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Racconto n° 2903
Autore: Banshee Altri racconti di Banshee
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Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Inferno, le ombre oscure della rete. Social Game, la tentazione che viene dal Web Gebebeh, l'antico aroma dell'altopiano. Debacle, il prezzo della verità. The Game, il gioco del sesso e della follia. Mea Culpa, religione e mistero True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita. Sacrificium, la sfida degli dei. Revenge, una vendetta da servire calda
 
 
Hasta siempre Comandante
Fremeva nell'attesa. Nel camerino del teatro accanto alla Iglesia del Carmen a La Paz, in quel Dicembre 1966. Faceva freddo, ma ormai aveva annullato tutte le percezioni provenienti dal mondo esterno, concentrandosi solo su se stessa. Era tesa, si sentiva come una freccia lanciata verso un bersaglio.
Scrutava nello specchio quella figura di donna in cui, a tratti, le sembrava di riconoscersi. Il vestito rosso fasciava i fianchi generosi e quando stava seduta, come in quel momento, la stringeva formando delle piccole grinze, come segni dell'abbraccio di un amante troppo focoso. La piccola rosa di paillettes nere abbarbicata su una delle spalline, sembrava fosse sul punto di scappare da quel petto che si alzava e si abbassava nei respiri profondi e accelerati dell'ansia.
Spiava quegli occhi orgogliosi e preoccupati stendere con perizia il rossetto sulla bocca sfacciatamente esagerata. Il pennello scorreva morbido da un lato all'altro, prima seguendo i contorni e poi riempiendo gli spazi con movimento succulento. Il neo lì a fianco era come il punto alla fine di una frase.
Era in subbuglio, gli dei avevano deciso di punirla esaudendo i suoi desideri. Aveva voluto con tutte le sue forze di potersi ritrovare in quella bolla di attesa, aspettando di cantare per lui.
Lui c'era.
Seduto in prima fila e del tutto ignaro della guerra che aveva scatenato nel petto di quella donna in camerino.
Lui, "el Libertador", osannato dalle folle dapprima nel silenzio della paura e ora cantato voce piena.
Lui, con il sigaro in bocca e gli occhi che guardano lontano, era diventato il simbolo della lotta contro ciò che rendeva gli uomini schiavi.
Lui.
Semplicemente noto come "el Comandante".
Sul palco imperversava ancora il numero di samba, fatto venire appositamente da Rio, il cui ondeggiare di culi incorniciati da piume variopinte, faceva colare saliva dalle bocche di contadini e soldati ammassati in platea e nei cinque ordini di palchi.
Discrete testimoni della sua clandestina presenza in quel teatro, le immagini della Fama e della Vittoria occhieggiavamo maliziose e divertite da sopra le quinte.
L'orchestra ci dava dentro a più non posso, riuscendo a stento a sopraffare il battimani di incitamento alle sei belle figliole che si dimenavano sul palco.
El Comandante rideva divertito e visibilmente emozionato dallo spettacolo.
Si era concesso una pausa mentale dalle esercitazioni nel campo di
Nancahuazù, lasciandosi trasportare dai suoi compagni in quel teatro.
Il numero di samba finì tra applausi generali e gomitate nel fianco al proprio vicino per sottolineare ammiccando l'ancheggio pronunciato di una o dell'altra ballerina.
Poi le luci si spensero, rimase acceso un solo faro che puntava dal fondo del palco verso il pubblico.
L'orchestra attaccò una milonga lenta, la musica si aggrovigliava
danzando con gli odori del teatro rendendo l'atmosfera densa ed ovattata.
Lei avanzava verso il microfono al centro del palco. Il brusio cessò gradatamente all'incedere di quella figura maestosa i cui contorni si stagliavano definiti nel cono di luce.
Tutti gli occhi, compresi quelli di lui, furono calamitati dai suoi passi.
Lenti, eleganti, misurati, non lasciavano trasparire neppure l'incertezza delle assi sconnesse.
Quando anche il suo volto finalmente comparve ai presenti, l'applauso sgorgò dai cuori frusciante e composto. Applaudivano stregati, tutti tranne lui.
Lei se ne accorse, ne catturò lo sguardo e sorrise al suo eroe. E attaccò.
"Apréndimos a que verte
des de la historica altura
donde el sol de tu bravura..."
La voce le usciva compatta, melodiosa, calda. Le mani stringevano nervose il microfono che sembrava essere inghiottito da quel gorgo di fuoco che era la sua bocca.
Lui era rapito dalla sensualità che emanava quel corpo di cui percepiva il calore nonostante il metro e mezzo di altezza del palco. Guardava quelle labbra rosse e morbide scandire il suo nome e raccontare la sua storia con passione e devozione, in una specie di antica promessa di fedeltà.
"Tu amor revoluzionario
nos conduce a nueva impreza
donde espera le firmeza
de tu brazo libertario..."
Lui. Gli occhi bruni e accesi dalle parole di quella donna il cui sguardo lo trapassava. Lei gli inviava l'anima attraverso la voce, entrandogli dentro dagli occhi e dalle orecchie, bruciandogli l'esofago come un sorso di rum scuro.
I suoi tratti di guerriero erano addolciti da quella nuova ebbrezza, una sorta di stordimento alcolico che lo portava a leccarsi le labbra quando lei, con finta noncuranza, faceva scivolare le mani lungo i fianchi. Aveva deciso. La voleva.
Lei. Aveva deciso di volerlo già da molto tempo, precisamente da quando, ancora ragazzi, avevano ballato insieme alla festa di paese della Sierra di Alta Gracia, prima che lui partisse in motocicletta per il Cile ed il Sud America.
Lui le aveva messo una rosa fra i capelli e l'aveva trascinata nelle danze con ferma dolcezza.
Le sue braccia forti e calde che la stringevano, gli occhi inquieti e quelle mani decise ed inesperte, le erano rimaste per anni nel cuore e in un punto preciso in mezzo alle gambe.
"...de tu querida presencia
comandante Che Guevara"
Pronunciare quel nome le dava i brividi, anche quando dentro di sé lo chiamava solo Ernesto. Il fatto di averlo davanti e di aver catturato la sua attenzione la eccitava sottopelle.
Lo guardava negli occhi, fiera e golosa, tirando fuori finalmente tutto il suo desiderio, represso per anni dalla lontananza e dalla rivoluzione.
Stringeva ed alternativamente accarezzava l'asta del microfono e faceva scivolare le mani da sotto il seno lungo i fianchi, in una piccola danza morbida intorno alle parole della canzone, solo per lui. Avrebbe voluto spogliarsi dell'abito per far sprigionare la gioia dalla sua pelle e lasciarsi trasfigurare, rimanendo vestita solo di quella luce.
Lui, cacciatore ormai da troppo tempo per accorgersi di essere preda, si lasciava trasportare docilmente in questo canale di emozioni che lei aveva creato, un canale esclusivo per loro, in cui le sensazioni viaggiavano fluide da un corpo verso l'altro. Sentiva crescere la sua eccitazione dentro i pantaloni, ma non era come le altre volte. Non avvertiva l'urgenza di sfogarsi anzi, voleva che quella emozione lo riempisse lentamente. Ascoltarla cantare era come ritrovarsi a casa.
Improvvisamente si ritrovò a desiderare che la sua vita fosse stata diversa. Senza fughe e senza battaglie.
Sorrise a sé stesso, quella donna gli aveva mostrato la quiete nella tempesta.

L'assolo di tromba li colse quasi di sorpresa, dimentichi com'erano del mondo intorno a loro, persi l'uno dentro l'altro.
Il trombettista si era alzato in piedi e dava sfoggio di bravura stretto nel vestito consunto del suo matrimonio, celebrato parecchi anni prima.
La spavalderia del suo cuore emergeva tutta in quei suoni, come un
trapezista si lanciava ad altezze incredibili, cimentandosi in volteggi spericolati prima di involarsi con destrezza negli abissi della scala di basso.
Lei continuava a danzare piano seguendo la musica, ondeggiava i fianchi e roteava il bacino, sensuale e regale come non si era mai sentita. Lui cominciava ad agitarsi nella poltrona, non riusciva quasi a contenere le sue emozioni, che tendevano tutte prepotentemente verso di lei. La smania che gli faceva gonfiare il petto e gli contraeva i muscoli delle gambe, si sarebbe calmata nel momento in cui fosse riuscito a toccare il primo centimetro della sua pelle.
Doveva.
Voleva.
Almeno toccarla, per sapere che era vera.
Le lanciò una rosa. Lei la prese e con un movimento fluido la sistemò tra i capelli.
E d'improvviso... lui ricordò! La rosa, i capelli, il profumo di quella ragazza che con la sua danza l'aveva ammaliato anni prima e che gli aveva fatto scoprire per la prima volta il sapore di una donna.
Il cuore esplose e la mente si mise a correre verso la fine del brano, al momento in cui l'avrebbe seguita in camerino e avrebbe tentato di annullare in un attimo il tempo, le distanze, la morte. Come aveva potuto dimenticarla?
La canzone terminò. Tutti si alzarono in piedi ad applaudirla commossi. Erano stati trasportati da quella voce a migliaia di chilometri indietro nel tempo, quando ancora tutto poteva essere e la lotta era ancora un giusto desiderio di riscatto invece di una necessità quotidiana.
Mentre l'applauso scemava e i due si scambiavano la muta promessa di un "dopo", dal fondo della sala partì un grido "HASTA SIEMPRE COMANDANTE!" seguito da altre grida ed applausi.
Consapevole del suo ruolo, lui si alzò e si girò verso la platea, raccogliendo quell'omaggio alla sua determinazione
ed al suo coraggio.
Sorrideva soddisfatto, pregustando il "dopo" promesso da quella donna, ricordo intorno al quale aveva negli anni costruito il significato della parola "amore".
Si girò appena per guardarla di sfuggita, quando si accorse che lei stava abbandonando il palco con un'ombra negli occhi... e il trombettista che la stringeva per la vita.




(La canzone citata è "Hasta siempre comandante". Per l'ascolto suggerisco la versione di Son y La Rumba, contenuta nella colonna sonora del film Puerto Escondido)

Banshee

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