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Racconto n° 3360
Autore: Matilde S. Altri racconti di Matilde S.
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Timeline, i viaggiatori del tempo Perfidia, il desiderio oltre la ragione Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia The Dreamer, alla ricerca del sogno proibito La Setta, un viaggio alla ricerca del piacere estremo. Diario dal Sahara, un viaggio tra le grandi dune del deserto. Meraki, alla ricerca dell'anima Destiny, un incontro avvenuto per caso Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere Mea Culpa, religione e mistero
 
 
Fuoco arcano
Occhi scuri, languidi e luminosi lo osservano enigmatici.
Dentro a quelle iridi scure arde un fuoco arcano, un calore inconsueto che ammalia e carpisce ogni pensiero razionale.
Si sente inghiottire da quelle pupille nere come il peccato,preso e trascinato ineluttabilmente, frastornato da quello sguardo che trasmette indicibile lussuria.
Vorrebbe opporsi a quella forza magnetica, dettare lui le regole del loro fondersi, ma non può resistere alla voce suadente che da quegli occhi emerge e lo guida verso l'esaltazione dei sensi.
Quegli occhi parlano, anzi gridano, con un timbro di voce talmente acuto che gli sembra impossibile che altri non sentano:
- Non resistermi ! – Solo lui percepisce quelle due inquietanti parole, ossessivamente ritmate dallo sguardo della donna seduta al tavolo d'angolo in fondo al ristorante.

Stefano ascolta distrattamente gli amici, ride delle loro battute senza sentirle, mangia senza sapere cosa porta alle labbra, completamente estraniato da tutto, come se nella sala non vi fosse che lei.
Lei che non molla la presa, gli occhi inchiodati su di lui.
Ogni gesto che fa sembra essere studiato per eccitarlo. Porta alle labbra ogni boccone con una sensualità che lo fa tremare: la lingua esce a leccarlo, poi lo infila in bocca e lo assapora con una libidine dissoluta, come se al posto del cibo vi fosse il suo cazzo.
Si, non sta impazzendo, lei lo sta stregando con ogni movimento, mettendo anche nel più insignificante gesto una malizia che rasenta l'oscenità. Mentre posa la forchetta e con la punta della lingua raccoglie un'immaginaria briciola dall'angolo delle labbra, gli occhi continuano a parlargli, a provocarlo, ad invitarlo a quel banchetto di sesso che si srotola impudico davanti a lui.

Stefano non riesce a capire che gli sta succedendo.
Da quando è entrato al ristorante, da quando il suo sguardo si è posato su di lei come richiamato da una calamita, è in uno stato di eccitazione incredibile. Il cazzo compresso nei jeans è talmente duro da fargli male. I testicoli sono serrati come in un pugno, contratti dolorosamente dalla morsa di desiderio che lo pervade.
Eppure non ha nulla quella donna da attrarre la sua attenzione:
Non è particolarmente bella, una che non avrebbe mai notato in un altro contesto: il viso è segnato da qualche ruga, il corpo è troppo pieno per i suoi gusti, l'abbigliamento è anonimo.
Ma mentre il sorriso nasce come d'incanto su quel viso ignoto, lei gli appare come la femmina da sempre agognata nei suoi sogni più audaci.
Pare una pantera in attesa, una temibile cacciatrice che, con sguardo altero e acuto, scruta la preda prima di sferrare l'attacco fatale.
E la preda è lui.

Le labbra si muovono creando una parola. Cerca di leggere il labiale, affascinato da quel lento e ripetitivo movimento della sua bocca:
– Seguimi ! - Lo ripete molte volte, una litania ossessiva prima di alzarsi, camminare lentamente continuando a guardarlo, per poi sparire, con un'ultima inequivocabile occhiata, in una porta in fondo al locale.
Non è certo di aver interpretato giustamente il labiale, ma una forza sconosciuta lo guida e senza pensare si alza e la segue. Apre la porta e si trova davanti ad una ripida scala che scende verso un lungo corridoio. Sente in lontananza dei passi che risuonano e li segue smanioso di raggiungerla. Dopo una curva il corridoio diventa stretto e oscuro, le pareti intonacate lasciano il posto alla pietra viva e percepisce un leggero odore di muffa aleggiarvi. Probabilmente porta alle cantine del vecchio palazzo adibito a ristorante. Ne ha la certezza quando, dopo un'altra curva, il corridoio si apre in uno spazio enorme, con le pareti ricoperte da griglie piene di polverose bottiglie. A terra vede alcuni indumenti. Sembrano i vestiti che lei indossava. Li segue, novello pollicino, mentre il fiato gli si incunea fra i denti per l'eccitazione. La cantina è un labirinto di grandi botti di antico legno poste su vecchi cavalletti; velocemente le aggira cercandola e finalmente la vede: in piedi, completamente nuda, le gambe leggermente divaricate e le mani posate sul ventre.
Lo aspetta eretta e fiera, con sulle labbra un sorriso beffardo e negli occhi il mistero.
La luce soffusa, leggermente rosata le accarezza la pelle esaltandone la vellutata consistenza. Il seno è grande e i capezzoli sono scuri e irti, il ventre è leggermente arrotondato, i fianchi sono morbidi e torniti. Adagiate sul grembo le mani, grandi e affusolate, celano in parte il serico cespuglio di riccioli scuri.
Dai suoi occhi nascono lampi di brace quando parla, la voce vibra in note tintinnanti che ipnotizzano :

- Spogliati per me ragazzo! Fai scendere lentamente la cerniera dei jeans, la mano diventi morsa sul cazzo teso e porga alla mia voglia la cappella gonfia e lucida. Voglio nutrire i miei occhi della sua altera bellezza. –

Il cuore di Stefano perde un colpo alle parole.
Sembra un antico incantesimo quella frase oscena.
Gli pare la cosa più logica del mondo in quel momento spogliarsi.
Slaccia i jeans con gli occhi incatenati a lei, sentendo la pelle diventare viva e palpitante di aspettativa nel farlo.
La cerniera scende e i jeans cadono a terra. La mano si immerge e si contrae sull'erezione.
Senza esitazioni estrae la mano, piena della sua verga dura e pulsante.
Le labbra della donna hanno un fremito, mentre le dita si arcuano sul pube in una contrazione istintiva.
Senza parlare gli si avvicina.
Non lo tocca, si ferma a pochi centimetri da lui e lo invade col suo odore di femmina, col calore che emana dal suo corpo, con la carezza del suo respiro che si posa bruciante sul suo petto.
Lui allunga istintivamente la mano, il palmo sul viso in una carezza esitante, prima di farsi audace e riempirsi le mani dei suoi seni, e poi sempre più deciso abbassare il viso e bere da quella bocca socchiusa. Il suo sapore lo inebria, la lingua si arrotola sulla sua e succhia ingorda ogni goccia di saliva. Le pelli si incollano e i brividi si mischiano mentre invasate da una fame atavica le bocche si divorano e le mani si impossessano di carne fremente.
Scivolano a terra avvinghiati, le labbra si staccano solo per ritrovare il respiro, mentre gli occhi restano legati.
La voce di nuovo emerge e, rovente di passione, lo guida ancora nella sacrale danza sessuale:

- Mangia il mio corpo, bevi il mio sangue, prosciugami, domami. Se ne sei capace... –

Stefano sente montare dentro un desiderio ferino di inaudita potenza nell'udirla.
Femmina di pantera che lo sfida e lo istiga.
La sua frase preme sull'interruttore della follia.
Lo pervade con effluvi inebrianti a cui non vuole resistere.
La risposta diventa folata violenta di vento che avvolge e percuote.
Il desiderio di farle di tutto gli invade ogni briciolo di sostanza.
Voglia di perdersi in ogni piega del suo corpo, di toccare, accarezzare, succhiare, penetrare, mangiare. Desiderio insopprimibile.
Delirio che scava la pelle solcandola di lussuria.
Voglia di possederla con furia, di avventarsi sulla sua carne con le unghie e con i denti, infettandola della sua stessa bramosia.
E lei lo guarda avventarsi sul suo corpo con occhi luminosi che gli incendiano ancora di più il cervello; Perché in quello sguardo vi è tormento, vi è amore, vi è il mondo intero mentre gli si offre, distesa sul pavimento sconnesso, con la pelle percorsa dai tremiti della passione.
In quel momento è la donna più bella che Stefano abbia mai visto.

- Sazia la mia fame Stefano -

Appena un sussurro, un'accorata carezza di voce che le esce dall'anima e con cui lo travolge.

E lui affonda fra le sue gambe e si nutre avido del suo miele. Sale leccandole il ventre, lavandole la pelle con la saliva mischiata al suo nettare. Sale ancora e stringe le mammelle fra le mani prima di chinare la bocca e succhiare avido il capezzolo; i denti diventano corona stringendosi con foga sulla tenera punta. E poi di nuovo sulle sue labbra, aspirando il suo alito dolce e guardandola a lungo, strofinandole il bacino sul pube per fargli sentire tutta la voglia che ormai non può più trattenere.
Ma lei è una pantera, una femmina recalcitrante che vuole la battaglia prima della resa.
Gli rotola via.
Lo avvolge.
Lo morde.
Lo graffia.
Lo bacia.
Lo succhia.
Lo porta mille volte vicino all'esplosione, per poi ritrarsi e ricominciare.
E lui ribatte colpo su colpo.
Spietata guerra dei sensi che non contempla resa.

Il tempo smette di camminare, rimirandoli estatico.

Stesi sul pavimento di pietra grezza, personificano l'essenza di due felini indomiti e le gocce di sudore che brillano su di loro esaltano la furia animale ormai incontenibile.

Poi, improvvisa la quiete.
Inaspettato arcobaleno dopo l'uragano.

Lei si rilassa sotto al suo corpo, allarga le gambe e muove il pube sul cazzo teso in un'offerta totale.
Stefano ha il respiro spezzato, gli occhi lucidi e la testa vuota mentre con un movimento deciso affonda in paradiso, gustando la smorfia estatica del suo viso nel sentirsi colma.
La foga con cui si sono cercati è svanita, sostituita da una dolcezza indicibile.
Si muovono allo stesso ritmo, dondolio lento di pelvi senza nessuna urgenza, gustando avidamente ogni sfumatura del loro amarsi.
Gli occhi si sorridono mentre si avvicinano assieme all'orgasmo.
Quando Stefano gode non è un'esplosione violenta, ma un graduale fluire di sborra, un colmarla lento e continuo che pare non terminare mai. E lei si morde le labbra al primo getto, si inarca premendosi ancora più su di lui e un gemito dolcissimo le sfugge mentre si lascia trasportare dall'estasi.
Stefano se la porta sopra al corpo, la tiene stretta con tenerezza fra le braccia, sentendo il respiro di lei placarsi sul suo cuore e provando un incredibile senso di felicità.

Dopo un tempo indefinito, quando il gelo del pavimento lo riporta alla realtà, Stefano rincorre un ricordo, cercando di capire cosa cerca di emergere dall'oblio della sua mente: sì... ecco, lei lo ha chiamato per nome. Eppure non si conoscono. Ma è certo di averla sentita sussurrare proprio il suo nome.
La guarda, ancora rannicchiata fra le sue braccia con gli occhi chiusi, indifesa come una cucciola; glielo chiede con un bacio, sussurrandoglielo sulle labbra dischiuse:

- Chi sei ? –

Lei apre gli occhi. Il suo sorriso pare quello di una bimba, la dolcezza ha sostituito il rigore del desiderio. E lo guarda con una tenerezza infinita:

- La tua strega –


Matilde S.

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