Racconti Erotici - RossoScarlatto Community
Racconti Erotici Racconti Erotici Racconti Erotici Racconti Erotici Proponi racconto alla Redazione RossoScarlatto Village Community Registrazione Community Forum Racconti Erotici Racconti Erotici Online gratis
RossoScarlatto Community
.: :.
Racconto n° 1989
Autore: Narratore Altri racconti di Narratore
Aggiungi preferito Aggiungi come Racconto preferito
Contatto autore: Scrivi all'Autore
 
 
Lettori OnLine
 
Romanzi online
 
Danger, il pericolo viaggia nella mente Eyes Un filo sottile che lega un uomo e due donne. X Stories, i mille volti di una straordinaria follia The Dreamer, alla ricerca del sogno proibito Destiny, un incontro avvenuto per caso Charlotte, il profumo dell'oblio. Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto Mea Culpa, religione e mistero Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia Cuba Libre, un sensuale incontro nella magia di Cuba
 
 
Provvidenza
La cicala cantava sotto il carrubo sulla sommità della collina e faceva da metronomo all'estate. Tutto intorno il calore deformava il paesaggio trasformandolo in un miraggio. Ma Biagio non guardava il panorama, sonnecchiava sotto il grande albero rinfrancato dall'ombra e dall'acqua del - bombolo - di terracotta. Anche quel giorno aveva strappato il succo dalla terra che non era sua. Bracciante povero, si era rotto la schiena fin dall'alba quando era uscito di casa per salire sul motorino e recarsi sul campo. Si era alzato dal grande letto di ferro battuto cercando di fare meno rumore possibile per non svegliare Ninfa che dormiva accanto a lui. Ninfa, i suoi capelli neri come la notte, lunghi sino alla schiena a fare da contrasto ad una pelle bianchissima, quasi esangue a dispetto delle forme generose e morbide. Ninfa dagli occhi profondi e tristi, affardellati dagli stenti di ogni giorno quelli che alla sera sono alla fine e al mattino sono all'inizio.
Come non amare la notte? Per questo la donna non riusciva a prendere sonno se non quando Biagio si alzava per andare nei campi. E rimaneva seduta a lungo davanti alla finestra ad ascoltare la radio, la voce del mondo come la chiamava. E si perdeva nelle dediche delle piccole emittenti locali, - A Rosetta con tanto amore dal suo Mario - . Una volta aveva pure telefonato. Aveva chiesto - Grande, grande, grande - . - Io sono Ninfa " aveva detto al conduttore " e vorrei dedicare questa canzone al mio Biagio. Perché è grande. E perché è buono come il pane, quello che ci sudiamo ogni giorno e che nessuno ci regala - .
Non avevano figli, non arrivavano. Non ne parlavano. Non ancora. Ma quell'assenza era tra di loro come una spina. Biagio l'amava ogni notte nel buio quando andavano a coricarsi tra le lenzuola profumate di gelsomino e asciugate al sole e al vento. Non le serviva malizia, non doveva allettarlo. Biagio l'amava, la desiderava ogni giorno, ogni momento, si perdeva tra i suoi seni mormorando - Questo lattume è il mio mangiare - .
Quel seno era splendido: Morbido e candido, appunto, come il - lattume - , la sacca del seme dei grandi pesci come il tonno, ricercato alimento nella stagione dei tonni a fine maggio. Le aureole scure come i suoi occhi, i capezzoli generosi che si facevano cibo per le sue labbra screpolate dal sole di ogni giorno. Biagio ci si perdeva in mezzo, stava a luongo con la testa affondata tre i suoi seni mentre la penetrava con dolcezza, sempre preoccupato di non farle male, sempre assicurandosi prima che lei fosse pronta, umida al punto giusto. - Sangue mio " le diceva prima di montarle addosso " lo vuoi fare il matrimonio? - .
Ninfa si commuoveva per quell'espressione antica e gentile. Si commuoveva e si eccitava, orgogliosa della dolcezza di un uomo rude che sapeva essere duro come la vita e dolce come l'esistenza, che la trattava con la tenerezza del primo giorno quando si erano incrociati sulla soglia della Matrice, tra una messa e l'altra e i suoi occhi profondi lo avevano rapito.
E quando - facevano il matrimonio - lui onorava la sua timidezza, rispettava i suoi tempi, non imponeva mai la propria passione ma con essa rispondeva al suo desiderio. Soltanto allora egli si metteva sopra di lei e l'abbracciava forte baciandole l'incavo tra il collo e la spalla per poi scendere sui suoi seni scoperti dalla lunga camicia da notte tirata su. E mentre affondava il volto nella sua valle profumata, il suo sesso la penetrava piano con la leggerezza della comunione ma senza rinunciare alla decisione della passione. In una parola, la possedeva. Senza arroganza, con amore. - Sei cosa mia - le sussurrava mentre rimaneva dentro di lei senza muoversi, ma facendo pulsare il suo sesso con la contrazione dei lombi.
Ninfa adorava questo momento perché lo sentiva vivere dentro di lei come se dentro il suo sesso fosse un cuore pulsante. Ed egli aspettava sempre che lei gli dicesse - Muoviti Biagio... - .
Sembrava inesauribile come l'aratro che suo padre aveva spinto per una vita prima della meccanizzazione dell'agricoltura. Un aratro che preparava la terra per la semina così come egli preparava la sua donna e nel frattempo l'aspettava. Aspettava di sentire il suo desiderio farsi più acuto, il suo respiro più affannoso, la sua pelle velarsi di una leggera patina che brillava quando la luna attraversava la finestra aperta per accompagnare la sua luce sul talamo. Soltanto allora, quando lei si irrigidiva nel momento dell'orgasmo, egli si liberava a sua volta senza dire una parola, senza strozzare il respiro. Perché un uomo non si lascia andare mai, non cede allo smarrimento che accompagna il culmine del piacere. Un uomo è un uomo e provvede alla sua donna.
Ma Ninfa sapeva quanto piacere passava dai suoi fianchi, quanto lungo era quel suo inevitabile tremare mentre il puledro dentro di lei allentava le briglie riempiendola. Poi rimaneva dentro di lei a lungo in attesa che il suo sesso si ritirasse con discrezione. E Lei non andava mai a pulirsi, non voleva perdere una goccia di quel seme che, insieme, speravano desse un senso alla loro unione sotto forma di progenie.
Soltanto molto dopo, quando Biagio dormiva profondamente, Ninfa si alzava e andava in soggiorno davanti alla finestra ad ascoltare la radio. E a pregare in silenzio.
Biagio sotto il carrubo masticava un filo d'erba e guardava davanti a sé, ma senza vedere nulla se non i suoi pensieri. Guardava la vecchia casa sul crinale della collina di fronte a lui, un casale abbandonato da tempo dai proprietari emigrati in Germania. Una costruzione di pietre scure, con le finestre serrate e una corte davanti con un pergolato incolto sopra un vecchio tavolo di legno, il forno di mattoni rossi, un lungo filo una volta usato per mettere i panni ad asciugare.
Biagio guarda senza vedere ma il suo assopimento registra un'anomalia. Trascorre qualche minuto prima che si renda conto che qualcosa si muove, che una figura si staglia sull'ingresso del casale.
Biagio mette a fuoco la vista ma è troppo lontano. Chi può essere? Sono tornati i padroni? Vanni Giaconia ne ha avuto abbastanza della Germania? Oppure sono zingari? O quel gruppo di Albanesi sbarcato di notte sulla spiaggia sotto la Scala dei Turchi?
- Non sono affari miei - si dice Biagio che già si muove per avvicinarsi. Arriva alla base della collina e comincia a risalire il crinale dell'altra. Adesso riesce a vedere. Una donna, una ragazza, sta mettendo i panni ad asciugare. Larghe lenzuola di un colore celeste pallido alternate alle federe dello stesso colore.
La ragazza è minuta, biondissima, armoniosa. Indossa un vestitino a sacco nero che le arriva a metà polpaccio, non porta le scarpe e i suoi capelli sono corti. Occhi azzurri sulle labbra rosa. Occhi che lo guardano senza paura mentre si avvicina.
- Chi sei? - chiede Biagio un po' brusco. La ragazza gli da la schiena mentre appende i panni al filo. Non si volta ma risponde. - Mi chiamo Provvidenza, tu chi sei? - . Biagio chiede ancora: - Provvidenza come? A chi appartieni? - . E lei: - Provvidenza e basta en on appartengo a nessuno. Che vuoi? Ho acqua fresca e fichi appena raccolti. Siediti - .
Biagio non ha risposte, si siede al tavolo mentre Provvidenza porta il piatto con i fichi: quelli neri da una parte, quelli verdi dall'altra. E poi una caraffa piena d'acqua e un bicchiere di ceramica. Lei non mangia, lo guarda mentre apre i fichi con le mani e ci affonda le labbra.
- Che vuoi? - gli chiede? - Niente" risponde "sapevo che qui non ci stava nessuno. Com'è che ci sei tu? - . E lei: - Io ci sono sempre quando servo. E adesso servo a te - .
Biagio resta con un fico in mano e solleva lo sguardo. Quanti anni avrà? Diciannove? Non più di venti. E' magra, quasi ossuta, senza seno, non sorride, non abbassa lo sguardo, la piega della sua bocca non è amichevole né ostile, non è timorosa né sprezzante. E' calma. E biagio è sempre più perplesso.
- Servi a me? Non è che sei una buttana? Io non cerco buttane - .
- Lo so che non cerchi buttane e io non sono una buttana. Ma sono quella che ti serve adesso."
- E a cosa mi servi? -
- A farti felice -
- E che ne sai tu cosa mi farebbe felice? Metti che io sono già felice -
- No, non lo sei e io so cosa ti farebbe felice -
- Non ti capisco... -
- Infatti non mi devi capire. Devi solo portarmi da Ninfa -
- Conosci mia moglie? -
- In un certo senso... -
- In che senso? -
- Ma che ti importa. Fidati -
- Sei una maara, una strega? -
- Io non faccio magie. Adesso muoviamoci. -
Biagio la guarda interdetto ma non riesce a ragionare. E' una zingara ladra? Ma come fa a conoscere Ninfa? E come fa a conoscere lui? Ma qualcosa... qualcosa annulla la sua volontà e si incammina seguito dalla ragazza che non dice una parola.
Arrivano in paese. Biagio pensa: che diranno di me con questa ragazzina che mi segue come un cane? Eppure nessuno sembra vedere Provvidenza e quelli che lo conoscono e lo salutano sembrano attraversarla con lo sguardo, con tutto che lei è lì proprio dietro di Biagio.
A casa, però, Ninfa vede subito che lui non è solo. Provvidenza la guarda. - Ciao Ninfa... - . La donna non risponde e guarda Biagio che solleva le spalle. - Era al campo, mi è venuta appresso. Dice che ti conosce - . Ninfa sgrana gli occhi ma non dice nulla. Anche lei sembra colpita da un'improvvisa inazione che la blocca.
La ragazza entra in casa e va subito verso la camera da letto. Apre la finestra sul tramonto, e si siede. - Fate come se non ci fossi, vi aspetto qui. -
Biagio e Ninfa sembrano persi in una terra sconosciuta tracimata nella loro casa, ma qualcosa li rende automi coscienti e spettatori della propria possessione. Come nulla fosse consumano il pasto in silenzio, poi entrano nella camera dove la luna piena manda la sua luce.
Ninfa va in bagno e ne torna con la camicia da notte. Biagio è in mutande. La ragazza non si è mossa. - Vieni accanto a me - , gli dice.
Biagio si avvicina e lei si gira sulla sedia con il viso all'altezza del suo sesso. Solleva le mani, comincia a massaggiarlo sopra il tessuto sottile dell'indumento. Biagio la guarda come se stesse guardando tutti e due, sdoppiato. Non riesce ad opporsi. Eppure il suo corpo reagisce e il puledro comincia a scalpitare. La ragazza continua a massaggiarlo lentamente e le sue mani sembrano fatte di aria solida. Il sesso di Biagio si gonfia, esce dall'indumento ormai troppo stretto e la ragazza comincia ad accarezzarlo con le mani seguendo le venature, scoprendo la punta luccicante. Ne saggia la consistenza con le labbra, poi lo imbocca lentamente, centimetro dopo centimetro, fino ad ospitarlo tutto. Poi lo fa uscire e poi ancora rientrare. E di nuovo lo fa uscire ma non del tutto. Il glande dentro, il resto fuori. Adesso sta succhiando con pressione leggera mentre i testicoli possenti di Biagio vengono ospitati dalle sue mani piccole e morbide.
Ninfa è immobile seduta sul bordo del letto e li guarda. Vede il membro di Biagio sparire nella bocca della ragazza, eppure non prova alcuna sorpresa. - Com'è possibile che tutto mi sembri così normale? Una donna a me sconoascuta ha il sesso del mio uomo nella sua bocca, nella nostra camera da letto e a me sembra normale? Sto impazzendo? E' un sogno? -
La ragazza adesso moviole la testa velocemente sul sesso di Biagio. Ad un certo punto libera la bocca e mormora: - Adesso Biagio, adesso - . E l'uomo, quasi senza accorgersene, comincia a scaricare nella sua bocca il caldo seme denso.
Adesso lei serra le labbra e si alza dalla sedia. Si muove verso Ninfa e si ferma davanti a lei che la guarda senza riuscire a muoversi. La ragazza le prende le mani, la fa sollevare, poi prende i bordi della camicia e la tira su. Ninfa, senza neanche sapere perché, alza le braccia per aiutarla a toglierla. Rimane nuda e si siede di nuovo sul bordo del letto.
La ragazza la spinge dolcemente in modo che si distenda sul letto con le gambe che penzolano. Adesso le sue mani sono sulle sue cosce e le allargano. Il sesso di Ninfa risalta sul candore della sua pelle, i peli neri del suo pube sono un'oasi nel deserto bianco. E la ragazza adesso le sta aprendo il sesso con le mani, passa i polpastrelli sulle sue labbra, sfiora il clitoride e assiste al miracolo dell'eccitazione, agli umori che copiosi cominciano a venir fuori. Adesso la apre con le dita, la scruta, i suoi occhi la penetrano fin nei recessi più nascosti. Ninfa si sente eccitata e stupita ad un tempo. - Ma che sto facendo? No, è un sogno, anzi, un incubo... -
La ragazza adesso avvicina il volto al suo sesso e apre il sesso con le mani. Poi avvicina la bocca e comincia lentamente a fare colare il seme di Biagio. Poi con la lingua comincia spalmarlo, mentre con le mani accarezza dolcemente il ventre di Ninfa.
Poi, quando ha finito, si china a baciarla sulla fronte. E se ne va.
Biagio e Ninfa non parlano, come automi si mettono a letto e dormono.
Ninfa si sveglia che è mattino. La notte non l'ha impaurita. Ha dormito. Come fanno tutti. A Biagio è già al lavoro.
Biagio arriva sul campo e trova il padrone ad aspettarlo. - Biagio" gli dice "sono vecchio. Non posso occuparmi della terra e i miei figli vogliono andare all'università. Così ho pensato che tu diventi sovrastante, della terra ti occupi tu. La terra resta mia ma il prodotto ce lo dividiamo. E andiamo dal notaio dove faccio testamento. Appena muoio questa terra sarà tua. Lo sai che ho altri terreni e le case. Quelli vanno ai miei figli. Ma questa collina è concimata col tuo sudore e te la sei guadagnata. -
Sono trascorse tante settimane e Biagio ha lavorato sodo per organizzare la sua nuova vita. La banca gli concede un piccolo credito agricolo, mette su un capanno per la trasformazione del prodotto, assume quattro giovani. Le cose funzionano. Adesso è stanco e mastica ancora un filo d'erba sotto il carrubo. Guarda il casale di nuovo deserto, Era tornato ad esserlo già il giorno dopo a quello che lei e Ninfa sono stati d'accordo a giudicare uno strano sogno. Il casale è chiuso come è sempre stato, non c'è anima viva. Biagio sorride mentre le cicale cantano.
- Biagio, Biagio... - E' la voce di Ninfa, la vede salire lungo il crinale quasi correndo. - Che c'è sangue mio? Che c'è? Che capitò? -
Ninfa arriva affannata, ansante... ci vuole un po' prima che riesca a parlare. - Biagio, sono andata dal dottore... non c'è dubbio. Sono incinta - .
Biagio non riesce a parlare, un nodo gli serra la gola, le lacrime battono i record per sgorgare dai suoi occhi, Ma un uomo non piange davanti a una donna, così abbraccia Ninfa e appoggia la testa sulla sua spalla mentre la stringe forte a se. E vede, vede un lampo biondo a una finestra del casale, un viso da ragazzina, un sorriso sereno e una mano che si agita a dire - Ciao... -

Narratore

Biblioteca
 
Community
Redazione RS
Novità
Biblioteca

Biblioteca

 
.: RossoScarlatto Community :.