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Racconto n° 3264
Autore: Matilde S. Altri racconti di Matilde S.
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Bologna
Non rinnegherò il tempo condiviso,
i compagni di viaggio,
lo spazio da cui provengo,
l'epoca in cui ti ho conosciuto.

Un vecchio giuramento.

In quell'appartamento squallido e freddo, prestato da un amico compiacente, in un letto che era alcova per tutti quelli della compagnia, te lo promisi :

- Si, qualsiasi cosa la vita ci riservi, tornerò per il tuo quarantacinquesimo compleanno. Vienimi a prendere alla stazione. Ci sarò. -

Le nostre lacrime si baciavano mentre affondavi in me in quell'ultimo amplesso disperato.
I tuoi occhi laceravano in quell'apicale sguardo, mentre ti voltavo le spalle, chiudevo piano la porta e uscivo dalla tua vita.
Lasciavo in quel letto i miei sogni e la mia spensieratezza.
Tornavo al mio ruolo di figlia ubbidiente e fidanzata onesta. Con una laurea in tasca e il cuore infranto.


L'innocenza dei vent'anni risorge, smembrando la polvere stratificata dal vissuto, riecheggiando di passione.


Bologna mi accoglie placida e invitante.
La stazione brulica di vita che avvolge e travolge.
Il passato fagocita il presente mentre cadono gli anni e torno fanciulla nella città della mia ingenua follia.

- Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli
col seno sul piano padano ed il culo sui colli,
Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l'umana già un poco Romagna e in odor di Toscana...
Bologna per me provinciale Parigi minore -

Mi torna alla gola la vecchia canzone di Guccini, e con lei il sapore del vino bevuto nelle vecchie osterie e il profumo della mortadella appena tagliata, mangiata col pane fragrante.

Bologna, dove ho vissuto le emozioni più intense della mia vita.



Bologna 1982

Sperduta nella caotica confusione dell'ateneo, Lucia cerca con lo sguardo le amiche. La lezione inizia fra dieci minuti e loro non sono ancora arrivate.
Avvolta nel caldo Moncler sbuffa, scocciata dal loro perenne ritardo, accendendosi una sigaretta. Da quando vive a Bologna ha iniziato a fumare. In quella città dove nessuno la conosce si sente libera e spregiudicata. Non come nella sua cittadina dove la chiamano - signorina Lucia - e deve adottare un atteggiamento consono alla figlia del dottor Cesari.

Lì è solo una delle tante studentesse.

- Mi fai accendere ? – la voce inaspettata la fa trasalire. Si volta e si trova davanti due occhi di un verde stupefacente. Passa la sigaretta e osserva il ragazzo. Abbigliamento trasandato tipico di quelli - di sinistra - , un vecchio eskimo e sformati jeans. Ma il viso è bellissimo. I lunghi capelli scuri incorniciano un viso dai tratti marcati, naso diritto e zigomi alti. E gli occhi ! Lunghe ciglia nere adornano il taglio obliquo, e nel verde intenso dell'iride galleggiano pagliuzze dorate.
Il giovane le sorride restituendo la sigaretta:
– Piacere, mi chiamo Lorenzo – la mano forte e salda le trasmette una sensazione di piacevole calore.
- Ciao, sono Lucia –
- Matricola di medicina ? –
- No sono al terzo anno, e tu ? –
- Quarto ingegneria –
Si erano conosciuti quel gelido giovedì di Dicembre e fra loro era stata subito attrazione e scontro.
Provenienti da due mondi opposti.
Lei, sofisticata e firmata dalla testa ai piedi, incarnava la tipica progenie capitalista.
Lui, scarmigliato e anticonformista, era il tipico prodotto della protesta, senza un quattrino in tasca e con la testa piena di idealistiche utopie.
Ma la passione li aveva stregati fregandosene delle loro origini.
I loro corpi sembravano nati per fondersi, gli occhi per provocarsi, le mani per toccarsi.
E Lucia aveva sfidato il suo mondo dorato e lo aveva seguito per bettole fumose, bevendo vino di infima qualità assieme ai suoi amici e cantando a squarciagola le canzoni degli Intillimani.
Avevano passato ore di passione infuocata in un letto prestato e non troppo pulito.
Col suo cazzo fra le gambe aveva conosciuto l'estasi.

Anni meravigliosi.

Senza nessun senso di colpa per quel fidanzato lontano che l'aspettava. Senza pensare al futuro. Spensierata e felice.
Fino a quando il tempo aveva cominciato a sfuggire dalle loro mani e i discorsi erano stati necessari.
Lei avrebbe mollato tutto per lui, ma Lorenzo non voleva. Con determinata lucidità le aveva spiegato che non era uomo da legami duraturi, non voleva una famiglia a frenarlo. Voleva viaggiare e conoscere il mondo, voleva vivere fuori dal sistema.
Libero.
- Tu Lucia hai nel DNA l'esigenza di costruire il nido, di avere bambini e una vita ordinata. Per te è importante l'apparenza e la sicurezza. Non saresti felice in una vita randagia. Ti amo e lo sai. Ma il futuro per noi non esiste. -
Non aveva cambiato idea. Neanche quando gli aveva detto che se lui la lasciava si sarebbe sposata subito dopo la laurea.
A nulla erano valse le sue minacce e la sua rabbia.

L'ultima sera assieme era stata struggente.

Si erano spogliati rabbrividendo al gelo di quella stanza senza riscaldamento. Si erano sfiorati la pelle tremante, in punta di polpastrelli, per sorbire la sostanza uno dell'altro e trattenerla per sempre nel cuore.

Lorenzo si era inginocchiato a terra, aveva affondato la testa nel suo pube e scavato con la lingua fra i peli umidi, spingendola contro il comò con la schiena arcuata a cercare appoggio, mentre le mani le accarezzavano i glutei e la punta rigida della lingua lambiva e penetrava in lei fino a farla gemere e urlare, in preda ad un orgasmo senza fine.

Poi l'aveva presa lì, in piedi, con spinte poderose che l'avevano fatta gridare per l'intensità.
E ancora sul letto, rotolandosi e contorcendosi senza averne mai a sufficienza.
Fino a quell'ultimo atto d'amore, occhi lucidi di pianto e movimenti di una dolcezza incredibile per dirsi addio.


Bologna 2005

Lucia si guarda attorno.
Oggi è il quarantacinquesimo compleanno di Lorenzo.
Non lo ha più visto. Non sa neanche se lui vive in Italia. Le ultime notizie le ha avute da un vecchio amico dieci anni fa. Le aveva detto che Lorenzo lavorava per una grande azienda e che era quasi sempre all'estero. All'epoca non era sposato.

Chissà se ricorda ancora quell'antico giuramento.
Chissà se verrà.
Chissà se la riconoscerà.

Lei non ha dimenticato.
Il fato per lei oggi è qui.
Il cerchio esige la congiunzione.

È una donna serena Lucia. Ha una bella famiglia, due figli e un bravo marito.
Ma una parte di lei è rimasta sospesa.
Simile ad un aquilone si è innalzata nel cielo, ha librato e corso nel vento, giocato con le nuvole ed affrontato le tempeste.
Senza riuscire mai a recidere il sottile filo che tiene prigioniero l'aquilone.

Accende una sigaretta. Non ha smesso di fumare. Unica trasgressione di cui non si è privata.
Guarda l'orologio inquieta. Sono le nove meno cinque.
Si dissero :
– Alle nove in punto, davanti al binario cinque. Tu con il foulard che ti ho regalato, io con l'unità sotto al braccio. –
- Mi fai accendere ? – Lucia sobbalza al suono della voce.
Istintivamente allunga la sigaretta girandosi. Lorenzo è davanti a lei. Gli occhi sono rimasti uguali, una penetrante lama di luce verde smeraldo. Ma il viso è cambiato. L'aria spavalda è stata sostituita da una pacata maturità. I capelli sono corti e spruzzati di bianco alle tempie e qualche piega incide la pelle abbronzata.
Ma il fascino è immutato. Anzi, forse è ancora più evidente.
- Piacere, sono Lorenzo – le stesse prime battute.
Lucia ritorna la studentessa di allora e scoppia in una risata allegra allungando la mano e rispondendo: - Ciao, io sono Lucia .-

Naturale è baciarsi, moto istintivo, ineluttabile.

Lorenzo la scosta da sè e la guarda. Un recuperare conoscenza di lei annoverando e aggiungendo i cambiamenti regalati dallo scorrere del tempo.
- Sei sempre uno spettacolo Lucia –
- Non è vero, sono ingrassata e ho qualche ruga, anche se oggi mi sento un'adolescente. -
- Sei bellissima, e se hai qualche chilo in più ti dona. Sei ancora più bella di quanto ricordavo ! -
Le voci sono felici. Si intrecciano e si sovrappongono scevre da ogni imbarazzo.
- Dove mi porti a festeggiare il tuo compleanno? La casa di Gigi è disponibile ?-
Gigi era l'amico compiacente che prestava loro l'appartamento.
- Chissà se abita ancora in quel vecchio palazzo!-
Ridono a crepapelle, immaginando come sarebbe divertente, se vi abitasse ancora, suonargli il campanello e chiedergli di andare al cinema per due ore come ai vecchi tempi.

Si prendono per mano ed escono dalla stazione.

Camminano senza fretta per Bologna.
I vecchi portici li ospitano e li proteggono; l'austerità degli antichi palazzi pare ai loro occhi un sorriso di bentornato.
Si guardano attorno riscoprendo con gioia alcune osterie e qualche negozio di allora. Commentano ogni cambiamento, ogni particolare che non collima col loro ricordo.
Nessuno dei due vi è più stato dopo l'università.
Si raccontano il vissuto confrontando le loro esperienze.
Ritrovano la complice intimità.
Riscoprono la stessa magica alchimia.
Lo stesso immutato desiderio.
Lo stesso incosciente amore.

L'albergo è un piccolo palazzotto in una stradina stretta del centro storico.

Dall'esterno pare bruttino e fatiscente, ma appena si entra si è avvolti dal fascino ovattato delle tappezzerie in broccato rosso e oro, ci si incanta ad ammirare i mobili antichi di pregiata fattura e si aspira il profumo di cera che emana dal pavimento in graniglia tirato a lucido.
Lorenzo stacca la chiave numero ventitré dal pannello di ganci in ottone. Saluta con un cenno il portiere e la guida per la scalinata che sale verso le camere.

Appena la porta si chiude dietro le loro spalle si ritrovano stretti in un abbraccio intriso di divorante impazienza.
Sbattono contro lo stipite della porta per la violenza che impernia la passione.
Le bocche fameliche si divorano, si succhiano, si mordono.
Cannibali rimasti troppo a lungo a digiuno.
Astinenza che ha intossicato la loro capacità di dosarsi.
Le unghie scavano gli abiti alla ricerca della pelle.
La gamba di Lorenzo forza fra ginocchia tremule di voglia. La mano cerca il calore della figa, scivola sotto allo slip fradicio e si immerge strofinando il dorso sul clitoride rigido. Lucia trema, un gemito le sgorga con un'intensità tale che le graffia la gola mentre si inarca su quella mano.
I vestiti diventano una macchia di scomposti colori sparpagliati sul pavimento. Il muro li sostiene, mentre lei spalanca le gambe e preme il pube sul cazzo teso che cerca un varco. Le mani di Lorenzo scendono sui glutei e la sollevano impalandola con vigore sulla sua asta. Cosce luccicanti di umori lo cingono stritolandogli i fianchi. I piedi si incrociano dietro alla schiena mentre le unghie si piantano sulle spalle. Le lingue emergono luccicanti di saliva dalle carnose caverne e come bisce in amore si intrecciano. Ogni spinta dei lombi di Lorenzo è un incendio che dai sessi sale sgretolando carne ed ossa e svuotando i polmoni dall'ossigeno.
Non vi è sostanza nè tempo attorno a loro.
Solo sospiri e fremiti sempre più intensi.
Un fiotto violento di sborra dilaga nel pene, facendolo pulsare in maniera quasi dolorosa. Lucia lo sente risalire dai coglioni, stretti nella mano chiusa a pugno, sente le vibrazioni sull'asta e si apre ancora di più per farsi riempire da quella lava che brama.
La cappella trema dentro alla sua carne, si ingrossa e freme, si contrae ed infine riversa il suo contenuto con una potenza che sembra non finire mai.
I muscoli interni di Lucia si muovono in spasmi incontrollati stringendo il cazzo e spremendone avidi ogni residuo.
Scivolano a terra, senza respiro, simili a due fantocci privi di scheletro.
Restano a lungo aggrovigliati, con gli occhi spalancati e fissi uno nelle iridi dell'altro, i petti scossi dal respiro che riemerge.
Quando la luce riprende il colore e riesce a penetrare in loro, come naufraghi raggiungono il letto.
Due corpi che annaspano uno verso l'altro, percossi dalla violenza con cui il desiderio li ha sopraffatti.


Ti sei presentato puntuale all'appuntamento.
Carichi entrambi di bagagli pieni di speranze e ricordi.
Tornati ragazzi in questo ottobre rosso di autunno e nostalgia.
Un giorno solo per recuperare tutto il tempo perduto: un giorno in cui abbiamo mangiato e bevuto solo dai nostri corpi.
E una nuova promessa ad addolcire l'addio :

- Sì, qualsiasi cosa la vita ci riservi, tornerò per il tuo quarantaseiesimo compleanno. Vienimi a prendere alla stazione. Ci sarò. -


Matilde S.

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