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Racconto n° 4060
Autore: Beppe Bonvi Altri racconti di Beppe Bonvi
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Aujourd'hui Corinne.
Alla figuretta bionda, anch'essa affacciata al balcone, avevo rivolto un'affettuoso gesto di saluto. Al quale ella aveva risposto, sorridendo con volto grazioso di adolescente. Sedici anni pensai o poco più, quel corpo acerbo scurito dal sole, un prezioso contrasto tra capelli e pelle, chè indossando gli short soltanto quella rilevanza diveniva assai evidente. Poi come il sole che si tuffava all'orizzonte, io presi a tuffarmi in pensieri grami, la tristezza attanagliava il petto che per rifiutarla serviva un aiuto. Ma quale esso fosse non lo sapevo, tante erano le prove che mi avevano sempre umiliato, quando la voce che mi giunse a dire:"escusè moi monsiur... vous etè triste?""oui fillette... un peu seulement!"votre nome monsieur.... je m'appelle Corinne!", "cet homme est Giulio... ma petit francaise!"era la sua, quindi risposi.
Rise gioiosa e mi mandò un bacio con le dita, risposi uguale che ne fu contenta, poi lei si ritrasse mentre io, con l'anima da lei beneficata, esplorai il lago in quell'ora di tramonto dove la quiete dominava l'acqua un poco crespa per i surfisti di Turingia . Comparve lontano l'ultimo battello e via via che questo si ingrandiva, scorgevo i vacanzieri e ne udivo il vociare, di tedeschi appunto; conoscevo Goethe nel suo languore per il Garda: "koennst du das land vo die zitronnen gruen...."Si arrestò al molo non lontano inviando l'onda a schiumare sotto: tra i legni della palaffitta gorgheggiò per molto placandosi poi nel riposo di rigore. Che fosse maliardo il lago a quell'ora, lo provava il mio incanto a guardarne le cose, e sebbene nell'angoscia mi concedevo al privilegio ad altri negato per loro diserzione. Ma sebbene balsamo alla malinconia, sempre scaturiva il pianto, liberatorio certo e pertanto benedetto. Questo ogni giorno , avanti le consuetudini serali: che erano il pranzare con la musica del pianoforte, il caffè di dopo nelle poltrone di velluto, il rituale pettegolio insensato quanto noioso. Era stato il caso e anche la fortuna l'amore con Manù di poche sere avanti. Al bar le avevo rivolto parole gentili: "non è per lei il lavare cose, ammirandola negli occhi, mio Dio che incanto", al che con garbato sorriso aveva scritto " alle ventitre nella mia stanza al quattrocento". E dopo che Valeria aveva annunciato il suo andare al riposo ed io avevo replicato che avrei girovagato ancora un poco, bussai a quella porta con l'anima in subbuglio. Mi aprì una Manù che si era trasformata: con addosso poche cose di buon gusto e i capelli che le innondavano la schiena. "Ciao!" salutò, "non so il tuo nome."Glielo dissi e ci sedemmo sul balcone, poi lei" quanto intendi restare?"Allora capii, ma era tardi per tutto, per rattristarmi chè non ero il prescelto per dire no non lo sapevo, per comportarmi da sciocco risentito. Dopotutto mi offriva amore e che dovessi pagarlo non era cosa sgradita chè mi soccorse Proust : "il n'y a pas de si beau amour come cet amour mercenaire!" in un suo dire per la dolce bocca di Swan. Perciò le chiesi di salirmi in braccio intenerito dall' impulso di passione "quanti anni hai piccolo fiore?, accocolata li bisbigliò che erano pochi, meno dei pensati. Manù si denudò guardandoni negli occhi, fece una piroetta affinchè ne amirassi il corpo, si avvicinò con grazia a baciarmi le labbra "ti spoglio, lo vuoi?" Io dissi sì e mi condusse sul letto dove iniziò a farlo con innaturale malizia.
D'istinto mi girai, sentii di essere guardato, dalla parte dove l'avevo ammirata, Corinne. La vidi nuda abbraciata ad un ragazzo , mi salutò di nuovo col gesto della mano soffiando il bacio sulle punta delle dita. Risposi con angoscia e anzichè ignorarli continuai a guardare senza ritegno. Mi calamitava quella vista, spiarli mi parve una sua accorata richiesta, anche dopo i baci quando presero a toccarsi e lei si inginocchiò come fà la schiava. Poi lui si ritirò, Corinne rimase. Mi fissò con occhi velati del singhiozzo che arrivò, composto, con parole da dire, così mi parve, e quando infatti le uscirono dal petto fu sospiro lieve: "Je t'ame Giulio, je t'ame toujours!"
Considerai, in una fantasia stordita, che la nostra sofferenza appartiene al nostro dolore e che il dolore odierno è nella felicità di ieri, ma che ciò valesse nell'adolescenza non ne ero certo: mi convinse fosse la nostra provocazione. Quanti anni erano trascorsi dal mio amore adolescente quando vidi il mare e quieto e burrascoso e la sirena mi portò per mano a conoscere il suo corpo e il mio? Moltissimi che non li ricordo e confondo il nome: Clara o forse Marianna o entrambe una. Allora esso non mi importò, il vivere nel silenzio aveva esaltato la seconda come la esalta ora in questo sognare l'amore di Corinne. So bene come ella si nasconda nelle numerevoli sembianze, adolescenti sempre tuttavia, per il suo sapere con certezza che ogni atto di quel tempo è la prima volta: irripetibile ed immobile come questo lago ora.

Beppe Bonvi

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