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Racconto n° 2704
Autore: Marthita Altri racconti di Marthita
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Danger, il pericolo viaggia nella mente Eyes Un filo sottile che lega un uomo e due donne. X Stories, i mille volti di una straordinaria follia The Dreamer, alla ricerca del sogno proibito Destiny, un incontro avvenuto per caso Charlotte, il profumo dell'oblio. Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto Mea Culpa, religione e mistero Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia Cuba Libre, un sensuale incontro nella magia di Cuba
 
 
Cara la bambina
Che il prezzo fosse esagerato lo sapeva da sé. L'aveva buttato lì vedendo i suoi occhi accendersi di quella fiamma che aveva imparato a riconoscere. Mica l'aveva cercato lei, no? Dunque, tanto valeva provarci. Aveva aspettato che le passasse vicino e le scoccasse il sorriso che conosceva, per sbottonarsi la giacca e uncinarla con un dito, lanciandola sulla spalla, muovendo i fianchi con mosse languide, scuotendo i capelli. I passi di lui erano rallentati, di certo si era voltato a guardarla. Anche lui portava la giacca appesa alla mano, ciondolante dalla spalla. Forse gli era sembrato un segnale, il suo gesto, quell'imitarlo in modo involontario. O magari sì, l'aveva fatto apposta.
- Mica so sempre quello che faccio perché lo faccio. -
La sua ultima giustificazione. Ultima in ordine di tempo. Mentre continuava a camminare pensava che presto non avrebbe più trovato giustificazioni. Non ne aveva più bisogno. Poteva infischiarsene. Le era cresciuta dentro una sicurezza inattesa, o era abitudine.
- Le odio, le abitudini. - diceva.
- Però fai sempre le stesse cose. - le sottolineava qualcuno.
Vero, ma che ci poteva fare? Quella spinta ad uscire di casa senza motivo era una mano posata sulla schiena ad incoraggiarti. Solo la prima volta aveva avuto bisogno di coraggio. Poi, appunto, era arrivata l'abitudine. Nemmeno difficile, no? Bastava camminare tranquilla. Che fosse in città o nel parco, poco cambiava. In centro erano più di fretta, o comunque si davano le arie di chi non ha tempo da perdere. Forse preferiva così, c'erano meno preliminari e tanto i soldi arrivavano lo stesso. Però nei lunghi viali che si snodavano tra il verde c'era il profumo particolare dell'avventura, come se tutto fosse casuale. Sapeva che la osservavano da lontano, magari tornavano indietro a vederla da vicino, addirittura accostavano l'auto fingendo di parlare al cellulare e intanto cominciavano la marcia di avvicinamento, scrutando intorno. Se c'era gente, attendevano un attimo, ma senza perderla di vista. Così aveva imparato a percorrere il viale che si tuffa nei prati della cascina abbandonata, dove in pochi vanno a passeggiare, per via dei grossi ratti che scorrazzano prepotenti, salendo dal rio nascosto dalle erbacce. La seguivano senza incertezze. Nessuna ragazza un po' a posto va lì da sola, ancheggiando e lanciando occhiate dietro di sé, sorridendo quanto basta a fugare equivoci. In realtà sorrideva divertita. Quanto erano ridicoli.
- Sei furba tu. - le aveva detto qualcuno.
- Almeno io i soldi li prendo. - aveva risposto.
Insomma, nel passaggio di mano, il denaro stabiliva la graduatoria d'intelligenza. Questo pensava dopo, quando comunque era obbligata a bere qualcosa per scacciare fantasmi. Non che fossero dei veri fantasmi. Magari un gesto, una frase, anche solo una parola detta tra i denti, che l'aveva ferita o non le era piaciuta. Questo non lo raccontava a nessuno. Si diceva di aver bisogno di bere per festeggiare il guadagno. Balle. Ma prima o poi avrebbe superato anche quella bugia. Questione di abitudine.
Se l'era trovato accanto, come sempre capitava.
- Ciao. -
Non rispondeva ai saluti. Così si spicciavano con i convenevoli.
- Non hai la lingua? - aveva chiesto.
Allora si era fermata, fissandolo negli occhi. Allungando la lingua tra le labbra, dondolandola con indolenza e un mezzo sorriso.
- Birichina. -
Le era stato subito simpatico. Di solito erano stronzi o cattivi. Lui no. Paterno. Ecco, paterno. D'altra parte, davvero poteva essere suo padre. Non gliene poteva fregar di meno. Mica guardava l'età. Che avessero i soldi, punto e basta. Però, se erano persone gradevoli, era meglio. Le faceva meno schifo. Anche questo non lo raccontava a nessuno. Ecco, lo schifo. Era quello che cercava poi di annegare in un bicchiere, come se l'alcol la purificasse, con una gradazione che le faceva bruciare la gola e venire le lacrime agli occhi.
- Siete viziose di natura. - le diceva qualcuno.
- Io ne ho bisogno. - rispondeva.
Quale bisogno. No, non di soldi. La scusa era quella. E perché doveva spiegarlo a qualcuno. Nemmeno a se stessa. Si svegliava al mattino con quella necessità nella pelle. Come poteva spiegarlo. Era un calore che aumentava piano, di minuto in minuto, rendendo la giornata un inferno, finchè non spegneva le fiamme che l'avviluppavano invisibili. Di volta in volta aveva accorciato il tempo di resistenza. Ma perché doveva resistere. Ormai non ci provava neanche più. Quando apriva gli occhi e sentiva il calore salirle al viso, respirava profondamente e si preparava ad uscire.
Comunque era simpatico davvero. Le aveva offerto da bere. Mica lo facevano, gli altri. Andavano al sodo. Quanto? Chiedevano quanto. Un po' le seccava. Avrebbe voluto prenderli a schiaffi, dire - Ma come ti permetti? - . Diceva il prezzo.
Si erano seduti ad un tavolino. Non aveva premura. Così anche lei aveva avuto il tempo di osservarlo. C'era del grigio, nei capelli e nella barba. La luce sbieca filtrata dall'ombrellone regalava riflessi d'argento alla faccia matura, alla testa piegata di lato.
- A che pensi? - le aveva chiesto.
Lei aveva alzato le spalle, bevendo d'un fiato la birra. Lui beveva adagio e le era sembrato di cogliere un'occhiata di rimprovero, quando aveva posato il bicchiere vuoto. Allora aveva sparato il prezzo, appoggiandosi allo schienale, le mani sui fianchi, in quella posa che apriva un po' la camicetta, rivelando le curve morbide delle tette. Lui aveva guardato sorridendo.
- Belle. - aveva commentato.
Lei aveva ripetuto il prezzo.
- Hai fretta? - aveva chiesto lui.
- Non ho tempo da perdere. - aveva risposto guardandosi attorno.
Lui aveva vuotato il suo bicchiere e pagato il conto. E finalmente si erano schiodati e aveva pensato di seguirlo dove l'avrebbe portata. Invece si era affiancato a lei, camminando calmo. Questo non ha intenzione di pagare, aveva pensato.
- Sei cara, bambina. -
L'aveva sentito appena, tanto parlava sottovoce.
- Perché valgo. -
Lui aveva riso forte. Cominciava a rinfrescare e si era rimessa la giacca. L'aveva aiutata, sistemandogliela con cura sulle spalle, sfiorando con le dita il seno, indugiando con il palmo aperto sul tessuto sottile della camicetta, sussurrando - va bene. - L'aveva presa per mano, guidandola poco distante, in una delle case eleganti sorte ai lati del parco negli ultimi anni. C'era da immaginarlo, si era detta, chissà da quanto mi tiene d'occhio, magari dal terrazzo. Tutto così pulito, là dentro, così rassicurante. E tante piante verdi nell'androne e le scale silenziose e le porte lucide e il profumo buono della cera passata strofinando con pazienza. Solo il mezzo giro nella serratura e il - sono io - a voce alta e un sorriso a lei, che aveva ritratto la mano, fermandosi nell'ingresso. La porta ancora spalancata, a farle capire che non doveva aver paura.
- Vieni, te la presento. -
Il suo invito cordiale. Le sue braccia aperte come ali, una rivolta a lei, l'altra. L'altra.
- Oh, che bella bambina. -
Oh sì, più giovane di lui, ma non quanto lei. E gli occhi vispi, che sprizzavano una luce allegra.
- Ti va un caffè? - chiedeva lei, l'altra, mentre lui sollevava le sopracciglia in un punto interrogativo. Aveva fatto spallucce, entrando.
- Due? - aveva chiesto decisa - Se siete due, fa di più. -
Aveva visto la sua mano arrivare e la carezza posarsi leggera sulla guancia, e il suo sospiro - cara la bambina - .
- Cara quanto? - chiedeva dalla cucina.
- Pago io. - aveva risposto lui.
Le fiamme si erano alzate violente squarciando la pelle. Si era spogliata nell'entrata sotto lo sguardo ammirato di lui, nell'aria profumata di caffè, nel suono dei cucchiaini sui piattini, nella voce di lei - zucchero? - E aveva sentito il calore tra loro due, avanzare verso di lui, che lasciava cadere la giacca e slacciava la camicia. Poi il ticchettio delle scarpe. E lei in controluce, con la bocca che scopriva il sorriso compiaciuto, mentre le fiamme la lambivano e prendeva fuoco. La sua pelle liscia a farle da seconda pelle, quasi incollata, mentre le annodava i capelli per scioglierli tra le dita e di nuovo annodarli - un gioco.
- Su, di là. -
Lui a sospingerle verso la camera da letto in penombra, dove tutto pareva attenderli. Il copriletto arrotolato in fondo, il lenzuolo scostato in due pieghe invitanti, i fiori nell'angolo della finestra, le tapparelle abbassate. E le candele piccole e colorate, nella ciotola di vetro. Le fiammelle minuscole a danzare coi loro riflessi nello specchio di fronte e nell'acqua. Quindi le sue mani, le mani di lei, l'altra, le avevano cinto la vita, attirandola accanto a sé sul letto comodo e fresco. Sapeva di pulito e di lavanda. Anche lei, l'altra, sapeva di fiori e di voglia. Solamente lei sapeva di fuoco. E sentiva l'odore acre delle fiamme. E quel calore che non l'abbandonava. Aveva spento quell'incendio con le sue mani sottili, lei, l'altra, carezzando la sua pelle calda senza timore di scottarsi, entrando cauta e sicura tra le sue gambe, insinuandosi nella sua carne, penetrando a fondo nel suo desiderio, scivolando senza fatica e riemergendo lentamente, sprofondando ancora e ancora e ancora. Fino a quando lui aveva detto basta.
Davvero l'aveva detto o se l'era sognato? Eppure la mano si era fermata, ancora in lei, bagnata del suo piacere. Guardandolo e attendendo. Ma lui non si era fatto attendere. Era entrato in lei, l'altra, facendosi largo con ruvidezza, senza quel tocco garbato che gli immaginava con tutti. Le era sembrato di sentirla gemere con una nota stonata, come di fastidio. Ma forse era immaginazione. Li aveva osservati senza muoversi, sdraiata, girando appena la testa, scendendo con le dita tra le cosce, ad accompagnare il movimento dei loro corpi con quello della sua mano, finchè le pulsazioni erano esplose in scintille liquide come le lacrime che le rigavano le tempie. Mica avrebbe ancora aperto gli occhi. Stava bene lì, col suo profumo vicino, quello di lei. Qualcosa era caduto sul suo ventre e aveva guardato. Il suo prezzo. E già le faceva cenno di rivestirsi e andarsene. Gli era anche sparito quel sorriso paterno. E qualcosa era apparso negli occhi. Qualcosa che qualche volta vedeva. Allora non volgeva le spalle, ma indietreggiava veloce. Senza farselo ripetere, aveva raccolto la sua roba infilandola in fretta, senza staccare gli occhi da lui, da quello sguardo che lacerava.
Poi era indietreggiata verso la porta e solo giù per le scale aveva messo in tasca le banconote. Il suo prezzo. E pensato di bere qualcosa. Qualcosa di forte.

Marthita

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