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Racconto n° 2549
Autore: Giulia Lenci Altri racconti di Giulia Lenci
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Brehat, alla ricerca del blu di Chartres Tribe, tre enigmi per un solo mistero. Rebel II,  la conferma di ogni sospetto La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Orchid Club, il piacere tecnologico L'Equilibrio di Nash, la voce delle stelle Voyage, la via della perdizione. Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Afrikaans, il respiro della savana.
 
 
Onirica
Non era un inverno come gli altri, anche se tutto lo portava a credere. I gesti certo, erano gli stessi. Gli orari. Persino i sorrisi. Stentava a riconoscersi, sentendo la propria voce dire parole che non aveva pensato. Erano lì, da qualche parte nella sua testa, come sedimenti dimenticati. Sgorgavano leggere e vuote. Soltanto gli altri parevano riconoscerle. Forse le aspettavano. Erano dovute, tutto qui. Le ore scorrevano e quasi non se ne accorgeva. Il suo pensiero galleggiava altrove, in una dimensione ancora a venire. Non il futuro, che ormai non le importava. Non il domani, che non aveva più senso. Era un tempo imprecisato, quello che le interessava, articolato nei suoni gutturali di una voce. Che poteva arrivare in qualunque momento del giorno. O della notte. E lei si trovava ad essere se stessa. Un animale ingordo, che sbrana brandelli di vita senza curarsi di niente e di nessuno. Era già successo. Sapeva che sarebbe di nuovo accaduto, come e quando avrebbe voluto lui.
Lo squillo del telefono.
Neanche le provocava il batticuore. Anestetico puro. Bastava un trillo e le fibre nervose interrompevano le connessioni. Quelle che non servivano. Restavano integre soltanto quelle necessarie, residui arcaici, adatti alla sopravvivenza bruta. Allora si alzava con calma e si stupiva delle mani senza tremito, mentre rispondeva con il tono piatto di una superficie liquida, che sente giungere dal profondo il ribollire della tempesta. A volte credeva di sognare. Chiudeva gli occhi, ascoltando quella voce arrivare da lontano, da un imprecisato dove. Ma lei non voleva un sogno. Riapriva gli occhi e rispondeva, tentava una domanda, per una risposta che non avrebbe avuto.
- Sta' zitta e ascolta. -
E lei taceva, registrando mentalmente mozziconi di frasi storpiate apposta. Oppure no, ma anche questo non aveva alcun peso. E finalmente buttava all'aria tutto ciò che non le apparteneva, tutto ciò che rappresentava la sua vita fino a quel momento. O meglio, fino all'attimo in cui, per la prima volta, aveva sentito quella voce.
- Che ci fai, qui? Nel mio territorio? -
Si era spinta più lontano del solito, nel parco che imbruniva. Aveva bisogno di correre e le pareva di non toccare terra con le scarpe da jogging, fasciata nella tuta morbida e colorata. Rallentando e girandosi a indovinare i tratti di un'ombra appoggiata ad un albero, la sua mano afferrava il cellulare e il polpastrello individuava il tasto di soccorso. Cosa l'aveva fermata? Lo stesso motivo che la spingeva ancora adesso a rispondere con un sì a chi non faceva che aggiungere una tacca dietro l'altra ad ogni conquista. Una tacca, ecco cos'era. E mai si era sentita più di un segno sulla terra. E ogni volta che lui la prendeva, quell'incisione andava più a fondo, come se il suo sesso scavasse in lei una voragine da cui non avrebbe saputo risalire. O non avrebbe voluto. Era bello sprofondare. Se lo ripeteva ad occhi chiusi, nuotando nel buio delle palpebre. Il fatto è che non lo puoi spiegare a nessuno, come e perché inizia. D'altra parte, l'aveva mai spiegato a se stessa? Perché si era fermata. Perché aveva deciso di mordere la paura. Perché l'aveva lasciato avvicinare. Non aveva risposte, se non la più ovvia. Lo rivedeva ancora, quel sorriso strafottente. E la mano che lenta arrivava accanto a lei, saliva sul viso a scostarle una ciocca dalla fronte. Nemmeno un passo indietro. Nemmeno accennare una fuga. C'è un momento per ogni cosa. Da troppo discuteva sul destino. Vittime o artefici, una questione mai risolta. E di colpo si era trovata nella situazione giusta. Poteva scegliere. Scappare, gridare, divincolarsi, persino farsi uccidere. Aveva scelto e continuava a portare avanti la sua scelta, senza ripensamenti.
Lo scenario del parco allacciato dal fiume, una strada da abbandonare in fretta, mettendo distanza tra la vita di sempre e la propria. Poi nient'altro che i tonfi leggeri della corsa sul viale, l'aria che entra nei polmoni, immagini confuse di alberi e persone. Fino a. Fino ad un là diverso di volta in volta. A sorpresa. Ma sempre al medesimo posto: il suo territorio. Senza discutere. E il suo - Hello - improvviso, come un segnale che delimita uno spazio. Il fruscio nel sentiero d'erba secca, lo spezzarsi di piccoli rami, il rotolare di pietre ai suoi calci. Il cuore che dilata nel vuoto della mente, le labbra che disegnano la gioia di esistere, lì, in quel momento. E il freddo. Un velo che avvolge e accappona la pelle e scioglie i nodi e fa scivolare la tuta ingombrante. E il pensiero libero vola nella scia del destino, come una sfumatura diversa nella foschia del cielo. E poi soltanto l'incrocio di braccia e di gambe avvinghiate, la ricerca di pelle e la certezza di essere il gioco di qualcuno abile a divertirsi. Qualcuno che segna il suo possesso con uno schizzo tiepido dentro di lei, mescolandolo a ciò che in lei dice sì, solo e sempre sì. Ogni volta lo guarda voltarsi e andarsene. Ogni volta lo insegue sapendo che non lo raggiungerà e lo vedrà già lontano sfregiare con la punta di una lama il tronco di un albero. A ricordarle cos'è per lui. Una tacca, niente di più.

Giulia Lenci

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