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Racconto n° 3308
Autore: Faber Altri racconti di Faber
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Chi cerca trova
- Davvero, dai. Chi cerca trova. Lo dice anche il proverbio, no ? - e l'uomo ride.
E ridere probabilmente gli fa anche bene al cuore, perché probabilmente è il primo sorriso che affiora alle sue labbra dopo parecchie ore. Passate su quei conti che più li guardi più sembrano essere sbagliati, quasi avessero ogni volta una vita nuova e una volontà propria, ostile e pervicace, e si ostinassero a rendergli irta di dubbi la risalita, tra powerpoint e excel. E quaderni di appunti che, la sua scrittura a mano è disastrosa, sembrano mappe indecifrabili di antenati pirati.
- Vorrei - sussurra, abbassando quasi a sibilo bastardo e insinuante la sua voce.
- Vorrei. Perché sai che non pretendo, non ordino, non grido. Solo vorrei che... - e rende fisici al telefono persino i puntini di sospensione. Solo per assaporare all'altro capo del filo la domanda muta.
Poi un silenzio. Morbido, lento, quasi voluttuoso, come un respiro forte dalla sigaretta che ha appena accesa. Tabacco secco, forte, con retrogusto solo leggermente speziato.
Di una sigaretta rubata ad un divieto.
Lei, distante nello spazio eppure lì, che lui lì davanti con lo sguardo a punto di domanda quasi la vede, la sente, appesa.
Regala brace rossa alla punta della Camel. Inspira.
E a lei la delizia di frenare una domanda, di restare su quel filo che nei suoi giochi ogni volta le vuole regalare. Che ogni volta la fa sprofondare, sentire piccola, davanti ad una nuova porta chiusa, in attesa che l'uovo si rompa come nelle pasque lontane e ne sbuchi, celata dal cellophane che occulta e non svela che la sagoma di un contorno tridimensionale, la piccola sorpresa.
- Vorrei che tu mi cercassi, sai?
Domani. Tutto il giorno -
Detto così, a semplici parole per una semplice richiesta, dopo la pausa, a lei che è lontana.
- Che mi cercassi, domani al lavoro -
Sembra sillabare, con punti di attesa, il suo pensiero.
- Un attimo, scusa - e posa il cellulare, poi con la stessa mano alza la cornetta del telefono da tavolo che aveva cominciato a suonare, alzando, man mano che passavano i secondi, attraverso le sequenze degli squilli, il suo cantare.
- Sto per finire la tabella, scusami ma sono al telefono sul cellulare. -
- Sì. -
- Appena è pronta ti mando la presentazione, tu puoi mandare intanto una mail di conferma dell'appuntamento per domani. Ci sentiamo dopo, scusami, ma ho una persona in attesa -
- A dopo. - E cambia nuovamente telefono riprendendo tra le dita la sigaretta mezza bruciata con la cenere che cade.
- Scusami tu, ora, stavo dicendoti di domani - Lei tace.
- Vorrei che tu mi cercassi, domani, per tutta la giornata. Vorrei che ti vestissi per me, come se ci dovessimo vedere. Una camicetta fresca, bianca, adatta al sole. Che aperta sul collo renda giustizia alla bellezza dei tuoi seni. Alle ombre che si vanno, dove il bottone si chiude, a infossare.
La gonna, poi. Né corta né lunga, che si vedano le tue gambe, quando cammini, nervose, sicure, lunghe eppure così morbide nei movimenti. Sai che quando cammini sembra che voli e che camminerei un passo dietro di te solo per poterti guardare... La gonna, che sia corta abbastanza da mostrare le tue cosce se ti siedi, e ti chiedo di rinunciare a quel gesto che ti è così abituale, di prenderla per l'orlo e tenderla, stirarla verso il basso, se sedendoti un poco ti sale, sì, lasciati guardare -
L'uomo fa una pausa, per spegnere la sigaretta, giunta quasi a bruciargli le dita.
Lei tace.
- Poi, per me, scarpe basse, per favore, tacchi quasi a zero. Da ragazzina non portavi tacchi e quando sembri così giovane e indifesa mi piaci da impazzire -
- Poi... - l'uomo passa dei fogli che ha riunito in una cartellina trasparente, oltre il tavolo, a una segretaria che si è fermata davanti alla sua scrivania, in attesa. Le fa un cenno della testa come a dire e ribadire col gesto qualcosa che lei sa già che deve fare, senza dire una parola, e senza scollare il telefono dall'orecchio.
- Poi un regalo. Non mettere le calze, domani, che fa caldo anche qui, e immagino quanto più caldo sia da te anche, domani. E poco importa se le tue gambe sono ancora chiare. Senza calze sembri più nuda e indifesa, persino le ginocchia sembrano quelle di quando ancora andavi a scuola e non quelle di una donna in carriera, così velate e sicure, nel loro frusciare sottile di cosce accavallate. Non mettere le calze, e non mettere nient'altro sotto la gonna, così potrai, davvero, venirmi a cercare.
Mi cercherai e mi troverai, perché chi cerca trova, te lo dicevo prima, amore - la voce ha un tono più alto e sembra, per un attimo, farsi pesce in acqua e guizzare. Poi, subito dopo, torna lenta e piena.
- E dopo avermi trovato, ogni volta, so che mi sentirai, ancora. Mentre cammini o lavori, come se fossero lì la mia bocca e la mia lingua ad asciugare e bagnare il taglio nudo e la carne delle cosce se le dovrai accostare -
La pausa ora, perché lui si ferma un istante solo, forse non è proprio necessaria. Ma quella pausa nel suo dettare a lui serve. A lui fa piacere.
Perché, l'orecchio ad aderire forte al cellulare, vuole cercare di là, dalla parte di lei, quello specifico, inconfondibile rumore. Che lei quando trattiene il fiato fa, quasi serrasse qualcosa in gola e non potesse nemmeno deglutire.
E poi il gioco di quei tempi, che sono il suo modo naturale di parlare, le permetterà di scriversi nel cuore e nella testa le parole che lui ora continua a dettare.
- Vorrei - una pausa ancora.
- Vorrei che ogni volta - ogni - che mi pensi, tu mi venga a cercare -
Non sa se essere felice o deluso che lei non abbia una domanda ora, poi sorride del suo silenzio e ricomincia a dettare.
- Vorrei...Vorrei che ogni volta, ma ogni volta davvero che mi sentirai o ti troverai con me nei tuoi pensieri, ogni volta, in qualsiasi modo io sia lì con te, tu mi venga a cercare. Che la tua mano corra alla tua gonna, ci scivoli, ci caschi, ci precipiti o strisci di nascosto se non vorrai farti vedere.
Sempre. Ovunque. Anche se non sarai sola dovrai riuscirlo a fare, come non so, ma devi -
La immagina mentre parla e lei ascolta, immagina di averla lì. La può vedere.
E continua allora.
- E ogni volta dovrai premere, schiacciare, sfregare fino a sentire che l'effetto del toccare ti fa diventare rossa in viso e umida lì sotto, tra le cosce. Ogni volta, poi, ti dovrai fermare.
Sarò felice per ogni volta che riuscirai ad arrivare anche a toccarti sotto la gonna con le dita, ogni volta che sarò nelle tue dita a carezzare, stringere, allargare. Toccare.
E quando non potrai davvero farlo in modo così evidente, ma ti chiedo che così non sia, sarà il mio polso a comprimerti il ventre sopra la gonna, a spingere il suo tessuto sulla tua fica nuda. A farmi trovare.
Se ti accorgerei che ti vedono o che ti possono vedere potrai interromperti, ma non prima di essere riuscita a giungere, in qualsiasi modo, a trovarmi, pur col tessuto della gonna, dove io voglio vivere e entrare. -
Lei tace e respira.
- Non chiedo molto, vero? Solo che tu, cercandomi, mi trovi. Che tu mi venga a trovare... - L'uomo ha abbassato la voce sull'ultima frase perché ha davanti al tavolo due persone, in piedi, che parlano tra di loro. L'ha abbassata solo, ma non ha smesso di dettare.
Perché anche lui sa che, come lei, non ha diritto ora di fermarsi e smettere, dettando il compito a lei, di cercare.
Lei. Attraverso i silenzi.
E le parole.
- Domani, al lavoro, a pranzo, a casa con lui, quando tornerai la sera - la sua voce è bassa eppure netta ora, le due persone finalmente si voltano e, continuando a parlare tra loro, si allontanano dalla sua scrivania.
- Sarò felice di essere con te una giornata intera, sai ?
Perché io ci sarò. Trovami. Domani cercami e vienimi a trovare.
Domani, vienimi a cercare... -

Faber

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