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Racconto n° 1433
Autore: Alberico Vien Dal Vento Altri racconti di Alberico Vien Dal Vento
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Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto Danger, il pericolo viaggia nella mente Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Inferno, le ombre oscure della rete. Social Game, la tentazione che viene dal Web Gebebeh, l'antico aroma dell'altopiano. Debacle, il prezzo della verità. The Game, il gioco del sesso e della follia. Mea Culpa, religione e mistero True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita.
 
 
Il senso delle acque nei bui
Acqua.
Che cade.
Lacrime del cielo secondo i poeti, starnuti di Dio per i fatalisti del destino segnato, temporale estivo per i meteorologi, e per noi invece un momento di felicità inaspettato, una di quelle cose che quando si sta insieme pare succeda solo per noi.
La pioggia dell'estate arriva con gocce grandi e pesanti che cadendo sulla sabbia si fanno il loro piccolo posto prima di scomparire nei granelli. Non è la pioggerellina che sembra quasi non ci sia, e permette di tenere ancora l'ombrello chiuso.
E le solitarie gocce grandi cadono sui vestiti e fanno aloni larghi e umidi, che si attaccano fra loro sino a riempire tessuti di camicia e body di pizzo. Due vestiti, anche loro uniti nell'abbraccio di un uomo e una donna che camminano di notte sulla spiaggia con le scarpe nelle mani.
Continuiamo a parlare guardando ogni tanto in alto, anche se il buio di una notte nera mancante di falci, spicchi e ovali lunari non lascia vedere niente. Un buio che adesso è spaccato dai flash globali della macchina fotografica che fa i lampi dal cielo verso terra. Sono ramificati, violenti, storti, velocissimi e quelli che si scaricano sul mare per quel solo attimo, sembra si specchino nell'acqua salata e siano doppi. E poi di nuovo il buio.
Poi si apre il grande rubinetto che ci ferma in quella situazione inattesa e fa ridere come fanciulli discoli di fronte al divieto dei grandi, a volgere i visi in alto e lasciarli bagnare ad occhi chiusi.

Acqua.
Che lava.
Quella ristoratrice di una doccia dopo la corsa sulla spiaggia sino al bungalow, dove i vestiti fradici sono buttati in un angolo ed i sandali col tacco e le scarpe ginniche ad asciugare sotto la tettoia.
Strana cosa lavarsi con acqua da altra acqua; è il calore a fare la differenza, il bagno schiuma e la spugna usati per dare sollievo e torpore lento. Si entra già bagnati dall'acqua di pioggia nella calma di una cabina doccia che diventa il piccolo nostro microcosmo.
Non c'è passione spasmodica a spalmarsi e toccarsi; non vale bruciare la dolce libidine che abbiamo in un rapporto consumato con frenesia. Abbiamo tempo. E voglia.
Per quello le mani scorrono lievi, ma presenti, si gioca il gioco sessuale dello scoprirsi ancora una volta con la complicità del buio arrivato. E non serve più la corrente elettrica che i fulmini tolgono, quella corrente la abbiamo noi, è solo da vivere con calma.

Acqua.
Che disseta.
Quella che si forma nei bicchieri pieni di ghiaccio che movendoli ridono in cantilene. È rito propiziatorio di attesa, ed è bello miscelare quelle due o tre cose di bottiglie prese al buio e sbatterle coi cubetti e ritrovare un sapore strano. E sentirsi nudi e vicini con i bicchieri in mano a guardare dalla finestra la fontana del cielo che qualcuno ha lasciato aperta andandosi a fare un giro. Il piccolo cerchio alla testa rallenta gli istinti e le attese ed aumenta le disinibizioni della mente.
È dolce il liquore che si sente dagli aliti, è dolce il sentire le proprie presenze con quei piccoli tocchi, quei contatti al buio di non vedenti che si percepiscono e si toccano ogni volta che ci si stacca, è dolce quando i due bicchieri vengono lasciati sul tavolino.

Acqua.
Di bocche.
È scambio totale. Due coppie di labbra, due lingue, due salive, un abbraccio, quattro mani che si carezzano le schiene, pelo maschile su seno femminile, gambe che avanzano per intromettersi in mezzo alle altre. Chiamarlo bacio è troppo poco. Già da questo sappiamo come sarà far l'amore.
Ed i tempi sono lunghi, lenti, ora si muovono le teste, ora si muovono solo le bocche, ora solo le lingue, e tutto l'intorno delle bocche è umido delle nostre acque. Perché noi siamo lì, assoluti nel bacio che non viene disturbato da ricerche di mani o di sessi; ed i movimenti leggeri diventano all'unisono, in armonia di un unico grande lungo bacio.

Acqua.
Di femmina.
È sempre meravigliosa la sensazione di entrare nella tua acqua.
Ed ora comincia il ballo. Perché mi sento danzatore che balla e nuota dentro il tuo corpo, come fosse un tango dove la coppia è formata da chi porta e chi viene portata, come fosse il gioco del dare e ricevere od ancora il rituale dell'offrirsi e proporsi con i corpi.
Ma anche tu sei danzatrice con i tuoi lenti movimenti ed i fianchi e le anche scambiano i ruoli che non sono più passivi, ma attivi anche loro.
L'incastro è perfetto. Come se i due corpi fossero protesi uno verso l'altro nella congiunzione dei due sessi che sono l'unica parte che si tocca, e ambedue siamo in sospensione.
Si, sospensione dalle gravità degli appoggi, sospensione di corpi leggeri in movimento, sospensione perché tutto è concentrato in quel lento dondolio di ritmi pacati.
E finalmente sento la tua altra acqua insieme alle tue grida e contrazioni.

Acqua.
Di maschio.
Quella più interna, il mio più intimo, la mia essenza maschile, che tu adesso stai chiamando.
Ed il tuo ruolo cambia ancora, e la lentezza di prima cambia in ritmi profondi. Adesso è il momento della voglia. E la tua acqua cerca la mia.
Incedi con i fianchi, con le parole, con i rantoli. Non ti vedo, ma saprei come sarebbe il tuo viso se ci fosse luce, e so che adesso i tuoi occhi sono aperti e lussuriosi, mentre prima erano chiusi e sognanti. E fai diventare la danza più veloce e vuoi la sospensione dei due corpi nel ballo con la frenesia dell'attesa del mio orgasmo ed afferri con la bocca quella collana che ti sbatte sul mento.
E mi piace questo essere tenuto dai tuoi denti, perché sento la tua fame di femmina. E mi eccita.
Ed io comincio a sballare, a vedere il caleidoscopio nella mente, a sentire i nervi che tirano e cominciano le contrazioni che dalla testa passano nella schiena, nei lombi ed il mio urlo e la mia acqua arrivano.

Acqua.
Di mare.
Ho le gambe che tremano, ed il passo incerto quando mi alzo rantolante ed esco dal casotto.
Addosso ho la tua acqua di bocca, di sudore, di femmina, di maschio ed ora quella della pioggia che continua a scendere. Entro in quella salata ed ho la sensazione del fresco che mi toglie tutte le altre.
È nero, buio. E fare il bagno nel mare di notte è inappagabile. Nuova energia si trasmette.
Comincio a nuotare e mi guardo intorno: al largo è nero completo, non c'è distinzione fra cielo e mare e non dà fastidio la pioggia sulla testa. Un solo leggero chiarore verso riva dai bungalow di qualcuno che ha acceso candele.
Comincio a nuotare e viene automatico prendere i ritmi acquisiti da tempo e le bracciate vengono da sole. Il busto si distende e le gambe si allungano in un loro moto indipendente, le testa si abbassa e le braccia cominciano a scavare l'acqua.
Uno, due, tre, quattro, respiro.
Uno, due, tre, quattro, respiro.
Anche l'altra abitudine di aprire sotto l'acqua gli occhi è automatica, e la sensazione del nero è ancora più forte. Non vedo neanche le bolle formate dalle bracciate, anche se le sento sul viso.
Non ci sono riferimenti e l'acqua buia sembra spessa, grassa, umidamente scivolosa, ignota.
Mi immergo un poco sotto con gli occhi aperti e sento anche la paura.
Sono immerso nel liquido nero e nuoto a rana.
Chiudo gli occhi.
Ricordo la tua acqua di femmina e quando ne ero immerso sino a pochi minuti fa. Mi sembra di esserci dentro completamente. È come se ci entrassi con tutto il mio corpo, quasi ne venissi risucchiato. E continuo ad entrare, è larghissima, nera, umida, vischiosa, e le pareti sembrano quasi mi stiano addosso. Non finisce mai.
La testa mi gira.
Continuo ad entrare. Mi sembra di essere dentro te.
Ma non provo senso di penetrazione, quanto di essere attirato.
Sono andato troppo sotto l'acqua, mi fischiano le orecchie.
Devo compensare con il naso, ma non ce la faccio quasi più.
Ancora due bracciate a scendere, mi attira entrarci ancora, voglio arrivare al suo fondo.
Me la sento addosso, mi circonda da tutte le parti, entro ancora in un canale buio di carne.
Ma i polmoni mi scoppiano, non ce la faccio più, ho una sensazione di panico vitale, apro finalmente gli occhi e vedo acqua nel nero dappertutto, cerco di risalire, spingo con braccia e gambe, nuoto forsennatamente, non vedo niente in alto, non so dove è la superficie, non so quanto ancora c'è sopra, nuoto, cerco di emergere, salgo, salgo, salgo.

Aria.


Alberico Vien Dal Vento
Un paese sul mare
14 luglio 2005

Alberico Vien Dal Vento

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