono sopravissuta al silenzio ed ho assorbito il distacco di chi non potrà mai raccontarlo a nessuno, come una lucertola che vede, senza doversene poi ricordare.
Ho assistito separata dal corpo e sopravvivrò per sempre nelle aree salmastre, che adesso pullulano di mille razze. In questa casa salata ogni situazione si coagula come un frutto e continuerò a celebrare la meditazione, nella mia personale trasfigurazione.

Tra un atto ed un altro potrò riposare e fare l'Amore, ma il mio estro continuerà a bruciare, la follia genetica fa volare in alto, oltre l'orgiastica festa delle miserie e dello squallore e dovrò custodirmi a fondo, per realizzare un'opera eterna, viva e gaudente.

Mi guardo allo specchio.
Bella chioma rossa al vento, esalo una nuvola di fumo di sigaretta nella stanza, non c'è nessuno e il contagio non può propagarsi. Divagazioni e consigli senza fede antica, perché voglio guardare da vicino il cielo azzurro ed ordinato, che mi arriva sempre più addosso in palpitazioni improvvise.
Prevedo un collasso di stelle per la prossima notte.
Fra cinque minuti sarò pronta per uscire.
Rientrerò in scena, anche oggi.
Con una preghiera importante che sarà consumata con gioia avida e perniciosa, rischierò ancora alla ricerca della domanda che si presenta a me, sempre posteriore alla risposta.
Il segreto della mia traiettoria è l'arte e l'aspirazione all'atonale, che non finisce mai di rappresentare l'infinito.
Sono arrivata all'estremo colpo di grazia, inutile tentare di abbreviare il percorso: il potere della via crucis non è un martirio e neppure smarrimento.
Ma un passaggio forzato.

E' già tardi sul pianeta.
Mutandine, ciglia nere, rossetto e tacchi a spillo.
E naturalmente una pallina di mollica, in tasca.

Me lo sono inciso sul cuore: - V - , Vivere.


- Se l'arte insegna qualcosa è proprio la dimensione privata della condizione umana - . Brodskji

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