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Racconto n° 2808
Autore: ElisaN Altri racconti di ElisaN
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Dolce melodia
Il pianoforte libera dai suoi tasti una dolce melodia.
Gli animi s'inebriano, i cuori si sciolgono, gli orifizi si rilasciano, sospesi, contriti, liquefatti.

Il sole di una nuova aurora trafigge timido gli interstizi delle imposte e la brezza mattutina ingravida la stanza di salmastro, scotendo perniciosa i lembi dei tendoni fiorati.

La donna sprofonda nel candido letto quel corpo vestito della sua sola pelle. Gonfia il petto di un silente affanno, ritmato dalle note musicali in crescendo.

Immobilità statuaria, fa del suo triclinio un giaciglio dimentico, in quel limbo cogitante che oscilla nel brio funesto del sogno reale e della realtà sognata.

Gli occhi socchiusi sono umidi di lacrime salate. Ristagno indugiante nell'angolo irrorato di sangue diramato, rappreso tra le increspature del tegumento assetato.

La melodia l'avvolge in un vortice d'illusioni artefatte, pizzicandole le corde tese del sentimento gravoso.

La donna riassesta le sue grazie in una posizione difensiva al mondo, riabbracciando l'intero suo essere nell'artistica e addolorata posizione fetale.

Il parto dissennato del pianoforte spinge una lacrima rugiadosa oltre l'innesto nasale, facendola scivolare in abbandono lungo grinze nuovamente abbeverate di vita, oltre l'angolo del labbro di rossa e carnosa polpa.

La donna è la cartografia reale dello spazio terreno, in quel corpo ove i promontori generosi delle natiche si ergono svettanti oltre gli orizzonti avvistabili, i seni ondeggiano come colli all'imbrunire sulla vetta, il ventre affonda in una pianura fertile e sgombera.

L'aria musicata stuzzica l'udito affranto dal commiato del silenzio, in una cascata riversa di pensieri genitori.

E in quel taglio dalla simmetria plasmata con sapienza e circospezione, è custodita la sorgente adamantina della caverna celata e buia.

La melodia stride un'ultima soffocata nota, il tasto eburneo si risolleva dalla pressione dedicata e la corda inturgidita arresta il suo vibrare fluttuante nel legno verniciato di nero lucido.

Il silenzio torna a volteggiare sul gesso delle punte di seta rosata, deliziando la stanza di enjambements e relevés.

I polpastrelli animanti il pianoforte giungono ora a tastare le carni della donna, a ridisegnarne i contorni smaliziati, a carezzarne i precisi difetti.

Mani forti e robuste afferrano il sottile piede di lei, affondando nella pianta coriacea l'intima virata del palmo. Le dita seguono in afflato i verdi gonfiori venosi che vanno irradiandosi lungo il collo del piede, a radice dell'albero annoso della gamba.

Piccoli e traditori brividi vanno pungolando la criniera vertebrale, incurvando le terga in quadretti segmentati a scalpello.

Una lingua puntuta va seguendo la merlatura delle dita, annegando nella spuma collosa della saliva colpetti teneri e caldi fra i tagli scoscesi ad ansa.

L'ipnosi persegue l'accidentale soddisfazione di lei, la quale, incredula di cotanto amore, ridesta lo spirito ingentilito e schiude le palpebre rigonfie di pianto.

Del suo compositore inquadra unicamente lo squarcio attivo della bocca, arrampicarsi lungo il polpaccio contratto, baciarlo, annusarlo, leccarlo.

È un'adorazione estatica di verità asessuate, ma respiranti, animate, viventi. Un rito d'ancestrale benedizione, ove il fine propiziatorio si liquefa con lo spasimo bruciante dell'appagamento.

Torna, quel rostro, ad abbozzare i confini genetici della donna, intorno alla rotula dura e rotonda. Succhia, con la ventosa delle labbra, un centimetro di pelle fremente, lasciando a testimonianza del passaggio eccitato, un sigillo arrossato.

La donna si accomoda in una seduta d'egoistico latrocinio d'amore, scollando le cosce aderenti e svelando la nera bacca, ricolma di nettare dolciastro e d'amaro veleno.

Una melodia cerebrale invade entrambi. Musica altisonante confonde le orecchie, fonde i timpani, serra la gola, mozza il respiro, imprigiona i cuori.
Le interiora si aggrovigliano, le carni si sollevano, facendosi tumescenti, umide, sudate, bagnate.

I loro occhi si incrociano in una medesima traiettoria, perentoria, ostinata, accondiscendente.

Ora lei lo guarda nella sua interezza maschia. Lui, il compositore della sua dolce melodia, la penetra nelle cosce con le nodosità ramificate delle mani, percorrendola come una tastiera, compiacendola di piccole compressioni, lisciandola nel velluto della sua morbidezza.

Poi si china, in ossequio alla donna, alla divinità primitiva della passione, per sprofondare nel cespuglio odoroso, saggiare la bacca segreta, abbeverarsi dalla fonte misteriosa.

Nasconde il viso fra le cosce della venerata, annichilito dal desiderio fanciullesco del farsi agguantare, ingoiare, ospitare.

La respira in ogni sua piega, la saggia in ogni sua goccia stillata, quella donna, dolce come la pioggia d'estate, pungente come la terra dissetata dopo l'arsura.

- Torna a suonare quella dolce melodia - lo implora lei.
- Per te, soltanto per te - lui le risponde.
- Sì, - Per Elisa - -



ElisaN

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