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Racconto n° 3
Autore: Abel Wakaam Altri racconti di Abel Wakaam
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Papaveri
...ed io in bilico, ad occhi chiusi sulla fune

sospeso senza rete... nell'attesa di sapere

io che sfido ogni giorno la fortuna

ora apro le braccia... e mi lascio cadere.


E poi ho il ricordo di ciò che è stato, mentre il mio corpo inerte si abbandona tra i papaveri rossi di questo immenso prato, gli occhi socchiusi, appesi al leggiadro innalzarsi di una nuvola strappata al cielo, che inquieta scorre veloce davanti al sole che mi vuole bruciare. Fuggita, svanita dopo una notte troppo breve per essere vissuta... briciole di te nel mio letto, sulla mia bocca, sulla mia lingua, sul mio sesso ancora eccitato.

E a volte lo chiamano amore furtivo, quello che due sconosciuti si danno e si riprendono nel momento assoluto del primo incontro, mentre entrambi sanno che potrebbe essere l'ultimo, che non ce ne saranno mai più, che non si può fuggire in un'isola deserta, che non si può rincorrersi all'infinito. Vedersi di nascosto, magari in qualche bar di periferia... o parlarsi al telefono per ore, cercando di scrutarci dentro l'anima.

E ancora ricordo lo scintillio del bicchiere di cristallo, lo posavi sulle labbra proprio là dove volevo baciarti e poi con la lingua assaporavi il sapore frizzante di quel vino chiaro, corposo, ed io immaginavo ciò che sarebbe accaduto da lì a qualche ora, quando avrei potuto frugare in quelle stesse labbra per ritrovare anche il mio più intimo sapore.

E ancora ho addosso il tuo odore, quello dolce dei tuoi baci e quello acre del tuo sesso. Ma in fondo la sensazione che scorre nelle mie vene non era diversa allora e non lo è adesso, un fluido caldo e denso come il sangue che sgorga dalla mia ferita e dalla tua, invisibile sul rosso accecante dei papaveri che mi accolgono tra le loro braccia, io che non so dire la parola amore.

E con te avrei voluto giocare, dipingere i tuoi desideri con disegni nuovi. Mentre chiacchieravo nello splendore di quel salotto ovattato continuavo ad immaginare quale peccato avremmo potuto commettere insieme, ma prima volevo averti, accarezzarti, prenderti con foga mentre in ginocchio davanti a me avresti cercato nei miei occhi la scintilla della mia voglia, poi chissà... chissà da quale inferno ci saremmo lasciati inghiottire.

Idee folli nella mente... un uovo! Chissà perché proprio un uovo! Forse l'immagine onirica proiettata dalle deliziose tartine ricoperte da quelle minuscole perle di caviale... rosse, quasi come questi papaveri che mi ricoprono il viso. Un uovo, l'immaginavo tra le tue dita, perfetto nella sua forma ideale, pronto a sfidare ogni attrito, pronto ad entrare nel nostro gioco.

Un'altra nuvola davanti ai miei occhi, effimero passaggio tra due scene e tu sei già seduta sul pianoforte nero che diffonde le sue note eleganti nella sala, mentre la voce dolcissima della cantante lirica cerca di smorzarsi per non distogliere l'attenzione dei presenti. Guardi solo me, dritta nei miei occhi scuri, quasi come i tuoi corti peli neri che mostrano piano piano il rosso della tua carne accesa, in contrasto col bianco immacolato del guscio riflesso nello smalto lucido della vernice.

Mi avvicino solo un poco, quel tanto che basta a gustarmi l'immagine in primo piano... sono le tue dita affusolate a dover aprire il varco nel profondo della tua follia, io devo solo assistere al logorio del desiderio che impregna di umori il tuo sesso ormai schiuso. Lentamente, affinché la carne si apra al mio sguardo come al rallentatore... i tuoi petali intrisi di rugiada che si sciolgono a quello scorrere lieve... e poi quella voglia pazza di inghiottire in un attimo l'intero boccone, succhiarlo, attirarlo nel grembo e schiacciarlo con tutta la forza che hai in corpo.

Lo vedo scivolare dentro di te ingorda di sensazioni nuove, sfuggire alle tue dita dallo smalto rosso come il fuoco, e poi il tuo dondolarti sul pianoforte quasi per aggiustarne la posizione all'interno... dove vorrei essere anch'io. Un gesto, un invito e le mie mani forti ad allargare le tue cosce prima di afferrarle saldamente... avverto il rumore della tua pelle stridere sulla vernice lucente del pianoforte mentre ti trascino sul bordo arrotondato... e quella sensazione intensa del mio piacere su quel corpo estraneo... poi due dita più in basso il calore delle tue viscere.

A nulla valgono le smorfie di dolore padrone del tuo viso, so che il flusso del godere tra un secondo le avrà mutate nell'espressione ancestrale dell'orgasmo, e le note si fanno basse e profonde, un susseguirsi di suoni ritmici che nessuna voce potrebbe mai accompagnare. La cantante cerca di non stonare adattandosi ai lamenti, il pianista scruta sulla mia faccia il momento buono per l'ultimo assolo, ed il pubblico in delirio si stringe attorno ai nostri corpi sudati.

"Eccomi, ora è il momento, lo sento... lascia che ogni diga si sfasci trascinando a valle il mondo intero, lascia che il fiume in piena divenga cascata, lasciati andare, mostrami il gusto forte del tuo godere. Spezza il guscio nel momento più alto della musica, distruggi l'albume, il tuorlo, lasciati vedere... e quando io sarò in ginocchio ai tuoi piedi... lascia che alla dama più bella vada in premio il sapore del tuo sesso come fonte di piacere."

Tra le mie braccia.. tra le mie braccia ancora ti voglio sentire, voglio ascoltare di ogni istante ciò che hai da dire... voglio gustare il senso di ogni dettaglio, voglio interrogare i tuoi pensieri, voglio averti accanto... ma questa vita scorre in un solo senso, si nutre di anime, sensazioni e lamenti, a volte si perdono i nomi, nelle storie non si trova la rima, a volte ci si perde e basta... e a volte ci si trascina.



...ed io in bilico, ad occhi chiusi sulla fune

sospeso senza rete... nell'attesa di sapere

io che sfido ogni giorno la fortuna

ora apro le braccia... e mi lascio cadere.

Abel Wakaam

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