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Racconto n° 3020
Autore: Morgain Altri racconti di Morgain
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Inferno, le ombre oscure della rete. Social Game, la tentazione che viene dal Web Gebebeh, l'antico aroma dell'altopiano. Debacle, il prezzo della verità. The Game, il gioco del sesso e della follia. Mea Culpa, religione e mistero True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita. Sacrificium, la sfida degli dei. Revenge, una vendetta da servire calda Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere
 
 
Canone in Re maggiore (la Ragazza e Tom Gordon)
Tutti credono di conoscere bene il proprio demone, ma non è così. In realtà la molla segreta, la ragione che ci spinge ad alzarci ogni mattino e ad esserci ancora, ci è perlopiù ignota. Come la nostra vera natura, del resto. Lasciamo che siano altri a saperne di più sul nostro conto e ciecamente proseguiamo, certi di costituire per chiunque l'impenetrabile mistero, mentre la piccola sfinge del privatissimo enigma ammicca ai passanti. E nulla cambia mai, all'apparenza. Continuiamo a parlarci, a girarci intorno. Come in un tourbillon. Girano i giorni, giriamo noi, e gli altri intorno a noi.
Uno scrittore ha affermato che le parole sono leggibili a rovescio e spesso, in altre culture, anche scritte così, tra l'altro. Bisogna pensarci prima di scriverle.
Lei ci ha pensato e così ha scritto né a diritto né a rovescio, ma in maniera un po' sghemba, seguendo un ritmo claudicante: la zoppìa di un Efesto.
A volte la semplice verità in sé ci appare troppo vasta, e la stessa semplicità ingannevole. Allora, come in un racconto a più voci, ne affidiamo l'intima solidità a chi volesse poi ricomporla. Ma a quel punto non avrebbe più importanza, perché ciascuna voce sarebbe divenuta storia e quindi verità essa stessa, e variamente riformabile, a partire dai frammenti. L'inizio come la fine, ciascun frammento diversamente sussurrato ma infine uguali.
Più Achab che Ismaele (marinaio, dove sei?), lei è occhi, non voce. E ciò che a volte hanno in comune scrittore e lettore è che nessuno crede assolutamente in nulla, e tuttavia, mentre per molti le parole son qualcosa, per loro e soltanto per loro, possono esser quasi senza differenza tutto, e niente. Un niente ricco e oscuro.
Rammenti? Lei che ha occhi ma non voce, come un Ismaele che avesse smarrito la propria nave o il proprio Capitano, si era voltata - non aveva guardato dietro di sé - ed era andata via.
Perché la storia che non può essere scritta, la storia che ha coltelli al posto delle parole, in realtà è già accaduta.
Lei quel giorno disse quelle parole e si voltò, e fu scritta da allora. Era iniziata già prima, era iniziata con la donna nella polvere fra sassi scagliati e con T., che come uno straccio vecchio si era cosparsa di liquido e si era data fuoco, e lei ora non può modificare ciò che è accaduto né raccontarlo diversamente. Ma può farti entrare nella storia (te lo aveva promesso, ricordi?) e, anche se tu non capirai, questo cambierà la storia e forse cambierà anche lei. Ogni cosa potrà essere diversa, o semplicemente come avrebbe dovuto.
Non è ciò che desideriamo tutti?
C'è una storia in ogni storia narrata, ed è tra le righe e non nelle parole che leggi. E tu avverti che c'è un'incrinatura, la nota stonata.
Quante volte, da spettatori, ci diciamo che noi avremmo agito in maniera diversa. Desideriamo intensamente essere lì, o almeno poter far sapere al protagonista che da quel momento in poi la storia prenderà la china che la porterà ad essere ciò che non avrebbe mai dovuto. La storia che ha punte aguzze dentro soffici nidi di parole.
Ma quando sei sul crinale di lama potresti ritrovarti a pensare che le parole non hanno alcuna importanza. E decidere di non ascoltarle.

***

E' uno di quei luoghi in cui potresti quasi credere d'essere invisibile, a patto di rispettare alcune regole. Dopo un po' non fanno più caso a te.
Ti guardo, e sembra che il peso della quotidianità non ti tocchi.
Le persone sono noiose perché prevedibili. C'è una sorta di grazia nell'economia dell'esecuzione, fluida. O davvero è il semplice atto dell'osservare a far sì che l'oggetto osservato sia una cosa, e non l'altra?
Qui non vi sono occhi a guardare, tranne i miei. Sembri così assorto, forse solo concentrato in quello che stai facendo, e non so se ciò che provi è blanda molestia per la ripetizione... il filo non è sottile e non si spezzerà... o una tranquilla sicurezza.
- La perfezione non è di questo mondo - hai detto. Se c'è una cosa che le si avvicini è questo misto di abilità, destrezza, e apparente noncuranza di sé. Come un esercizio zen che superi l'intenzione per la purezza del gesto.
E' poco zen, invece, una risonanza emotiva fatta di curiosità razionale e partecipazione, interesse e contatto con il mondo dell'altro, senza conflitto. La chiamano Einfühlung e significa empatia.
Guardo, e mi credo invisibile.

***

- Chi è Trish? - Il romanzo di Stephen King è aperto sul mio letto, quasi alla fine – non il genere di lettura che ti saresti aspettato. La tua voce è bassa e tranquilla, ed io non faccio fatica a spiegarti che Trish ha nove anni, tifa per i Red Sox e si è persa – persa come solo a nove anni ci si può perdere – in una foresta sui monti Appalachi, con solo il suo walkman, per seguire la fine di campionato e quattrocento miglia di nulla fra sé e il Canada, nella direzione sbagliata. Il lanciatore di chiusura si chiama Tom Gordon, lui è bellissimo e quando salva la partita indica il cielo con un dito (ma non è detto che Dio sia tifoso dei Red, sappi questo, ragazza... ha spiegato il padre a Trish).
Esiti per un istante con la mano sul pomo della porta – adesso sai chi è Trisha.

***

Ad ogni alba, una fanciulla viene messa a morte per placare il Tiranno, una rosa di sangue è offerta ad addormentare la Notte, una notte dopo l'altra.
Ma Shahrazad intesse una storia ed incanta il Re, parole come perle che legano il Cielo alla Terra, mille e una notte di storie incompiute che trasfigurano le une nelle altre, fino a che il sovrano-carnefice, avvinto, depone la lama.
Shahrazad è l'archetipo.
Come Shahrazad, narriamo o scriviamo per tenere a bada la pavidità e il tedio, che poi sono la stessa cosa della morte, perché chi scrive ha il potere di inventare Mondi. O, più semplicemente, di raccontarli.
Chi scrive è egoista, scrive per il proprio piacere e, incidentalmente, per quello altrui. Non si preoccupa di risultare gentile. Tanto meno corretto. In genere, non si preoccupa affatto. Scrive, e non sa in che modo verranno accolte le sue parole, e se mai qualcuno le leggerà.
E' tardi adesso, a piedi scalzi attraverso il corridoio e sono nella mia stanza. Frasi aleggiano sospese nell'aria per un momento, prima di svanire come il sorriso del Gatto del Cheshire.
E' tardi, tu dormi adesso, e non ci sei. Scrivo di te, e sei parole sullo schermo mentre Invio.

***

Questa mattina li hai zittiti con un gesto appena accennato. - Sa già tutto. Non dobbiamo dirle nulla - . Ti ho ringraziato in silenzio. Mi succede spesso, in questi giorni. Non hai fatto domande.
Mi sono persa, e forse non c'è una strada del Ritorno, per me.
Sembrava lavato di fresco, il cielo, questa mattina presto. Porcellana bagnata, lucente di ghiaccio. Un'alba innocente e prodiga. Ma ogni luogo ha una sua storia segreta, e questo luogo non fa eccezione: avrei potuto essere io la donna nella stanza accanto, l'altra notte.
Ci sono storie che non ci appartengono, che sfioriamo soltanto e non abbiamo il diritto di raccontare. E poi c'è questa notte, fredda, brillante e dura, solo una manciata di stelle su nero di purissimo giaietto.
Hai detto: "Si ottengono risultati migliori, con un tempo così", e ora chi potrebbe desiderare un cielo spolverato di diamanti.

***

- Non ricordo mai che rapporto ho con ciascuno, fuori della sala. -
Deve esser vero, perché ogni volta che t'incontro, mi chiami con un nome diverso.
Ieri no. Ieri non abbiamo parlato affatto. Camminavo nel solito corridoio, ero arrivata quasi alla fine e non credevo che foste già tutti lì. La porta si è aperta, c'eri tu insieme ad altri ed io ho scartato. Proprio come davanti ad un ostacolo imprevisto, non ho potuto trattenere un ansito e ho piegato a sinistra, verso le scale. Quasi piegata in due anch'io. Per un momento mi è sembrato di non riuscire a respirare. Che succede, che hai, mi hanno chiesto. Niente, ho risposto, non ho niente.
Solo che, d'improvviso, mi ero ritrovata a pensare - Mi farà del male. Non potrà evitarlo - . E, per la prima volta, avevo avuto paura di te.
E le parole non sono perle bensì sassi strappati al mare, a costruire significati e attribuire senso.

***

Nessun acume o eloquenza né traccia di misericordia.
Ma in realtà l'uomo che fabbrica bambini non ha alcuna colpa. Sono giunta da lui senza saperlo, che fabbricava bambini. E forse avrei dovuto capire, mentre aspettavo, e tutte col ventre gonfio di vita, a ripensarci.
E' che ci sono abituata, ad essere una culla vuota. Così non ho fatto caso alle altre, mentre riflettevo tra me non le ho neppure guardate bene.
Lui invece ha guardato me, e ha visto solo la culla.
Vuota.

***

E' stato dolce con me. Sembravamo innamorati, e non lo siamo.
E' strano questo mondo, dove a un uomo e a donna sembra essere concesso farsi di tutto, tranne volersi bene. E' strano, ma tant'è.
Mi ha detto: - Tu te lo ricordi, la prima volta che ti sei innamorata? - Ho sorriso, ma certo che ricordavo. Ero alle scuole elementari, il cuore a danzare nello stomaco. - Ecco - e sembrava stesse per concludere, - è lì che dovrai sentire di nuovo. Nello stomaco - .
Poi: - Ma cosa vuoi che ne sappia, io, di queste cose - E mi ha strizzato l'occhio, così.
Ecco, è fatto così, lui: dolce e piuttosto bello ed eccentrico.
E' che ama gli uomini, questo mio amico, ma sembra volere un gran bene alle donne.
E, occorre che lo dica? Gli voglio un gran bene io pure.

***

E' una culla vuota ed è una vela gonfiata dal vento, e il vento l'accarezza e non la piega. Sa di mare, il vento, e la solleva. La porta in alto. E lei non cade, non cade mai. Lui la bagna e non l'asciuga.
E' il Battello Ebbro. E' l'incessante sciabordìo di due corpi in amore.
Ha il ritmo dell'onda e il respiro del cielo.
Perché è Terra, ed è Mare.

Legamenti cardinali come corde tese a croce. Lame di carbonio a recidere gòmene.
Rosse le labbra e/o rosso di sangue. Elevatori e prossime interazioni fasulle, da costruire.
Senza più centro, senza equilibrio né spessore o resistenza.

Le parole abitano uno spazio fisico. I simboli, anche.
Percorsi che, da domani, dovrò imparare a mediare.

***

Il dolore è una dimensione intima. Io mi chiudo in me stessa per celarlo, poi mi rendo conto che questa stessa chiusura è rivelatrice, agli occhi degli altri, del fatto che sto soffrendo. - Lasciaci essere accanto a te - mi ha scritto l'altro giorno mio padre. - Lascia che ti aiutiamo - . Non può. Loro, semplicemente, non possono. Proprio perché loro mi amano e un po' mi conoscono.
Non voglio rivedermi nei loro occhi. Un freddo specchio che non mi menta, è tutto ciò che potrei volere. Per vedere come sarò davvero.

***

- Un atto di fiducia assoluta - .
Era quello che mi avresti chiesto, dicesti, se avessi scelto di rimanere. Non ho mai saputo come si conciliasse, questo, in una persona che coltiva dubbi come altri coltivano una passione. - Sono un uomo cinico. -
Quella prima volta, mi sono sentita come un Faust che dovesse pronunciare l'indicibile. Poi, mentre tutti intorno sembravano agitarsi e al tempo stesso ogni cosa allontanarsi e sbiadire e tu solo restavi calmo, solido e reale, mi sono detta che sì, a questo potevo credere.
Mi sono risvegliata per rendermi conto che, mentre dormivo, mi ero trasformata nell'anitra di Lorenz. O forse era iniziata un poco prima: fatto sta, che ricordavo soltanto te. E io lo sapevo che non era andata così, che durante quell'interludio dovevano esserci state altre facce e altri dialoghi. Eppure, per qualche motivo, non me ne rammentavo. Così ho capito e, una volta rimasta sola, mi sono guardata cercando al di sotto delle lenzuola piume, palme. E ho avuto la conferma che la mutazione era avvenuta: un'anitra ero, con tanto di palme e di piume.
Ho preso cura di nasconderlo, per un po'.
Poi mi sono detta che, peggiore di un'anitra, c'è solo un'anitra ingrata.

***

Adesso ho il mio specchio. Sembra essere freddo e caldo allo stesso tempo. Non lo amo, il mio specchio, ma è quello di cui avrò bisogno perché mi rifletta alla perfezione. Mi ha detto: A volte fai paura, dimostrando con ciò di essere perfetto, perché era esattamente quanto stavo pensando io. Non amarmi, specchio, non iniziare ad amarmi anche tu, o non servirai più a nulla.
Ma forse m'inganno. E' la mia sofferenza, che non voglio rivedere negli occhi degli altri. Lui non me la mostrerà, ma solo perché non gliene importa nulla. Specchio bugiardo, che direbbe qualsiasi cosa io volessi sentirmi dire. Specchiospecchio, sono una sciocca e ti butto via subito.

***

Come una fanciulla sceglie il suo abito, io ho scelto il mio. L'ho scelto con cattiveria verso me stessa, il mio abito, e per questo l'ho scelto di niveo candore. Bianco, a ricordarmi che non sono più una fanciulla. Bianco: perché non sarò una sposa. Bianco: che possa intridersi di sangue. Bianco: per farsi beffe dell'innocenza. L'ho scelto con grande attenzione, il mio abito, e la commessa mi aiutava premurosa credendo servisse a chissà che e poi dopo un po' incerta, perché non ne indovinava lo scopo.
E' un po' monacale, il mio abito, e questo mi fa sorridere amara. Me lo toglieranno, e sarà come una svestizione. Non faranno caso al mio abito, e così resterà un segreto, perché mai io lo abbia scelto tanto accuratamente.


***

A volte bisogna dominarsi con fredda decisione. E forse agli altri sembrerà che ce ne stiamo lì, in piedi con gli occhi vitrei o seduti, impettiti e indifferenti, mentre ogni cosa precipita nella assoluta mancanza di senso. Ma, in noi stessi, sappiamo. Comprendiamo.
Tuttavia si aspettano che piangiamo e gridiamo, per non sentirsi deprivati di senso anche loro. O forse solo perché il pianto e le grida apparirebbero loro maggiormente intelligibili. Qualcosa da poter fronteggiare, magari con una pacca sulla spalla.
Se riuscissero a far penetrare il loro sguardo adesso, scorgerebbero neve fresca che si posa sull'acqua, come riflessa mille volte in specchi d'argento. O la mia amata Torre di Galata, da dove si dice che Hazerfen Ahmet Celebi abbia spiccato il suo volo.
Specchio specchio, ho bisogno del tuo gelido splendore e riposare un po'. Il freddo che ho in me non mi basta. Dimmi, specchio, chi è la più cattiva del reame. E menti, se puoi.

***

Domani è oggi.
Frammenti. Molto meno che un ricordo. Eppure, curiosamente nitidi, come riflessi a giorno dall'alogena.
Dicono che un chirurgo possa anche amarla, la suspence. Ma non in una sala operatoria, lì, non devono esserci sorprese. Che se anche si presentassero, puoi esserne ragionevolmente certo, non sarebbero di quelle che avresti voluto tu.
La volta buona è questa volta.
Nella voce del tuo assistente un po' di sorpresa c'è. Nella tua no. Riveli poco. Guardi quel che c'è da fare, e lo fai. Dunque, bisogna fare presto, e poi chiudere. Prima, però, vuoi essere sicuro che io abbia capito che non cambierà nulla. Che potrò avere tutta la vita che vorrò per altri a venire, dopo me.
Hai le dita insanguinate. Non le muovi, ti sposti tu, appena un po'. Non è un riguardo, e forse non sai o non ti chiedi, ma posso vedere nella lampada, sospesa su me.
Se hai mai visto una farfalla trafitta quand'eri bambino, allora sai cosa intendo.
Io, non posso neanche sbattere le ali.

"...questa fine di maggio, dalle parti d'Antalya, sono così le spighe, di prima mattino; così sono i castagneti di Bursa, le foglie dopo la pioggia, e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul. - Occhi d'ambra. Occhi di gatto alle luci aliene della lampada, e...
- ... mi sente? - No. Cioè sì, ti sto ascoltando e sì, ti sento, ma inizio anche a sentirmi male. E' luce netta, senza ombreggiature. Penso alle luci guizzanti e tremolanti di candele in una cappella. Affiorano immagini, parole. Versi: - Your eyes your eyes your eyes... - . - Gozlerin - , Nazim Hikmet. Penso a niente e a ogni cosa mentre una parte di me ripercorre a mente i passaggi di ciò che ti accingi a fare e i miei occhi seguono, là in alto, ciò che sta avvenendo. Sono consapevole, o così a me pare, di ogni vostro movimento. Poi la nausea mi sembra incontrollabile e mi mettete a dormire. Rapido, un anestetico sortisce il suo effetto e i miei pensieri si spengono.

***

La cicatrice è un piccolo solco rosso che mi attraversa.
Sbiadirà, col tempo. Ma per adesso segna la memoria come un memento vivo.
Sono obbligata a ricordare.

***

- L'ho fatto perché era possibile farlo. - Una risposta elegante.
La verità è che, non ci fossi stato tu, avrei finito col perdere ogni cosa. Insomma, avevo espresso un desiderio, lo scorso dicembre, e lo credevo inesaudibile.
Si è poi avverato, soprattutto grazie a te. Tuttavia non te lo dico, poiché immagino che la gratitudine possa essere assai noiosa. In effetti, ringrazierò tutti tranne te. Mi pare banale e insignificante e anche del tutto inadeguato e io le ovvietà le detesto.
Era Natale e... insomma, proprio non si può raccontare una storia così. Non ci crederebbe nessuno. Infatti, non ci hanno creduto. Ho chiamato i miei genitori, dopo, e mi sono sembrati ecco, increduli, appunto. Ed io, mi son messa a scrivere. Come sempre faccio.

***

- Ehm... la stanno chiamando - . Sto per essere dimessa per la seconda volta in pochi mesi, siamo nella stanza delle medicazioni che adesso risuona del tuo nome. Alzi lo sguardo verso l'infermiera che ne sa meno di te, e stavolta del felino del Cheshire è rimasta solo l'indolenza gattesca: - Cosa vogliono... - .
Chissà quante volte t'avrò scocciato io pure, con i miei silenzi, le mie chiusure da ostrica, e poi domande su domande.
Scusa. Scusa.

***

Mi parli lento, ripetendo più volte, come a un bambino. Nessuno mi ha mai parlato così, ma non riesco ad adombrarmene, forse sono sotto choc perché ogni cosa, le parole, i gesti, la luce, mi appaiono di una qualità ovattata, imprecisa. Rifletterò poi che probabilmente lo avevi capito.

***

Finita. E' finita. - Come se non fosse successo nulla - hai chiosato tu.
Era iniziata in un giorno come un altro. Non era successo niente, quel giorno. Una porta si era aperta, e tu eri lì.
Memoria eidetica. Linee, forme, colori, fisionomie. Parole anche. Non le mie. Disposta a lasciarmi irretire da quelle degli altri, anche; la penso come il tale: - Fare lo scrittore mi piace; quel che non sopporto è mettere le parole sulla carta - .
Però quel giorno tu eri lì. Una porta si è aperta e...
Eri lì, e chiedevi di essere raccontato. In qualche modo.
Ha ragione chi sostiene che le parole sono un trucco. Peggio, aggiungo io. Le parole sono un imbroglio. Non come ossa, nervi, sangue, tendini, muscoli, tessuti. Che possono riservarti sorprese, quasi mai piacevoli, ma non mentirti. - C'è una logica nella medicina - hai affermato perentorio una volta. Nell'affabulazione non ce n'è. Chi subisce l'incanto delle parole - o intesse malìe per gli altri - è pronto a giurare tutto. O il contrario di tutto.
- Racconta, ancora. E giurami che è vero. -
Quel giorno, una porta si è aperta. Pioveva - ma faceva anche un po' caldo - era settembre, ed era un giorno come un altro. E tu, partecipe e sollecito. O invece no, vivace leggero sbadato, - assenza d'increspature su superficie levigata polìta... -

***

Sempre così. Una parte di me, sempre a chiedersi: come potrei raccontarla, questa, come descriverla?
Un'inflessione nella voce, occhi che guizzano, il fremito di labbra.
E l'interlocutore, persuaso ch'io fossi distratta.
(E' che dovrei imparare a disegnare, ecco.)
In seguito avevo scoperto la verità e - non lasciarmi cadere - avevo detto, o forse solo pensato.
Adesso ti sta di fronte, per una delle ultime volte. Riesci quasi a immaginare l'automobile ferma, il castello sotto la neve che scende a fiocchi morbidi e rapidi, così come te li ha descritti tempo addietro. Lo rivedi in quel corridoio che sembra non finire mai, mentre viene verso di te, ma poi di lui ricorderai solo dettagli, un particolare.
Come di sfuggita, un riflesso: ti volti, e già non è più lì.
Un ricordo d'infanzia e un'immagine cara da contrapporre allo sgomento, e a quel vago senso d'orrore - forse, è quello che facciamo tutti. Per questo, avevi sussurrato o creduto di sussurrare o soltanto immaginato quelle parole, quella seconda volta.
E che lui ti avesse sentita oppure no, non ti aveva lasciata cadere.

***

Le parole sono fili sottili di seta e d'argento, robusti come cavi d'acciaio ritorto.
In equilibrio, a cercarne di precise e leggere, ne chiedo in prestito ad altri.
Nel gioco del baseball il lanciatore di chiusura è colui che chiude, e salva la partita. Quando questo gli riesce, poi a volte fa un gesto curioso, indica il cielo con un dito, qualcuno ha scritto perché è nella natura di Dio intervenire nella parte bassa del nono inning. Ma forse quel gesto vuol dire solo - ho chiuso, e ho salvato la partita - . Quella volta, in quel gelido pomeriggio di inizio d'anno, c'era lui. Ha fatto anche più di quanto crede, di ciò che sa; ti ha salvato la vita, ma tu non ne parlerai. Così ora lo guardi e pensi, senza riuscire a dirglielo: grazie di aver chiuso e salvato anche per me. Perché, con quali parole potresti mai ringraziare il - lanciatore di chiusura - semplicemente di essere quel che è: colui che chiude, e salva.


Dedicato a tutte le donne che hanno lottato e perso, senza che ne sia stata serbata memoria. Ma anche a quegli uomini che giocano e vincono, per i Red.

Morgain

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