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Racconto n° 1532
Autore: Diagoras Altri racconti di Diagoras
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Inferno, le ombre oscure della rete. Social Game, la tentazione che viene dal Web Gebebeh, l'antico aroma dell'altopiano. Debacle, il prezzo della verità. The Game, il gioco del sesso e della follia. Mea Culpa, religione e mistero True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita. Sacrificium, la sfida degli dei. Revenge, una vendetta da servire calda Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere
 
 
Meltemi
La sabbia, sotto i suoi piedi nudi, era fresca e lieve, carezzevole e delicata, piacevolmente cedevole. Il bambino correva sulla spiaggia felice e spensierato, gli occhi rivolti verso l'alto, a quel gioco meraviglioso.
Il vento gonfiava il suo aquilone, lo sollevava e lo spingeva impetuoso, ed il filo stretto nella piccola mano tirava e vibrava, come mosso da vita propria.
Guardava l'aquilone verde e giallo ondeggiare, virare improvvisamente e poi restare per qualche attimo quasi immobile sullo sfondo del cielo azzurro.
E poi, con un fremito, roteare impazzito, scendere quasi in picchiata per poi risalire, fiero e maestoso.
La lunga striscia di nastri intrecciati dai colori dell'arcobaleno sembrava la coda di un fantastico animale volante, qualche strana appendice di una misteriosa astronave.
Il vento era il suo alleato, il suo amico più stretto e fidato. Il meltemi soffiava sempre, teso e fresco, a volte violento, a volte così tranquillo da essere brezza.
Era il motore del suo giocattolo, l'anima di quei pezzi di stoffa colorati: era la vita tenuta al guinzaglio dai suoi giovani muscoli.
Abbracciava il suo aquilone e lo portava su, verso l'azzurro, verso...

... verso quel capanno.
La rimessa delle barche per il breve inverno.
L'uomo le teneva una mano premuta sulla bocca, spingendola violentemente verso quel capanno.
L'altro era più avanti e, guardingo, trafficava con la serratura della porta.
L'avevano presa poco prima, sulla strada.
Tornava a casa, al piccolo villaggio dietro la curva, un chilometro più avanti.
L'auto le si era accostata, fermandosi; l'uomo aveva finto di chiederle una informazione, che ora lei non ricordava nemmeno quale fosse.
L'altro era sceso e, rapidamente, l'aveva afferrata stringendola in una morsa implacabile, e spinta sul sedile posteriore dell'auto.
Aveva cercato di urlare, di ribellarsi, ma la sorpresa e la paura di una ragazza di diciannove anni le avevano serrato la gola, impedendole ogni reazione.
Il terrore l'aveva pervasa, paralizzandola. Forzata la porta, l'avevano spinta rudemente nel capanno.
Le canoe e le piccole imbarcazioni ingombravano l'ampio locale.
Lettini da sole e sedie di plastica erano accatastati in un angolo; qualche salvagente, alcuni remi appoggiati ad un muro. Le due finestre oscurate da pesanti stoffe.
In quella penombra l'avevano gettata a terra, come fosse uno straccio...

... straccio.
Sì, sembrava proprio uno straccio, simile a quelli che la mamma stendeva ad asciugare al sole.
Ora l'aquilone stava cadendo in picchiata, proprio come uno straccio afferrato da un vento tempestoso. Per un istante sembrava riprendere quota, per poi ricominciare la caduta, come fosse impazzito.
Il bambino dette più filo, nella speranza che riprendesse il suo volo, che il meltemi avesse pietà e lo portasse nuovamente con sé nel cielo.
Voleva che l'aquilone andasse nuovamente in alto, a volare con i gabbiani dalle grida acute e stridenti.
Con i gabbiani ingaggiava lunghe sfide. Cercava sempre di far volare l'aquilone più in alto degli uccelli.
Ma ogni volta che un gabbiano sembrava raggiunto da quel pezzo di stoffa colorata, un altro gabbiano volava più in alto. Non riusciva mai a superarli.
Ora, però, quel suo meraviglioso giocattolo continuava a scendere, disegnando strane traiettorie, come fosse ubriaco...

... ubriaco.
L'uomo era sicuramente ubriaco. Lo percepiva dal suo odore. Vino. Sudore. Tabacco. Era ripugnante.
Aveva una risata che la terrorizzava, che scuoteva ogni singola parte del suo corpo, permeandola di quel terrore animale che assale la preda, la vittima designata di carnefici più forti e cattivi.
Ora mani fameliche la toccavano, la palpavano insistenti, senza ritegno alcuno. La frugavano impazienti. Brutali e arroganti.
Ripensò alla mano di Christos, il suo fidanzato, ancora timido ed impacciato, ogni volta che le sfiorava le labbra con le sue, accarezzandole il viso.
Tornò brutalmente al presente. Il suo maglioncino era stato strappato...

... strappato.
Nel suo folle volo, l'aquilone era caduto sul tetto del capanno e si era strappato, infilzandosi su un ferro arrugginito e sporgente.
Il bambino riavvolse velocemente il filo attorno al rocchetto e, quando lo riuscì nuovamente a tendere, lo tirò.
L'aquilone fu stracciato dal ferro.
La sua delicata tela si squarciò davanti agli occhi sgomenti del piccolo.
Non sapeva più cosa fare; disperato, e con il viso inondato di lacrime...

... lacrime.
Non si era accorta di piangere, perché piangeva in silenzio. Era la sua anima che si scioglieva in lacrime di dolore e di umiliazione.
L'avevano spogliata con gesti violenti, e mentre l'altro la teneva inchiodata a terra, l'uomo si era calato i pantaloni, scoprendosi davanti a lei.
Sapeva cosa sarebbe accaduto, capiva come sarebbe finita.
Tante volte aveva immaginato la sua prima volta. L'aveva temuta e l'aveva desiderata; a volte, pensandoci, si sentiva ancora una bambina.
Ma poi, guardandosi allo specchio, vedendo il suo corpo ormai di donna, le veniva il desiderio di sapere come sarebbe stato, quali sentimenti sarebbero esplosi nel suo cuore impazzito, con quanto amore avrebbe abbracciato l'uomo che l'avesse presa per la prima volta.
Vedeva ora il pene, grosso e rigido, del suo aguzzino.
Sentiva crescere dentro di sé un terrore agghiacciante, tanto terribile da bloccarle il respiro.
La mamma. Il papà. La sua casa. Era tutto cancellato, annientato. La sua vita, tranquilla e serena, non c'era più. In un attimo tutto era sparito.
Anche l'altro che la teneva bloccata si era aperto i pantaloni e, sdraiato accanto a lei, le strofinava il pene contro la sua coscia nuda.
Ansimava insultandola, dandole della puttana, della troia.
E lei non capiva il perché di quell'odio, di quelle frasi cattive e malevoli, che la lasciavano tremante e senza fiato...

... fiato.
Era senza fiato. La corsa fino al villaggio a chiamare il papà, a spiegargli che il suo bell'aquilone si era rotto, e che voleva recuperarlo per farlo volare di nuovo, magari rattoppato, magari ricucito dalla mamma.
Ora stavano tornando sulla spiaggia, lui ed il papà, ed anche i due pescatori che stavano pulendo le reti con suo padre.
Lui avanti, come un cucciolo irrequieto, e loro dietro, tranquilli e scherzosi.
Davanti al capanno, davanti all'aquilone ferito, gli tornò la voglia di piangere, di gridare...

... gridare.
Voleva gridare. Voleva urlare tutto il suo ribrezzo per quel pene che si strisciava sulla coscia, che si muoveva frenetico sulla sua pelle, caldo e viscido come un serpente.
Quando si sentì schizzata, sporcata da quel liquido denso ed appiccicoso, sentì l'urlo salirle in gola.
L'uomo davanti a lei si era inginocchiato e, tenendole le esili gambe spalancate, aveva appoggiato quella mostruosità paonazza e pulsante alla sua intimità indifesa, alla sua carne tenera e morbida, alla sua innocenza che stava per essere strappata via per sempre.
E allora urlò, con un grido...

... grido.
Quel grido lo aveva raggelato.
Era stato un urlo lungo e straziante, come quelli dei mostri che si sognava la notte, quando fuori il vento ululava, quando i suoi genitori lo portavano nel loro letto, per confortarlo, per togliergli tutte le paure.
Non aveva capito da dove venisse quel grido, ma la sua anima di bambino era stata afferrata dalla paura.
Il papà ed i due pescatori si erano messi a correre, lasciandolo lì da solo, davanti all'aquilone profanato, urlandogli di non muoversi per nessuna ragione.
E lui non si era mosso, impietrito e sconvolto.
Quando udì lo schianto...

... schianto.
Con uno schianto poderoso la porta del capanno si spalancò facendo entrare la luce e la speranza.
Vide altri uomini, sentì urla rabbiose e colpi sferrati, imprecazioni e bestemmie.
Poi mani che la alzavano, la sollevavano, mani delicate ed attente, dure e callose, ma gentili e premurose; e poi si trovò fuori, al sole.
Il vento ed il rumore delle onde. Le grida dei gabbiani. La vita che tornava.
L'ultima cosa che vide prima di perdere i sensi fu un aquilone strappato...

... strappato.
Il suo aquilone si era strappato e quindi, visto che lui aveva salvato la sua figliola dagli uomini cattivi, gli regalava questo nuovo aquilone.
Era più bello e più grande di quello che si era rotto e, meraviglia delle meraviglie, aveva la forma di un'aquila.
Era stato molto gentile quel signore; lui non aveva ben capito perché piangesse e perché lo abbracciasse mentre gli dava l'aquilone nuovo, come non aveva capito cosa fosse realmente successo l'altro giorno al capanno...

... capanno.
Lo guardava con un misto di apprensione e di sfida. Il suo nuovo aquilone non sarebbe caduto su quel tetto.
Corse lungo la spiaggia fino a che il suo nuovo giocattolo spiccò il volo, leggero e regale, abbracciato dal meltemi.
Ora era sicuro che la sua aquila sarebbe salita più in alto dei gabbiani.

Diagoras

Rodos, 10/09/2005

Diagoras

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