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Racconto n° 1826
Autore: Astra Altri racconti di Astra
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Lei
Lei

Lei è il mio angelo maledetto. E la mia condanna.
Mi ha traviata in jeans e t-shirt rosa. Due anni più giovane di me, due vite più avanti rispetto al resto. Chissà che cosa mi è preso? Non sono mai stata attratta dalle donne.
Eppure...

La vedo, con i capelli lunghi e sciolti. So che è sfacciata, che se ne frega di tutto. Lei ha diciassette anni, io diciannove.
Siamo giovani.
Belle.
Non innamorate: l'amore non c'entra. Lei è una mezza risata che entra dalla finestra aperta, non una serenata. Non è quel genere di amore.

L'ho vista ad una pallosa sfilata, tra il pavé surriscaldato ed il grottesco sfiatare degli ottoni di una banda che definire musicale è troppo. Tutto il maledetto paese era lì, pigiato in disordinate file di formiche per annoiarsi in massa.
Anch'io, sigaretta in bocca, sudata, pensando - fa un caldo da svenire e questa gente fa vomitare - . Eccomi, clic, una delle ragazze, una delle formiche giovani. Alta e formosa, bionda e bella. Questa sono io. Lei, la bruna, è ancora nascosta in sottofondo. Sta per raggiungere la scena madre, il caldo di luglio, un paese affollato di turisti tedeschi scottati dal sole e famiglie con bambini che sghignazzano davanti alla banda. Tranquilla, sta finendo di suonare.

Ora attraverso e vado a prendermi una Coca. Ghiacciata, perché rischio seriamente la morte, qui. Do un ultimo tiro alla sigaretta e la getto per terra.
Lei arriva in questo istante. Eccola: un metro e cinquantacinque da folletto. Capelli lunghi, scuri e lisci. Seni morbidi sotto la t-shirt, anche se non l'ho ancora realizzato. È carina nel modo asessuato con cui definisco tutte le ragazze.
Diabolica che sventola i capelli e ride. Ride con me o ride di me? La distinzione non è poi così importante, ma lo capirò dopo
- Vai al bar? -
- Sì -
- Allora ci andiamo insieme -

Immagino che, nei quaranta o cinquanta metri di strada, mi abbia gettato un maleficio. E non è tanto per dire. E non voglio giustificarmi o negare quel che è successo dopo. Siamo andate – due ragazze sconosciute – al bar. Due birre gelate. Due birre gelate in boccali sudati. Quando ride, le si forma una fossetta sulla guancia sinistra. Ha la voce stridula.
- Non ce l'hai un ragazzo? -
(Non ce l'ho, carognetta, ma non verrò a dirtelo. Che ti frega?)
- E tu? -
- No -
(Siamo dunque pari).

La prima impressione è stata di fastidio e antipatia. Forse anche di invidia nemmeno velata, perché lei, qualunque cosa fosse, sembrava totalmente serena, cosa che io non sono mai. La serenità non fa parte di me.
E poi, non porta reggiseno. Noto il particolare incidentalmente. E la cosa mi provoca un volgare turbamento. Perché non dovrebbe o perché dovrebbe portarlo? In una giornata così calda? Non ha poi tutto questo ben di Dio da mostrare, ecco il poco delle sue grazie.
(come sarebbe nuda?)
si affaccia volgarmente in me un pensiero sconcio. Come sarebbe se potessi vedere i suoi seni immaturi?
(e se lei vedesse come sei bella tu?)

Un altro risolino. Perché i folletti e i demoni tentatori hanno la voce stridula? Perché?

E perché in quel momento mi sono sentita bagnata? Non aveva senso. Io non sono - così - . Lei è carina, ma se volessi farmi una donna – e non vuoi, certo che non lo vuoi, non puoi volerlo – me ne farei una simile a me, una bella, una appariscente, perché...
(ti stai vergognando?)

Eccomi, arrossita per pensieri che non avevo mai immaginato di poter concepire. Lei sorride di nuovo e mi fa sentire nuda, mortalmente nuda, quasi oscena davanti a lei e davanti a chiunque possa vederci (sono le due di un pomeriggio di festa) impegnate in una specie di corteggiamento.
Non so come ci si faccia la corte tra donne.
È stata lei a gettare l'esca. Che faccia tutto leio questa storia finisce(no non deve o mio Dio la voglio la voglio davvero)
qui e subito. Sarebbe meglio. No che non lo sarebbe.
Sì.
No.
Sì.
No.

Potrei essere ancora lì, nella penombra troppo calda di un bar, a ripetermi che so che cosa voglio, no anzi, non lo so affatto. Potrei essere ancora lì – con la pelle fremente, i capezzoli che pulsano, il mio sesso sfatto e fradicio – e rimanerci in eterno.
Ci pensa lei.
Oscura corteggiatrice uscita dall'incubo, dal pomeriggio stinto di calore, da sogni rimossi o dalla tentazione pura e semplice. Sa che ho puntato definitivamente gli occhi sui suoi seni liberi. E lei ha puntato i suoi occhi su di me, su tutta la mia persona. Sa che mi avrà e che io avrò lei. Che non deve far altro che aspettare.

Mi prende la mano.
Salto su come se mi fosse venuto un colpo. In realtà il sollievo è enorme. Ha capito. Ci sto, tu ci stai? Volentieri.
Ride. Adesso posso ridere anch'io.
Abbiamo parlato di qualcosa? Beh, ora non importa più. Siamo amiche. Usciamo dal bar e dalla penombra tenendoci per mano – amiche – fuori, nella luce, sappiamo entrambe che cosa è giusto fare. Farlo ora senza pensare a nient'altro.
Senza pensare che esista un - dopo - .

Siamo a casa mia. La mia cameretta di semivergine è candida di luce pomeridiana.
Il letto francese è il nostro traguardo. Sorride,lei sa. Lei conosce tutto.
- Ti voglio -
- Lo so. Ti voglio anch'io - .

Mi bacia. Non avevo mai baciato una ragazza, una donna, un essere del mio sesso. È come se baciassi me stessa. La sua bocca è tenera e dolce. Anche la mia è dolce, tenera. Si fondono una dentro l'altra. Il cuore mi batte forte. Non ho paura. Mi sto sciogliendo.
- Io... non ho mai... - cerco di giustificarmi. Lei sa. Si sdraia sul mio letto fissandomi con scuri occhi – dolci o maliziosi?
Si sdraia con le braccia spalancate facendomi impazzire di desiderio. La sua pelle dorata... un ombelico scoperto, il colore dell'epidermide abbronzata dal sole... voglio baciarla. Sotto la mia bocca è seta. E lei ansima.
Mi avvinghio a lei per non perderla. Per far scorrere le mie mani timide sul suo corpo incredibilmente acerbo. E il desiderio si fa violento. La denudo. I suoi seni... sono bellissimi. Dolci, teneri. Sono due statue sul corpo di una statua. Voglio toccarli. Lei tende una mano a sfiorare i miei sotto la scollatura del vestito. Sorride sfiorandomi il capezzolo irrigidito. Perché basta così poco per voler già gridare all'infinito – gridare di piacere?
Mi bacia ancora. Bacia i miei seni generosi con la sua bocca ingorda. Ti voglio, sei bellissima. Tremo mentre le slaccio i blue jeans. Tremo morbosamente. Sotto non indossa nulla. Se li sfila sotto i miei occhi pazzi. È nuda. È bellissima. Non posso resistere ancora, se continuo a guardare il suo corpo, la sua nudità esibita, la sua mano chiusa dolcemente sul mio seno.
Non posso resistere.
Cerco di costringermi a non fissare il suo sesso. Il suo delta oscuro. Il suo limite invalicabile. I miei occhi guardano senza che io gliel'abbia chiesto. Non avevo mai scoperto quanto possa essere bella una ragazza come me, nuda e tenera. Vorrei toccarla.

Leiè più decisa. Si inginocchia e mi abbassa il vestito con foga.
- Voglio vederti nuda... sei bellissima... guarda come sei bella - baciandomi il collo - sei bellissima - mentre mi sfila il reggiseno - ti prego, fammi continuare... - un pudore ridicolo mi fa chiudere le cosce. Ho paura. Vergogna. Desidero che mi tolga le mutandine – e lo desidero così forte da lacerarmi – ma al tempo stesso... no.
Mi bacia l'ombelico. Sibilo e rovescio indietro la testa. Un orgasmo burrascoso e terribile sta per esplodermi dentro. È bellissimo. Perché devo bloccarmi? Un altro bacio, la lingua che scivola, le punte delle dita silenziose lungo i fianchi. Gemo ancora. Una mano mi accarezza, tenera, insinuante, attraverso la stoffa. È un gioco, un gioco bellissimo "ti prego non smettere continua a farlo per me, per me, per me".
La sua mano adesso è scivolata sotto la stoffa. La sua mano tocca il mio sesso. Il mio sesso come un'ostrica imbevuta del suo stesso piacere. Istintivamente allungo una mano anch'io verso di lei. Mantengo il contatto visivo. Occhi negli occhi. Sono timida e impacciata, non so che cosa si aspetti da me non voglio farle male perché lei a me non ne ha fatto. Sono una principiante. Ma la sua mano affonda dentro di me, massaggiandomi, legandomi e sciogliendomi mille volte, inaspettata e richiesta a lungo, implacabile. Una mano, un sesso.
Due mani, due sessi.
Il mio orgasmo. Il mio orgasmo torrenziale, le cosce spalancate, il sesso che trema e si mette a cantare, la gola invasa di suo che non so pronunciare.
I suoi capezzoli irti.
Il suo corpo snello e nudo, che serpeggia attorno al mio, mentre mi lascio andare sdraiata e fradicia. Monta su di me come un uomo. Monta su di me per possedermi. Il suo sesso fiducioso che bacia il mio febbricitante.
Non è possibile. No, non è assolutamente possibile.... La sua peluria ruvida contro la mia, le sue labbra che si chiudono ad avvolgermi, quattro mani incrociate, i suoi piccoli seni sui miei... ed il suo ondeggiare su e giù, su e giù... Come la follia. È bellissima. E tutto questo è bello come non potrebbe essere altrimenti. Le sue curve morbide, il suo corpo tenero, la pelle tiepida di un bruno dorato, profumata di miele. I baci senza fine del mio sesso e del suo.
Io ti amo.
Vorrei addormentarmi abbracciata a lei. Dormire corpo contro corpo e pelle contro pelle. Vorrei sapere che lei è qui per me, che mi ama come potrei amarla anche io.
Vorrei, ma non succederà mai.

Perché mentre siamo l'una sull'altra, avvinghiate come un'unica creatura, la porta di camera si apre e una voce violenta la nostra intimità:
- Che cosa sta succedendo? -


Astra

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