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Racconto n° 2411
Autore: Madamesnob Altri racconti di Madamesnob
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RossoScarlatto, come il sangue del Demone. Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto The Game, il gioco del sesso e della follia. Confidence, le confessioni di una escort Stranger, uno scandalo politico francese Remember, fantasmi dal passato. Veleno, scorre dentro il sangue e ti porta via. The Dreamer, alla ricerca del sogno proibito Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere Velvet, donne al di sopra di ogni sospetto.
 
 
L'amante di mia madre
Quello era l'amante di mia madre.
Da non crederci.
Sapevo esisteva. La vedevo rientrare in casa con una luce diversa negli occhi. Lei, così acida e stanca, ora sembrava attraversare la vita con leggerezza, frivola quasi. Trascurava i lavori in casa, dimenticava di comprare il latte, s'incantava davanti allo specchio con un impercettibile sorriso in punta di labbra.
E poi c'erano le veline. Quei fogli fruscianti e colorati che giacevano piegati con cura nel cassetto della carta da regali. L'avevo scoperto per caso un mese prima, al suo compleanno. Le avevo comprato un ciondolo a goccia, etnico ma raffinato. Quando l'avevo scorto in una vetrina del centro, avevo pensato che sul suo decolleté abbronzato sarebbe stato perfetto. Così l'avevo acquistato con largo anticipo, con l'idea di prepararle un pacchetto su misura, avvolgendolo prima in una velina rosa pallido, e poi nella carta di riso coi petali di rosa secchi che lei amava tanto. Un nastro di raso bordeaux e sarebbe stato perfetto.
E' stato così, aprendo quel cassetto comune per mettervi la carta avanzata, che avevo trovato quel fascio di veline levigate, chiaramente usate, declinate nei toni del rosso, del viola fino al blu notte. Ho pensato subito ad un uomo. Non che mia madre non sia raffinata, anzi, ma è donna viziata e se c'era tanta carta nel cassetto non era certo stata lei a procurarsela, secondo me era un suo feticcio, qualcosa che lei aveva deciso di tenere perché legata ad un episodio o ad un'emozione particolari. L'aveva lisciata minuziosamente con le dita, sembrava l'avesse accarezzata a lungo come ad indugiare su un ricordo piacevole.
Non avevo indagato ulteriormente. M'infastidiva un poco quel suo nuovo modo di muoversi danzando, il fatto che non ascoltasse più, o meglio, meno di prima, con un'assenza che non era più però mesta autocommiserazione quanto piuttosto una segreta gioia leggiadra che l'accompagnava tra le stanze.
Già. Le stanze. Il suo vezzo dice lei. La sua follia dico io. Si era rifiutata categoricamente di modificare la struttura originaria della villa. Eppure non tutti i muri erano portanti. Si sarebbe potuto strutturare un appartamento più moderno. Invece lei aveva insistito. Voglio tutte le stanze in fila aveva precisato. Proprio come sono ora. Un anello perfetto di camere consecutive, grandi porte a due ante che si aprivano una dopo l'altra sulle stanze della casa. E così, per andare nella sua camera dal soggiorno, si dovevano attraversare quattro ambienti. E il suo bagno personale, quello con la vasca ovale satinata, era l'ultimo pezzo di quel puzzle circolare.
E' lì che l'ho visto.
Probabilmente mia madre credeva di riuscire a nasconderlo.
Ero rientrata a casa prima dal lavoro, la testa mi doleva, non avevo pratiche urgenti da sbrigare e avevo deciso di prendermi qualche ora di vacanza uscendo prima dall'ufficio. La mia idea era proprio quella di prepararmi un lungo bagno in quella vasca gigante. Mia madre era quasi certamente fuori. Ultimamente usciva spesso. Con le amiche diceva. Con l'uomo delle veline dico io. Ad ogni modo ovunque fosse non mi interessava, l'importante era che la casa fosse vuota.
Mi piace camminare nuda lungo le stanze, mi dà un senso di libertà. Nella bella stagione spalanco anche le grandi finestre e lascio che il vento mi accarezzi col fruscio degli alberi vicini, mi porta profumi lievi, che mi distendono. Non era abbastanza caldo ora, anzi, l'aria fredda sbatteva sugli alti vetri e non vedevo l'ora di immergermi nella vasca. La casa era vuota come pensavo, o meglio, così credevo. Percorsi le stanze fermandomi nella mia, sfilai gli stivali lasciandoli aperti, sfioriti sul tappeto. Levai la gonna e la camicia, presi dal comodino gli slip puliti e una maglietta comoda e mi diressi verso il bagno di mia madre. Vidi la luce accesa, ma non pensai ad un intruso. La casa era in silenzio. A parte il vento, certo. Pensai che mia madre aveva dimenticato di spegnerla; ve l'ho detto, di recente era sbadata e oramai non mi stupivo più di niente. Anzi, probabilmente non pensai neppure. Questo ragionamento l'ho fatto solo in seguito. Sul momento infatti aprii soltanto la
porta, senza pormi domande. Rimasi paralizzata. L'amante di mia madre era in piedi, nudo, davanti allo specchio. Che fosse lui era ovvio. Dubito che un ladro entri senza scassinare la porta e si dedichi ad un bagno rilassante. La vasca era ancora piena, fumante. Lui mi volgeva le spalle. Era un gigante. Una sorta di Hulk Hogan con la pelle arrossata dal calore dell'acqua. Aveva i capelli lunghi, incollati come alghe brune sulla nuca forte. La schiena sembrava possedere una vita propria, come se una scintilla guizzasse sotto la pelle tesa. Doveva essere alto due metri, o poco meno. Un colosso. Le gambe grosse e muscolose ben piantate al suolo. Si stava radendo.
Sarebbe stato inutile fuggire, o forse non lo feci per curiosità, o per un incanto oscuro chissà. Volevo vedere bene quell'uomo. Come poteva essere la stessa persona che incartava con la velina? Da non crederci. Come poteva quell'energumeno essere l'amante di mia madre? Li immaginai subito a letto. Quella figura imponente che copriva il corpo gracile di mia madre. Non riuscivo a capacitarmi.
In quel momento lui mi vide riflessa nello specchio appannato. Mi sorrise, per nulla in imbarazzo, e si voltò piano. I miei occhi si catalizzarono sul suo sesso. Non disse nulla. Io nemmeno. Me ne stavo ferma, in piedi, con le dita ancora premute sulla maniglia umida, a guardare quel cazzo enorme. Si stagliava come una colonna tra le sue gambe, duro, eretto e sfacciato come quel suo sorridere sornione. La lingua mi s'incollò al palato, non avevo più saliva, tutto ciò che di liquido c'era in me era sceso di colpo tra le anche, come una cascata calda. Rimasi così per un tempo interminabile poi, come un automa, allungai le mani dietro la mia schiena e con un gesto veloce, quotidiano, sganciai il reggiseno. Il perché non ve lo so dire. Ero divenuta improvvisamente vapore. Acqua e desiderio. Le mie mani si erano mosse spinte da una sorta di gratitudine, di legge del contraccambio. Volevo mostrarmi a lui come lui si era involontariamente mostrato a me. I capezzoli appuntiti sembravano sfidare quel sesso smisurato, così dritti parevano sollevare la forma morbida e tonda del seno. Quella visione bucava i suoi occhi grigi, me ne resi conto. Ma non fu lui a muoversi, lo ammetto. Fui io, trasportata da quell'energia torbida, ad avvicinarmi, ad inginocchiarmi tra le sue gambe e a chiudere gli occhi mentre il calore mi svelava nota su nota il suo odore. Con la lingua percorsi le vene gonfie, rami ritorti di passioni vissute, di fiche apertesi timorose di fronte a quell'imponenza. Lui rimase fermo, allargò lievemente le gambe come ad essere più stabile e mi osservò attento mentre disegnavo tracce liquide sul suo cazzo. Finalmente il suo sapore emergeva, sovrastava il profumo denso del sandalo e mi raschiava la gola. Avrei voluto inghiottirlo tutto. Mi faceva sentire così piena, perfetta. Sentivo le labbra gonfiarsi, arrossarsi su quella pelle scura. Il piacere mi scendeva in gola come un'onda fluida, come il più suadente dei vini. Non avevo fretta alcuna, il cervello era rimasto fuori da quel bagno, al freddo, prima della porta. Non c'era altro spazio che quel bagno umido, altro tempo che quel leccare languido.
Fu lui a risvegliarmi. Mi afferrò inaspettatamente per le spalle, mi sollevò di forza, stringendomi le braccia come a farle combaciare nella presa. Mi mise seduta sul lavabo, mentre io lo lasciavo fare come fossi una bambolina tra le sue mani, mi aprì le gambe con fermezza e poggiò la sua punta sul mio sesso, senza spingere, così, una carezza leggera e sensuale, bacio di sessi sconosciuti che si annusano per la prima volta, il mio piccolo di bambina, il suo grandioso di titano.
Strano un uomo del genere sia capace di tale accuratezza. Cominciavo a capire la scelta di mia madre. Doveva essere quasi fuggita la prima volta che lo aveva visto. Non è decisamente il tipo d'uomo con cui passa le sue serate occasionali. Ma ora, mentre mi spingeva dentro questo suo cazzo meraviglioso, mentre teneva gli occhi nei miei a scrutare ogni sussulto, capivo. Doveva aver intravisto la sua energia, quest'alone irresistibile d'ironia misto a fermezza. Chissà come ci era riuscita. Vedendolo mangiare una brioche al bar forse? Seduto al bancone, con le gambe troppo grandi per star comode sullo sgabello, una tazzina di caffè, davanti a lui così piccola, e la sfoglia tiepida tra le mani. Deve averlo visto affondare i denti senza fretta mentre guardava la cameriera. Sì, dev'essere andata così.
Finalmente affondò. Spinse con tutto il suo corpo mentre di riflesso la mia schiena s'inarcava verso lo specchio. Con gli occhi socchiusi intravedevo la mia immagine rovesciata, i capelli che ondeggiavano, le braccia senza volontà che trascinavano i polsi sul piano bagnato. Rimase dentro di me, immobile, per un tempo infinito, poi si ritirò per un breve tratto e penetrò più velocemente, dondolando abilmente il bacino a dipingere volute nel mio sesso. Galleggiavo nel suo respiro intenso e lasciavo mi trasportasse via piano, senza pensieri, senza colpe, un fluttuare di desiderio senza passato né futuro. Mi scopò a lungo, languidamente, e in quel non-tempo liquido liberai la mia anima come mai era successo prima.



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