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Racconto n° 2596
Autore: Malodo03 Altri racconti di Malodo03
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Debacle, il prezzo della verità. Confidence, le confessioni di una escort The Best, il gioco delle parti Mannequin, il successo e la riconoscenza Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia Danger, il pericolo viaggia nella mente X Stories, i mille volti di una straordinaria follia Brehat, alla ricerca del blu di Chartres Orchid Club, il piacere tecnologico Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto
 
 
Nell'oscurità, l'llusione
Conosco bene i miei silenzi, l'incapacità altrui di congiungersi con la mia intimità, l'alternarsi di luci e ombre.
Tutto questo nel quotidiano vivere. Ma io sono un animale notturno e le mie prede le inseguo e catturo al buio.

Nuovamente a caccia...
Iniziò il giorno in cui mi accorsi di desiderare di nuovo un uomo. Che cosa iniziò? L'ossessione.
Le immagini si frapponevano continuamente: io e lui, lui ed io.
Era un uomo sposato, ma io ero certa che la moglie non fosse mai riuscita a farlo gridare. A questo avrei provveduto io un giorno non troppo lontano.
Lo avrei braccato, sfinito e infine avrei ottenuto la sua resa. E soddisfatto la mia voglia.
Sapevo come fare, lo avevo già fatto, e la luce aveva trafitto il buio illuminando corpi avvinti in un unico abbraccio.
- Ti voglio per me - erano soliti dire.
- Io non appartengo a nessuno - rispondevo abbandonandoli.
Sapevo di essere fatalmente bella solo nel momento in cui decidevo di mostrarmi e quel momento per lui ancora non era arrivato.
L'uomo infatti all'inizio non si accorse di me. Eppure ci incontravano, ci sfioravamo persino, e quei contatti intriganti avevano per me il gusto del proibito, eccitavano i miei sensi. Vivevo segretamente una passione che presto ci avrebbe travolti.
Di notte lo lasciavo entrare nel mio letto trattenendolo fino al mattino. Sognavo di lui, delle sue mani serrate alle mie caviglie, dei segni lasciati sulla sua pelle, dei gemiti prima sommessi poi esplodenti, dei nostri corpi cinti. Al risveglio, tracce di noi, restavano sulle mie dita.

Una mattina, una mattina come le altre, ci sorprese davanti all'ascensore.
Lui era lì, con il suo abito elegante, le scarpe lustre, le mani dalle dita affusolate, il profumo leggermente speziato, meravigliosi occhi dal colore indefinito: uno strano miscuglio di giallo e verde. Attendeva, come me, di salire in cima all'edificio.
Non colsi nessun interesse da parte sua nei miei confronti. D'altra parte, io indossavo un cappellino di lana calato sulla fronte e il mio corpo restava celato sotto un pesante, austero, cappotto nero.
- Lei a che piano sale signorina? - mi chiese con voce roca.
Certamente è un accanito fumatore pensai.
- Settimo, grazie. -
Pigiò il tasto.
- Risorse umane. -
- Mi scusi? -
- Al settimo piano c'è l'ufficio risorse umane. -
- Lo so, ci lavoro. -
- Lavora anche lei per la Andreoli & Partner? - chiese stupito.
- Sono stata assunta due mesi fa come responsabile del settore formazione. -
- Così giovane e ha già un incarico importante – disse compiaciuto. In bocca al lupo allora. -
Decisi di tentare la carta dell'ingenua.
- Ne avrò bisogno. Si dice che il direttore generale sia un vero bastardo, sottomesso ai capricci di una moglie invadente. Ho imparato a temere gli uomini che dipendono da una donna. - Il tono della mia voce si fece volutamente severo.
Le porte dell'ascensore si aprirono ma lui rimase accanto a me.
- Un giorno lo incontrerà. Gli faccia capire che sa. -
Le porte automatiche si chiusero alle mie spalle inghiottendolo nel vano ascensore.
Sei fregato. Sono certa che farai di tutto per incontrarmi nuovamente.
Quella notte, lo volli ai miei piedi, prono, supplicante, vulnerabile. Lucide manette di acciaio tenevano i suoi polsi legati al letto e nulla poterono i suoi contorcimenti. I miei denti gli mordevano la schiena, le spalle, le sode natiche. La mia lingua si muoveva rapida dall'inguine al petto evitando di sfiorare il membro eretto. Le mie labbra cercavano la sua bocca succhiandola di tanto in tanto.
Mi avvicinavo e mi ritraevo con i seni, strusciavo la mia peluria umida contro la sua carne calda, mi mostravo al suo sguardo lasciando che il desiderio lo tormentasse. Ma il mio corpo era tutto ciò che poteva vedere. Il mio volto era celato da un velo nero.
- Stai fermo - gli gridavo. E lui obbediente tornava accovacciato sotto di me aspettando che glielo prendessi finalmente in bocca.
E sognavo di noi, del suo membro dentro il ventre, sbattuto dalla mia fica.
- Muoviti piano, scivola nel mio dentro... non ancora... non subito... -
Tolsi il velo manifestando il mio volto.
Colsi il suo stupore.
- Prendimi in quella grande bocca dalle labbra carnose. Lasciami godere in quella grande bocca... sei troppo bella. - La sua supplica.
Nel sogno le labbra lo accolsero godendo dei suoi brividi, delle sue spinte, del suo seme.
- Liberami - disse con uno filo di voce.
La luce raccolse i miei spasimi.

- Sei convocata dal direttore generale alle undici - mi disse una mattina la mia segretaria.
Ero pronta per lui.
Andai nella stanza dello spogliatoio e aprii il mio armadio personale: cambiai abito. Fu divertente osservare che nessuno, al settimo piano, mi riconobbe quando mi diressi alle scale. Qualcuno si voltò. Uomini.
Nel salotto di attesa ero sola. Una signorina di bell'aspetto era intenta a scrivere al computer.
Un cicalino le fece alzare la cornetta di un telefono.
- Può entrare dottoressa Martini. Il direttore l'attende. -
L'attesa è finita per tutti e due. Il pensiero mi fece sorridere.
Entrai nella stanza dalle grandi vetrate panoramiche spargendo il mio profumo di donna.
Attento uomo, sto per catturarti.
Lui rimase seduto con un'espressione di incredulità. Si mosse sulla poltrona cercando una nuova posizione.
- Sorpresa dottoressa? -
- E lei, non è forse sorpreso? -
- A dire il vero sì. La ricordavo diversa. Mi ero riproposto di parlare con lei per chiarire... per sfatare le chiacchiere che girano su di me. Sa, ci ho ripensato a lungo e ho deciso di fare qualcosa per mettere fine a queste maldicenze. Io sono un uomo che prende le decisioni da solo, che gestisce questa società con successo, che nella vita ha lottato per affermarsi, quindi non saranno pettegolezzi da quattro soldi a rovinare la mia immagine. -
Ti stai agitando. Bene, bene.
- Io che cosa c'entro con tutto questo direttore? -
- Lei mi ha aperto gli occhi e vorrei un suo consiglio. -
- Ha impegni per la cena? - chiesi sfacciatamente.
- Veramente non ricordo, e normalmente non vedo i miei collaboratori fuori dell'ambiente di lavoro. Ma devo dimostrarle che sono un uomo risoluto quindi farò annullare eventuali appuntamenti. -
Oh sì che lo farai.
- Allora ci vediamo alle nove a casa mia. Cucinerò per lei, berremo del buon vino, parleremo di questi spiacevoli pettegolezzi e ognuno per la sua strada. Che cosa ne dice? -
L'uomo era imbarazzato, ma finse la padronanza delle sue emozioni.
- Mi dia l'indirizzo e la raggiungerò per la cena. Devo anche dimostrare di non essere un influenzato da mia moglie. -
Uscii dal suo ufficio sentendo il calore del suo sguardo tra le gambe.
Desiderami ora, aspettando la notte.
Si presentò con uno stupido mazzo di rose rosse che finirono in un vaso inutilizzato da anni.
Per l'occasione mi vestii con un abito attillato e scollato. Indossai scarpe con il cinturino e tacco a spillo, i capelli raccolti e sorretti da un piccolo fermaglio di tartaruga e profumati con essenza di gelsomino.
Lui indossava il solito abito colore grigio scuro, camicia bianca e cravatta nera a pois grigi che gli conferivano l'aria di chi deve andare ad una riunione di affari.
Lo immaginai aggirarsi per il salone senza vestiti. Nudo e vulnerabile. Nudo e sdraiato sul pavimento. La mia vittima sacrificale. Io il suo carnefice.
Sorrisi versando del vino in un bicchiere segretamente eccitata all'idea di domarlo.
- Posso brindare a questo incontro? - disse mellifluo.
- A noi due - risposi sbattendo le ciglia.
Fuori il buio dell'inizio di una lunga notte.
Sedemmo a tavola. La cena era pronta, il vino respirava da vari minuti, due esili candele profumavano e illuminavano l'ambiente.
- Le dispiace cenare a lume di candela? -
- No, anzi, parlare sarà meno imbarazzante. A proposito, io mi chiamo Andrea - disse porgendomi la mano - posso sapere il suo nome? -
- Io mi chiamo Caterina. -
- Dunque Caterina, nella mia azienda si vocifera che io sia un bastardo manipolato da una moglie bisbetica. E mi pare di capire che siete in molti a crederlo. Che cosa posso fare per riabilitarmi agli occhi del personale? In fondo l'esperta delle risorse umane è lei. - Cercava di essere distaccato e formale.
- Per sconfessare l'opinione che lei sia un bastardo, dimostri maggiore sensibilità e disponibilità nei confronti dei suoi collaboratori. Per convincerli che lei non è vittima dei capricci di sua moglie dimostri di avere più palle. - Lo dissi così, bruscamente, colpendo il suo intimo.
Bevve di un fiato mezzo bicchiere di vino.
- Ma io non devo dimostrare niente. Io faccio quello che voglio e basta. E se mia moglie non piace, beh, affari vostri. - Era irritato.
Sei mio.
- E' stato lei a chiedere un mio parere, mi pare. E io sono abituata a rispondere con sincerità. -
Accavallai le gambe osservando fuori dalla finestra il cielo. La luna si era nascosta.
Il vestito salendo mostrò il bordo di pizzo delle calze e forse qualcos'altro. Non indossavo le mutande.
Lui si sistemò la giacca che non era da sistemare.
Potevo sentire distintamente il battito accelerato del suo cuore e avrei scommesso tutto che una vigorosa erezione invadeva i suoi pantaloni.
- Desidera un liquore? -
- Berrei volentieri un cognac, grazie. -
- Dunque, mi faccia capire. Per riconquistare la stima di tutti dovrei semplicemente mostrarmi severo con mia moglie e sensibile con il personale. Tutto qua? - Aveva ripreso il controllo.
E lasciarti sedurre.
- Credo di sì, è tutto quello che deve fare. E ora se permette, veniamo a noi. -
- In che senso mi scusi? -
- Nell'unico senso possibile. - Il vestito si sfilò in un attimo e rimasi lì, in piedi davanti a lui, nuda. Sciolsi i capelli umettando con la punta della lingua le labbra e attesi.
- Quante volte hai desiderato che questo accadesse, quante volte lo hai sognato. Ora puoi vivere la tua fantasia lasciando a me la possibilità di vivere la mia. - Aprii un cassetto tirando fuori un paio di manette cromate e prima che potesse fare o dire qualcosa lo ammanettai alla sedia.
- Il direttore ha paura, forse? Paura di non potersi difendere? -
- Mi liberi immediatamente. Glielo ordino. -
Gli aprii la lampo afferrando con la mano il membro caldo, eretto, già umido. Le labbra lo avvolsero, la lingua lo leccò, la bocca intera lo accolse fin nella gola succhiandolo rumorosamente.
L'uomo reclinò la testa gemendo nonostante la leggera resistenza. Più resisteva più lo ingoiavo. Smise ben presto di scalciare abbandonandosi nella culla umida della mia bocca.
Gli sfilai i pantaloni, le scarpe, i calzini. Infine gli tolsi la giacca, la cravatta e la camicia.
Lo bendai e spensi la luce lasciando la stanza rischiarata dalla debole luce delle candele.
Lo leccai lungo tutto il corpo partendo dal collo fino alle gambe soffermandomi sul petto, l'inguine, il cazzo sempre più duro.
Cercai la sua bocca, la sua lingua, mordendo e succhiando oltremodo.
- Dimmelo che non ne puoi più, dimmelo che desideri entrare dentro di me, dimmelo o ti lascio così. -
Con un filo di voce mi pregò di continuare, di lasciarlo entrare nella fica.
Sedetti sopra di lui e lo guidai in me. Ero bagnata fino a metà gambe ma tutto quello che desideravo doveva ancora venire.
I suoi gemiti si confondevano con i miei, i suoi movimenti mi assecondavano.
- Scivola in avanti con il culo fuori dalla sedia -
Le mani impigliate nelle manette, la benda sugli occhi, il buio, contribuivano ad aumentare la sua eccitazione.
Mi liberai di lui accovacciandomi ai suoi piedi.
Glielo presi nuovamente in bocca gustando il mio sapore infilandogli contemporaneamente un dito nell'ano.
- No, questo no - gridò.
Accelerai il ritmo della lingua, serrando sempre più le labbra, succhiandogli i testicoli, risalendo sempre più su, dentro il suo culo, con il dito invadente.
- Sì, così, dilatati per me. Questo è quello che vorresti farmi, lo so, ma questa notte sarò io a possederti in questo modo. -
Umiliandoti, soggiogandoti.
Si prese il mio dito, lo accettò, ansimando e agitandosi, godendo dentro la mia bocca tutto il suo piacere.
- Leccami il dito, assaggiati. - Ancora conturbato mi succhiò il dito che alternavo alla mia lingua ricoperta del suo seme.
Gli tolsi le bende e i suoi occhi si adattarono al buio diverso della stanza illuminata dalle candele.
Era sudato e i battiti del cuore ancora accelerati.
Gli tolsi le manette.
Mi andai a sdraiare sopra il tavolo con le gambe aperte.
- Fai godere me, adesso, consumami la fica con la lingua. Non posso attendere ancora. -
Mi leccò con impeto. Un animale sulla preda. Con le gambe intorno alla sua testa lo strinsi verso di me strusciandomi contro la sua bocca. Un attimo prima di godere afferrai forte i suoi capelli procurandogli lamenti di dolore: non smise di leccare ancora sotto gli effetti del suo eccitamento, sembrava volermi divorare.
Non mi dimenticherai facilmente, ma la notte sta per terminare.
- E' stato fantastico. Tu sei fantastica. Mi piacerebbe vederti ancora, conoscerti meglio. Lo desideri anche tu, vero? -
- Ora ti rivesti e te ne vai, caro il mio direttore. Domani io per te sarò soltanto la Dottoressa Martini e tu sarai nuovamente il mio capo. E forse, da domani, sarai nuovamente un bastardo. Ma con me non ci provare. Ora io ti conosco intimamente, molto intimamente e mi dovrai temere. Sbrigati ad andare via perché è quasi giorno e io amo aspettare l'alba da sola. -
Colsi nel suo volto dapprima lo smarrimento cui seguì la delusione mentre raccoglieva gli abiti sparsi.
Attesi che fosse completamente vestito prima di aprire la porta. Ero ancora nuda, ancora in tempo a trattenerlo, ma la caccia era terminata, la preda abbattuta, la notte svanita.
Di nuovo la luce del giorno, la pausa, l'attesa.
Io sono un animale notturno e le mie prede le inseguo e catturo al buio.












Malodo03

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