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Racconto n° 1846
Autore: Alessandra_n Altri racconti di Alessandra_n
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Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto Danger, il pericolo viaggia nella mente Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Inferno, le ombre oscure della rete. Social Game, la tentazione che viene dal Web Gebebeh, l'antico aroma dell'altopiano. Debacle, il prezzo della verità. The Game, il gioco del sesso e della follia. Mea Culpa, religione e mistero True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita.
 
 
Oggetti d'amore
Calze velate.
Color carne, perché tu ami intravedere oltre la sottile trama della seta il colore pallido della mia pelle. Sottili quanto l'accenno di respiro che pur trattenendo lasci intuire. Bordate di pizzo e silicone che mi penetra la coscia appena al di sotto dell'inguine. Preziose, come il tuo desiderio per me.
Mi porgi questo tuo piccolo tesoro, dopo averle acquistate da solo e mi dici di scartarle. Me lo imponi con decisione e arroganza, sapendo che per questo io obbedirò.

- Ho detto alla commessa che erano per la mia amante, guardandola fissa negli occhi.

Fissi quegli occhi mi bucano il respiro.

- Indossale, piano.

Le apro e mi sfilo le scarpe, poi poso un piede sul cruscotto dell'auto. Smalto vermiglio, come desideri tu.
E cavigliera sottile d'argento.
Riassumo una calza tra le le mani, facendo attenzione a non smagliarla e lentamente velo le dita dei piedi.
Tu mi osservi serio, quasi arrabbiato, con il respiro immobile in gola.
Tremo di puro terrore, ho paura di non soddisfare il tuo desiderio come vorresti, di sbagliare qualcosa, di non essere quella che vuoi.

- Vai avanti ma sempre così lentamente.

La gonna nera è arricciata sopra le ginocchia, ho le gambe disunite, la destra sul cruscotto e la sinistra ancora poggiata a terra. Continuo questa ascesa verso di te, dentro la tua anima torbida e nel centro del tuo sguardo così virile. Con i pollici tiro la maglia verso la caviglia, aiutandomi con il resto delle dita che accarezzano la stoffa e salgo, salgo lentamente lungo la pelle. Sono quasi giunta a destinazione ma la gonna ferma la mia corsa. Devo sollevarla mentre ancora salgo dentro te. Devo sistemare il pizzo intorno alla coscia, devo stare attenta a non mostrarti troppo.
Mugoli di assenso.

- Brava. Sei l'unica che fa questo per me senza deridermi.

Scoppio d'amore, d'amore nudo e sferzante, pieno e strisciante per te. Farei qualsiasi cosa per pochi gesti, per poche parole, per pochi silenzi. Mi venderei.
Da un po' mi stai fotografando con una macchina digitale. Punti l'obiettivo sulle mie mani, sulla gamba, sulle calze e poi continui a guardarmi come se io stessi morendo. E muoio, sì muoio di te e di questi desideri assurdi che mi saziano di vita. Muoio del tuo essere maschio in modo così esplicito e volgare, sebbene niente sia stato mostrato.

- Ancora. Infilati l'altra.

Sfilo la scarpa sinistra e ricompio la stessa operazione, sicura di riuscire ad accontentarti, certa di sedurti.
E quando le linee degli elastici tesi sotto il mio ventre si allineano, in quel preciso istante alzo i glutei e rassetto la gonna al di sotto per mostrarti gli slip. Tu fotografi e con l'altra mano sistemi il sesso che pulsa nei pantaloni.
Muoio di follia, di desiderio, muoio di passione che piangerei, muoio d'amore che urlerei.

Slip.
Li avevo indossati da poco, piccoli slip di pizzo bianco con ciliegie stampate in rosso. Minuti e sottili, maliziosi e non troppo preziosi. Comuni. Slip da donna comune che ti seduce salendo le scale.
Umidi di parole sferzate sui miei glutei, di mani potenti che frugano sotto la gonna.
Cadono a terra insieme ai tuoi abiti, si mescolano ai colori della tua cravatta e dei tuoi calzini mentre tu mi prendi sul divano, mentre tu raccatti da terra quel triangolino per odorarlo e per schiacciartelo sul viso.

- Guardami.

E come sempre ti osservo, ruoto il capo con fatica, mentre ancora mi prendi da dietro e ti vedo rovente e spettinato con i miei slip sugli occhi. Hai la bocca aperta, gli occhi socchiusi di piacere e le reni che fanno ancora tempesta dentro me.
Non so di cosa godo di più, se del tuo sesso affamato o dei tuoi piccoli vizi semplici e temerari, sfrontati e unici. Godo di te e delle mie mutandine che infine stringi nel palmo della mano.

- Queste me le porto via.

E so che le riporrai in un piccolo baule dove rinchiudi tutta me stessa, dove il dolore per non poterti possedere completamente non si può espandere ma resta immutato, congelato nelle tue fantasie.

Fazzoletti.
Ricamati. Bianco su bianco. Dolci parole d'amore senza fine né inizio. Li ho ricamati per te, il primo Natale trascorso assieme. Attenta a non sporcare il bordo lindo, attenta ad allineare le lettere con ordine, attenta a fare in modo che ogni fazzoletto proseguisse la frase d'amore precedente pur potendo essere utilizzato da solo.
Ci ho messo poco meno di un mese a cucire il filo lungo le mie aspettative, poi te li ho donati sperando di farti il regalo giusto, un regalo onesto che dicesse più di quanto sapessi fare. E quando hai aperto il tuo regalo, ti ho visto piangere senza lacrime, ti ho visto immobile recuperare il passato dei tuoi nonni che ancora si amano e si ricamano piccoli cuoricini d'amore.
Tenevi quei miseri pezzi di stoffa bianchi, tra le mani scure e severe, rigirandoli e leggendoli, con stupore. Poi mi guardavi incredulo e ancora li rigiravi senza sapere cosa dirmi. Io ti sorridevo ma tu nulla, sempre serioso e scuro, sempre muto e impenetrabile.

- Questo è il regalo più bello che abbia mai ricevuto.

E nei tuoi occhi verdi come un bosco ombroso, dentro il liquido cristallo delle tue pupille, io ho visto la cascata di lacrime che hai versato da bimbo. Ho visto lo stesso dolore mio che ancora cerca sollievo nel poco o nel niente ma che nessuno sa lenire. Nei tuoi occhi verdi ho visto me stessa, contraddittoria e imprevedibile, vendicativa e dolce come il miele sul burro.
Mi hai baciata e stretta sospirando e poi mi hai penetrata col corpo, come sempre, e con l'anima come solo tu hai saputo fare.

Pistola.
Fredda e nera me l'hai sbattuta in faccia tante volte, senza mai mostramela. Con quella pistola mi minacciavi d'odio e di gelosia, mi sussurravi la tua vendetta. Un gioco sleale, un oggetto d'amore, quella pistola rinchiusa nel baule di me.

- Se mi tradisci ti uccido.

Come se io l'avessi detto a te. Che sapevo, che conoscevo il tuo irrefrenabile istinto animale, il tuo corpo vigoroso e assetato di potere maschile, i tuoi occhi maliziosi e fermi, la tua postura imponente.

- Ti avverto.

Come se non fossi già morta conoscendoti, assaporando la morsa della tua mano sul mio avambraccio quando mi hai ordinato di non muovermi, poco dopo esserci presentati.
Come se potessi ribellarmi a te dal fondo di quel baule. Ribellarmi alla tua anima sporca sottraendoti quei pochi oggetti d'amore per ridarti dignità.

Alessandra_n

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