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Racconto n° 2812
Autore: ElisaN Altri racconti di ElisaN
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Inquisitio, quando il dolore si fa piacere. Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Phobos, il senso della paura. Debacle, il prezzo della verità. La schiava, una storia oltre il limite del desiderio L'Equilibrio di Nash, la voce delle stelle Noire, il colore del piacere oscuro. Charlotte, il profumo dell'oblio. Thunder, eco solenne d'un lampo africano. Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia
 
 
Cuore posticcio
Sono tutti amici. Fra di loro, complici. Io sono l'imbucata, l'ospite scomoda per la quale si rimedia la seggiola della soffitta.
Cosa stia facendo in questa taverna che odora solo di legno ammuffito solo il Diavolo lo sa. Uscirò coi capelli che puzzeranno di sottobosco. Sembrerà che sono andata a raccogliere i funghi.
Sono già annoiata di mio e il solo pensiero di dover rifiutare ogni portata mi mette in soggezione.
E se insisteranno, si sciropperanno il mio monologo sulla gastrite cronica.
E io ci fumo sopra una Marlboro. Mi rifilano tutti occhiate serpenti. Dimenticavo, sono degli sportivi. E antitabagisti.
A questa cena mi ci ha trascinata un'amica: - Saremo una decina! - Mi ha detto.
Incrocio le dita dei piedi nel decolleté.
Una decina sono solo le sue compagne di pallavolo. E la squadra di basket del suo uomo, dove la mettiamo? Cielo, cielo, cielo parlano di tiri, angolazioni, arbitri. Non ci capisco nulla.
E poi il vitello tonnato. Sotto i miei occhi. La spuma giallognola della maionese viaggia nel vassoio in silver plait. Ho un conato. Vorrei fumare ancora una sigaretta, due, tre, un pacchetto intero.
Ma non posso, non sono a casa mia.
E poi queste persone debbono pur mangiare e nulla è più sgradevole del respirare nicotina mentre si trangugia del cibo. Mi metto tranquilla.
Ecco l'insalata. La mia verdissima insalata. La scodella sbeccata me la porge la padrona di casa, avvolta in una stoffa crepe marrone, sembra una foglia morta d'autunno. E mi sorride, con un dente sporgente e il frisé sui capelli. Già non la sopporto. Non mi piace, è falsa come i Girasoli appesi al muro che mi è di fronte.
Arrivano altri tre cestisti. Tre spilungoni. Ecco, uno lo conosco. Tiro un sospiro di sollievo. Una faccia nota. Il grande amore di Mimì.
Si chiama Andy ed è in assoluto uno dei più bei ragazzi della città. È una decina d'anni che lo incrocio il sabato sera, ma solo una volta abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere, ad un happy hour. Ma c'era anche Mimì e siamo giustappunto riusciti a scambiarci un'impressione sulla musica.
Mi sorride.
Andy è veramente splendido. Illumina questa tavolata di pesci lessi con un sorriso accomodante e denti regolari, bianchi, perfetti.
È un cultore del corpo. La camicia, volutamente sbottonata, nasconde a fatica le protuberanze scolpite del petto glabro. I pantaloni di seta nera fasciano un pene maestoso e glutei proverbiali.
Le donne si risvegliano dal torpore. Alcune accavallano le gambe muscolose, altre riassestano le scollature.
Sorrido: un solo uomo e una dozzina di femmine che gareggiano per attirare la sua attenzione. Gli amici lo picchiettano complimentosi sulla spalla, con qualche nota d'invidia giustificabile.
Penso a Mimì. Mi fa tenerezza. Come ama lei, poche donne ne sono capaci. Mimì lo aspetta in silenzio, convinta che un giorno lui la sposerà. E non frequenta nessun'altro. Lui non la degna di uno sguardo. E lei lascia correr via i migliori anni della sua vita, per inseguire un pezzo di carne.
Forse se lo conoscesse, scoprirebbe che non è poi così perfetto come l'involucro che lo contiene. Ma lei prosegue, con pedinamenti, omaggi, bigliettini.
E poi penso che Mimì non rappresenti nulla per nessuno. Non ha amiche, non ha uomini, non ha amanti. Persino i suoi genitori non la sopportano.
Mi si stringe il cuore.
Bella fuori e brutta dentro. Non conosce il sorriso, è acida, frustrata, sentenziosa, invidiosa. Ma è meravigliosa. Alta, magra, con un seno voluminoso e sodo, la pelle avorio, i capelli miele, gli occhi indaco.
È una di quelle donne che sbagliano sempre, qualsiasi parola dicano, qualsiasi meta scelgano.
E poi si rinchiude nei McDonald's ad ingoiare spazzatura, alternandola con gigantesche e acquose pillole anticellulite.
Finisco la mia insalata, lasciando galleggiare nell'aceto di mele i semini del mais.
Andy mi si avvicina. Profuma di Eternity e di sapone di Marsiglia.
Sento l'astio delle commensali incollarmisi addosso e mi viene da ridere.
- Sei da sola? - Forse teme che sia con Mimì.
- Sì! - rispondo secca.
- Ah, non è venuto con te? -
Stronzo, penso. Mimì gli avrà parlato di lui.
- No, lui non mi accompagna da nessuna parte e in questo momento si trova a Praga. - Il mio stomaco si contrae al solo pensiero di saperlo sopra qualche bellissima fanciulla slovacca.
Mi alzo, lo scarto e mi avvicino ad una sorta di finestra.
In tavola fumano le lasagne. Tutti si lanciano sulla pietanza. Andy non sa dove guardare, se la besciamella che sbroda dalle palette d'alluminio o le mie gambe che si allungano sulla sagoma legnosa del camino spento.
M'infastidisce saperlo attratto da me.
Guardo fuori, la luna splende rotonda e piena e penso che io e lui siamo distanti, ma illuminati dalla stessa luce, sotto l'egida protettiva del medesimo satellite.
Saltano i tappi dello spumante. Si riempiono bicchieri di plastica rossa. Mi sembra la festa di compleanno di un moccioso. Li guardo e odio la loro capacità di divertirsi con niente. Brindano.
Andy mi sorride, di nuovo. Mi volto dall'altra parte. Voglio piangere, per Mimì, per la ragazza di Praga, per me.
Chiedo alla padrona di casa dove si trovi la toilette.
Al piano di sopra.
Per raggiungerla sono costretta ad arrampicarmi lungo una scalinata di marmo scivoloso. Ma i miei tacchi non mi tradiscono, neppure questa sera.
Sono confusa dalla struttura architettonica della casa. L'unico spazio a vista è il salone. Per il resto porte chiuse, disposte senza alcuna logica. Sono costretta ad aprirle tutte.
Incomincio dalla prima a sinistra.
Sento dei passi. Mi volto.
Andy e quel cazzo di sorriso paralizzato sul volto.
Affondo la mano e abbasso la maniglia d'ottone. Faccio finta di non essere infastidita, di non calcolare la sua presenza.
Spalanco la porta e mi ritrovo proiettata in una cucina ultramoderna. Lo stile non si confà ai miei gusti, ma devo riconoscere la maestria dell'arredatore e la qualità del mobilio. Penso che la foglia d'autunno non se la passi poi così male.
- Brava! Hai trovato la cucina. Mi hanno incaricato di venire a prendere il cestello del ghiaccio. -
Stronzo due volte, penso. È finito da un pezzo il tempo delle mele.
Lo lascio passare. Faccio per andarmene. Mi chiama.
- Elisa, vero? Mi aiuteresti? I cestelli sono tre! -
Non credo alla storia del ghiaccio, in quei bicchieri non ci sta neppure un cubetto. E poi che se ne fanno di tre cestelli? Ma non posso risultare sgarbata. Forse mi irrita perché questa sera non mi sento a mio agio, perché sto pensando ad altro. Lo raggiungo, vicino al frigorifero chilometrico che produce cubi d'acqua ghiacciata.
Mi afferra per un braccio e mi sbatte di schiena contro il linoleum bianco perlato. Mi stampa un bacio bruciante sul collo e mi morde, serrandomi con le mani possenti.
Penso a Mimì.
Tento di divincolarmi, ma combatto fra due durezze encomiabili: quella dello sportello freddo del refrigeratore e quella del sesso bollente di Andy.
Mi solleva la gonna e non oppongo più alcuna resistenza.
La mia gastrite si è improvvisamente addormentata.
Mi scosta il perizoma.
Sono secca, ma mi penetra veloce e convinto.
Nessun preliminare, nessuna carezza, nessun bacio. Tutto freddo e immediato, come la cascata di ghiaccio che facciamo scrosciare dal mobile.
Pressioni, spinte, virate. Non ci guardiamo in faccia. Non ci parliamo. Non ansimiamo.
Lui non sorride più. Io non ho più smorfie disperate sul volto. Siamo apatici.
E sto godendo di questo disinteresse reciproco.
Sento le mie carni aprirsi e sciogliersi intorno ad un sesso sconosciuto. Sento vibrazioni irradiarmi la clitoride, riempirla di sangue. Ho un cuore posticcio che mi pulsa nel ventre, un godimento intermittente che mi brulica nelle viscere.
Raggiungo uno di quelli orgasmi morbidi e leggeri, ricevuti in dono divino, senza coinvolgimenti sentimentali e paranoie.
Lui si ritrae non appena si sente esplodere, eiaculandosi fra le mani.
Si ripulisce del suo seme. Non lo aiuto neppure a cercare un tovagliolo.
Nessun abbraccio. Nessuna occhiata. Nessun - grazie! -
È stato un intervento medico, sui nostri corpi.
Vado in bagno. Mi sistemo i capelli e il trucco.
Lui riempie i cestelli e li porta in taverna.
Scendo anch'io.
Nessuno si è accorto di nulla.
Penso al mio amore, alla ragazza di Praga e a Mimì. Non mi sento poi così male.
Il mio cuore posticcio nel ventre continua sempre a pulsare.



ElisaN

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