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Racconto n° 243
Autore: Cesare Paoletti Altri racconti di Cesare Paoletti
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Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto Stranger, uno scandalo politico francese Confidence, le confessioni di una escort Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere My Story, il coraggio di affrontare la verità Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Debacle, il prezzo della verità. Exhibition, sembrava solo un gioco.
 
 
Nostalgia di settembre
Simone era dirigente in una ditta di medie dimensioni che si occupava di prodotti informatici.
Quaranta anni, una moglie casalinga e innamorata, un bello stipendio, una carriera lineare e abbastanza rapida che lo aveva portato in giovane età alla qualifica dirigenziale.
Aveva il suo ufficio, piccolo ma funzionale e ben arredato, con una scrivania di noce sulla quale stavano un computer, un portapenne, un telefono, una lampada da tavolo in stile moderno e alcuni documenti di lavoro, disposti in bell'ordine, una sedia in pelle sintetica dietro la scrivania, sulla quale passava lunghe ore di lavoro, una pianta in un angolo vicino alla porta, per riempirsi gli occhi e la mente con un po' di natura, un attaccapanni, un armadietto di metallo con libri e documenti vari, due poltroncine per gli ospiti.
Le pareti erano adornate con alcuni quadri che raffiguravano fiori e nature morte.
Quella mattina, guardando fuori dalla finestra, vide il cielo di settembre, azzurro e trasparente, pulito e limpido. Non una nuvola.
Era una mattina come tante altre, rallegrata dal sole dolce di settembre che splendeva sopra le case della città che quiete si lasciavano carezzare dalla sua luce morbida e calda.
Settembre. Nostalgia e ricordi.
Giusto un anno fa fu assunta una ragazza, Michela, in sostituzione della sua segretaria che era andata in maternità.
Ricordava perfettamente il giorno in cui un'impiegata dell'ufficio del personale gliela portò nella sua stanza per presentargliela.
Piccola, bionda, un viso grazioso dai lineamenti delicati, un nasino proporzionato e rivolto all'insù, gli occhi azzurri e vivaci, che lo fissavano con un po' di timore e d'imbarazzo, il timore del primo giorno di lavoro in un ambiente nuovo. E la vitalità dei vent'anni che sprigionava dal suo sguardo tenero e impacciato.
"Dottore, le presento Michela, la nuova segretaria che inizierà oggi a lavorare con lei al posto di Silvia." Le parole di circostanza dell'impiegata dell'ufficio del personale gli attraversarono la mente senza che quasi le udisse.
"Buongiorno." Che voce d'angelo! Chi era quella creatura che sembrava venire direttamente dal Paradiso.
"Buongiorno!" Le rispose meccanicamente, mentre continuava a fissarla colpito dalla sua bellezza. Una bellezza che non avrebbe scordato mai più.
Un anno era passato, e Michela adesso non c'era più. Ma il ricordo di lei era incancellabile.
La rivedeva, la rivedeva con quel suo corpicino esile e armonioso, la rivedeva con le sue minigonne e le gambe ben fatte che gli facevano perdere la testa, la rivedeva quando il suo capino biondo si affacciava alla porta a vetri del suo ufficio e lei bussava rispettosa prima di entrare sorridendo per portargli la posta o lettere e documenti da firmare. Quel sorriso dolce.
Gli veniva voglia di piangere e guardava fuori l'azzurro e la sua mente si perdeva nel cielo di settembre e avrebbe voluto che Michela fosse ancora e sempre la sua segretaria.
Fin dai primi giorni si era innamorato di lei, della sua giovinezza, del suo sorriso, del suo corpo, della sua voce dolcissima, della sua disponibilità nel lavoro.
La chiamava e lei arrivava. Bastava alzare il telefono, una parola, e lei era da lui per ricevere ordini ed eseguire quanto le chiedeva.
Quella mattina non riusciva proprio a far nulla. I ricordi e la nostalgia gli si affollavano nella mente, e il suo cuore si riempiva di tristezza.
Gli dava del lei. Lui invece fin dall'inizio le dava del tu, ma per un po' non ebbe il coraggio di chiederle di dargli del tu. Sperava lo facesse da sola.
Quando gli veniva vicino, alla scrivania, per portargli qualche documento da firmare, avrebbe voluto che restasse sempre lì, accanto a lui, e ne assaporava la presenza dolce e il profumo, e sentiva su di sé quel sorriso come una morbida carezza sulla pelle, e la sua voce gli entrava nell'anima come musica celestiale.
Passavano i giorni, e lui non sapeva come manifestare a Michela l'amore e il desiderio che aveva per lei. Temeva di essere respinto o che in ditta si mormorasse alle sue spalle di una storia con la sua giovane e graziosa segretaria.
Michela non aveva dato fino a quel momento segni di innamoramento o attrazione per lui. Era sì molto carina e disponibile, sempre sorridente e dolce, ma quel comportamento pareva più di circostanza che dettato da reale simpatia. Sembrava insomma che volesse farsi benvolere per un'eventuale riconferma al termine del periodo di sostituzione, e comunque era una ragazza che teneva a far bene il suo lavoro e che s'impegnava per svolgere al meglio i compiti che le venivano richiesti.
Bella e brava, insomma. Aveva proprio tutte le qualità.
"Dottore, le porto la posta!" Era Silvia, la sua segretaria da una vita, che entrando lo distolse dai suoi ricordi.
Silvia non era bella. Trenta anni, felicemente sposata con due figli, era la classica segretaria alla quale si può chiedere di fare solo la segretaria. Efficiente quanto basta, discreta, non invadente, faceva quel che doveva con capacità e scrupolo, ma purtroppo non aveva il fascino e la simpatia necessari per far vibrare un uomo.
"Entri pure, Silvia, e lasci pure qui sul tavolo."
Fu di nuovo solo con i suoi ricordi. La posta poteva attendere.
Un giorno Michela entrò nel suo ufficio con una minigonna che metteva in evidenza le gambe, così belle che sembravano uscite dallo scalpello di Michelangelo. La camicetta sbottonata sul petto lasciava intravedere il reggiseno.
"Dottore, mi ha chiamata?"
"S-Sì." riuscì appena a balbettare. Il solito sguardo sorridente e dolce gli feriva il cuore come una freccia acuminata.
Dio mio. Quanto sei bella e come ti vorrei, qui, adesso.
Gli si avvicinò e attese un po', sorpresa di vedere il suo capo così imbarazzato.
"Vieni qui, Michela. Cos'è questo documento?" Era una banalissima scusa per farla venire vicino, e lei si piegò sulla scrivania per guardare il documento che lui le aveva indicato.
Si piegò di quel tanto che bastò per permettere al suo sguardo di entrare dentro la camicetta e sbirciare i piccoli seni, che premevano sodi e tondi contro il reggiseno bianco. Avrebbe voluto affondare il viso là, in mezzo a quella carne morbida come seta.
"Dottore, ma è l'ordine d'acquisto di un computer che le ho portato ieri." L'incantesimo si era rotto, e lei si rialzò, e i piccoli seni si nascosero nuovamente dietro quella stoffa crudele, sottraendosi al suo sguardo.
"Ah, sì. E' vero. Hai ragione. Bene. Mandalo avanti." Michela fece per andar via.
"No. aspetta un attimo."
Si fermò e lo guardò con aria interrogativa.
"Fra mezz'ora andiamo a prendere un caffè alla macchinetta al piano di sotto!" Trovò la forza di fare quell'invito, il primo dopo un mese da quando Michela era la sua segretaria.
Lei restò per interminabili secondi in silenzio, guardandolo con una certa sorpresa, secondi che gli parvero ore.
"Va bene, dottore." E con un sorriso velato di curiosità uscì.
Si sentì invadere da una profonda euforia. Aveva accettato l'invito! Avrebbero preso il caffè insieme!
Al diavolo i pettegolezzi dei colleghi, al diavolo tutto. Adesso gl'importava solo di Michela.
Si rese conto che l'unico motivo per il quale veniva a lavorare era vedere lei e stare con lei e sognare lei.
Alla macchinetta del caffè a quell'ora non c'erano altri dipendenti. Erano soli.
Le offrì il caffè, e mentre se lo sorseggiavano piano lei stava in silenzio, un po' imbarazzata.
Simone ruppe il ghiaccio: "Allora, Michela, come ti trovi. Ormai sei qui da noi da un mese."
"Bene dottore, bene davvero. Ho trovato persone molto gentili, e l'ambiente mi sembra umano. E anche lei è molto gentile con me."
Gli si aprì il cuore. "Per favore, dammi del tu. Sennò mi fai sentire più vecchio di quel che sono!" "Ma. Non so se ci riesco."
"Te lo ordino." Fece sorridendo.
Lei si mise a ridere di cuore, e lui si sentiva sempre più perso dietro a quel sorriso d'angelo.
Da allora cominciò a dargli del tu, e lui ne fu felice.
Un'abitudine che aveva Michela, e cha a lui piaceva tanto, era quella di lasciargli dei bigliettini sulla scrivania, la mattina prima che lui arrivasse in ufficio.
Quando apriva la porta della sua stanza la prima cosa che faceva era guardare sulla scrivania per vedere se c'era il foglio di carta sul quale Michela era solito fargli qualche comunicazione di lavoro.
Non si trattava delle solite fredde frasi tecniche, ma c'era sempre qualche riferimento personale, qualche frase spiritosa o carina, e tutto ciò gli faceva struggere il cuore.
Un giorno, per esempio, alla fine della comunicazione diciamo così di servizio, Michela, sapendo che la sera prima lui era stato in piscina e che la mamma era solita preparargli degli ottimi dolci, lasciò scritto il seguente postscriptum: "Com'è andata ieri sera in piscina? Ti sono bastati i dolcetti che ti ha preparato la mamma? Ciao Micky".
Si firmava sempre così, Micky. Quel diminutivo adesso gli riempiva la mente come una parola magica, carica di una profonda carica emotiva. Micky.
Dove sei adesso, dolce Micky? Come ti desidero.
"Dottore. Le ricordo che fra mezz'ora ha la riunione con i capiarea!" E che diamine. Silvia lo perseguitava stamani, mettendosi fra lui e i suoi dolci e struggenti ricordi.
"Sì sì. Lo so Silvia. Grazie. Intanto scenda giù a preparare la sala riunioni e porti tutto il materiale da proiettare!"
"Va bene dottore." E lo lasciò di nuovo solo con i suoi ricordi, che sembravano volare su nel cielo azzurro di settembre, come uccelli in cerca di libertà.
A proposito di riunioni, una volta portò con sé Michela ad una riunione con i capiarea. Doveva proiettare dei lucidi, e incaricò Michela di aiutarlo.
La presentò a tutti dicendo che quella ragazza era il suo angelo custode, e Michela un po' impacciata mise il primo lucido a rovescio, e poi nel tentativo di sistemarlo per il verso giusto lo fece cadere a terra.
Michela arrossì e andò un po' nel pallone, tanto che lui dovette aiutarla a sistemare il lucido. Lui sdrammatizzò quella situazione imbarazzante con una battuta che fece ridere tutti: "Anche gli angeli custodi talvolta hanno bisogno di noi umani."
Rivedendo nella sua mente quell'episodio sorrise di un sorriso triste e anche il sole sorrideva lassù nel blu.
E poi la memoria corse al giorno in cui per la prima volta le manifestò il suo desiderio di lei.
Una mattina la chiamò con una scusa nel suo ufficio, e lei entrò, e gli apparve ancor più bella e desiderabile del solito. Indossava una camicetta celeste aperta davanti e un paio di pantaloni bianchi. Gli si avvicinò, restando in attesa delle sue disposizioni.
Sentiva di avere un certo potere su di lei, essendo il suo superiore, ma non voleva approfittare di questa autorità.
"Michela, devo dirti che sei davvero molto carina e che mi piaci molto." Le parole gli uscirono quasi di getto dalla bocca, e dopo averle pronunciate si sentì come liberato di un peso, ma poi ebbe paura di essersi spinto troppo in avanti, e rimase in silenzio, con lo sguardo rivolto in basso sulla scrivania, ad aspettare la reazione della ragazza.
"Grazie." Fece lei con tono sorpreso.
E poi il silenzio scese fra loro.
Lunghi attimi d'imbarazzo, ma ormai il dado era tratto, e bisognava andare fino in fondo: "Ecco... io. sento di desiderarti davvero tanto. Non saprei come fare senza di te. Vengo in ufficio solo per vedere te, per sentire la tua voce, per parlarti, per stare accanto a te. Penso di essermi innamorato di te, Michela. I tuoi occhi, il tuo sguardo luminoso. Sei bella e ti desidero. Mi sembri un angelo sceso dal cielo, e rimarrei incantato ore a contemplarti, come si contempla un'opera d'arte. E tu sei un'opera d'arte vivente."
Adesso tirava fuori un po' confusamente la sua vena poetica, e mentre parlava si alzò e le venne vicino, e poi cominciò a carezzarle il bel viso.
Michela non parlava e non si mosse mentre la mano di lui le sfiorava le guance e passava sul naso, seguendone i contorni, per poi scendere sul mento e sul collo.
A questo punto lei fece un passo indietro, sottraendosi a quel contatto che la turbava, ed aveva perduto il suo sorriso dolce e un'ombra di timore come una nuvola passò nel cielo del suo viso: "Dottore. ecco. io, non so. non so se."
Adesso gli dava di nuovo del lei! Oddio, forse aveva sciupato tutto, forse aveva corso troppo. "Scusami Michela, scusami, io non volevo. Scusami davvero. Forse mi sono lasciato trasportare troppo"
"No no, è che io. non so se si può. ecco, anche tu mi piaci, però sono qui da due mesi, e. forse non dobbiamo."
Aveva detto che lui le piaceva! Quelle parole dette con la sua vocina angelica e timida gli entrarono nel cuore come una grande luce e gli dettero una gioia immensa, di quelle che si provano poche volte nella vita.
Si erano dichiarati, e quello fu davvero un gran giorno.
Da allora fra loro s'instaurò una segreta complicità. Per ovvii motivi di opportunità dovevano fingere un rapporto esclusivamente professionale, ma quando erano soli nell'ufficio parlavano confidenzialmente e lui svestiva i panni del dirigente d'azienda e lei quelli della segretaria.
Il telefono. Lo squillo acuto e invadente del telefono lo riportò nel suo ufficio.
"Chi è?"
"Dottore, sono Silvia. Qui è tutto pronto!" Accidenti quanto era efficiente stamattina Silvia, un'efficienza che gli dava fastidio perché non gli permetteva di proseguire la sua ricerca del tempo perduto.
"Va bene, Silvia. Grazie. Scendo fra dieci minuti. Intanto vada a prendersi un caffè!". E adesso speriamo di essere lasciati in pace!
E poi il ricordo corse a quando per la prima volta si masturbarono a vicenda, nel suo ufficio, correndo rischi tremendi di venire scoperti.
Erano passati pochi giorni dal giorno della dichiarazione. Michela stava in piedi accanto alla scrivania, dopo avergli portato delle lettere da firmare. Indossava una gonna che le arrivava sopra al ginocchio, e gli stava molto vicino, a portata di mano, e lui non seppe resistere.
Ad un certo punto, mentre leggeva una lettera prima di firmarla, portò una mano sul sedere di Michela, e cominciò a palparne le morbide rotondità.
"Ma che fai. Qui è pericoloso, possono vederci." Disse lei, ma nella sua voce c'era scarsa convinzione, perché lo desiderava.
"Qui non entra nessuno, e poi mi piace rischiare."
Presto la mano passò davanti, entrò sotto la gonna, risalì lungo le cosce e trovò gli slip.
Lei stava immobile, aspettando il piacere che quella mano stava per procurarle.
Afferrò i bordi degli slip e li fece scivolare giù, lungo le cosce, lentamente, fino a terra. Adesso Michela era nuda sotto la gonna.
Presto la sua mano s'immerse nuovamente sotto la stoffa alla ricerca del tesoro che là si nascondeva. Trovò subito il folto boschetto e lo carezzò più volte, giocò con le dita con i peli arricciati, divertendosi a stirarli e a carezzarli.
Poi percorse su e giù il bordo delle grandi labbra, esplorandone piano i contorni, e le scostò per immergersi nel mistero della femminilità. Le dita carezzarono le umide pareti della vulva prima di sprofondare nella vagina. Vi infilò completamente l'indice e il medio che si fecero strada nuotando in un mare di caldi umori.
Il respiro di Michela si era fatto rapido e affannoso, e il piacere cominciava a dipingersi sul suo volto. Bellezza e piacere si mescolavano in una sinfonia di sospiri, di espressioni languide del viso, di gemiti, di sguardi persi a contemplare il paradiso.
Poi estrasse improvvisamente le dita per portarsele alla bocca, e cominciò a succhiarle avido come un bambino dopo averle immerse nella cioccolata. Assaporò il profumo del suo sesso, il profumo della sua femminilità, che come una droga gli entrò nel cervello e nell'anima inebriandoli di sé.
Adesso conosceva il sapore di Michela, conosceva l'odore del suo corpo, del suo sesso, il profumo più intimo di lei.
Di nuovo tornò sotto la sua gonna, stavolta per cercare il suo clitoride, e lo sentì, turgido, duro e pulsante, bagnato di desiderio e di voglia. Cominciò a massaggiarlo, massaggiarlo, massaggiarlo, mentre Michela s'inarcava tutta contraendo l'addome ed emettendo gemiti di piacere. Fino all'orgasmo, che le attraversò il corpo come una potente scossa elettrica, lasciandola poi esausta e stordita.
Si appoggiò alla scrivania respirando forte, per riprendersi da quel momento di piacere fisico così intenso che l'aveva spossata.
Ci fu silenzio per un po'.
Poi Simone si sbottonò i pantaloni e tirò fuori il suo membro, gonfio ed eccitato. Aveva sempre in mente l'espressione di Michela che glielo vedeva per la prima volta, piena di curiosità e desiderio, di timore e di sorpresa.
Lui le prese la mano che esitava, e la portò su quel palo di carne che pulsava di desiderio. Poi la lasciò, e lei seppe da sé cosa doveva fare.
Cominciò a far scorrere la pelle su e giù lungo l'asta, dapprima con movimenti lenti e incerti, poi sempre più veloce, scoprendo e ricoprendo il glande violaceo che sembrava dovesse scoppiare da un momento all'altro.
Simone si lasciò andare sulla sedia, con la testa all'indietro, e sentiva sempre più il piacere che saliva come un'onda potente e inarrestabile, fino all'esplosione che inondò di sperma la mano di Michela, le sue dita piccole e affusolate, le sue unghie curate e laccate.
Nei mesi successivi ebbero altre esperienze sessuali, nel bagno e nel suo ufficio nella pausa pranzo, e si videro qualche volta anche fuori dal lavoro.
Una volta fecero l'amore in macchina, la sera dopo cena.
Lui era uscito di casa dicendo alla moglie che aveva una cena di lavoro. La cena ce l'aveva davvero, ma con Michela, e non certo di lavoro.
Gli sembrò di essere tornato indietro di vent'anni, quando andava ad imboscarsi in luoghi appartati e bui con la ragazza del momento in una Panda rossa dai sedili duri e scomodi, ma che la forza della passione e del desiderio gli faceva sembrare meglio di una camera matrimoniale del Grand Hotel.
Con Michela riviveva le stesse emozioni forti di quegli anni eroici. La differenza era l'auto, non più la mitica Panda rossa, ma una molto più confortevole e spaziosa Lancia Lybra Station Wagon.
E poi c'erano altre differenze non da poco: una moglie, una casa, un lavoro di responsabilità.
Al diavolo! L'importante adesso era lei, solo lei. Voleva il suo corpo, voleva il suo sesso, voleva la sua anima, voleva Lei, tutta Lei e solo Lei!
E quei mesi dolci e pieni di passione passarono veloci come il lampo nel cielo.
Finì il periodo di maternità di Silvia, finì il suo rapporto con Michela, finirono quella primavera del suo cuore e quello stato di grazia che gli davano la sensazione di vivere in un mondo incantato, magico, nel quale cose e persone non erano più quelle reali, ma parevano come i personaggi di una fiaba, una fiaba dove lui e Michela erano i protagonisti assoluti e incontrastati, dove il loro amore e la loro passione erano una forza invincibile che teneva lontani tutti i mali del mondo e li preservava in uno stato di eterna felicità.
"Dottore, i capiarea sono già arrivati in sala riunioni."
Il sogno era svanito. Silvia, l'Efficienza fatta persona, lo richiamava alla realtà.
"Scendo subito, Silvia. Verifichi che il proiettore sia a posto!"
Raccolse le sue carte dalla scrivania, si sistemò il nodo della cravatta, si mise la giacca, e prima di uscire dall'ufficio guardò ancora una volta il cielo azzurro di settembre, bello e puro, luminoso.
Michela aveva attraversato per un attimo il cielo della sua vita bella e pura e luminosa come una stella.
Si voltò con una smorfia verso la porta e uscì.

Cesare Paoletti

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