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Racconto n° 3405
Autore: Amaranta Altri racconti di Amaranta
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Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto Stranger, uno scandalo politico francese Confidence, le confessioni di una escort Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere My Story, il coraggio di affrontare la verità Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Debacle, il prezzo della verità. Exhibition, sembrava solo un gioco.
 
 
Anima puttana
Cerco in te la conferma di quel che sono, di quel che ero, quando digito il tuo numero.

- Sono Elena, mi richiami?
- Sì.

La tua telefonata arriva subito.

- Come stai?
- Mi hanno pubblicato un racconto, su rossoscarlatto.
- Mi diventerai famosa – sento la tua voce che sorride – dimmi chi sei, vado a leggerlo. Poi ti richiamo.
- Hai detto che mi richiami, devi farlo.
- Sì che lo faccio.

Aspetto ad occhi chiusi, lo stomaco contratto, temo che non mi richiamerai, che qualcuno entrerà nel tuo ufficio e ti riporterà alla tua vita, che il racconto non ti piacerà e molto diplomaticamente tacerai.
Il telefono squilla.

- Bello.
- Dici davvero?
- Sì, mi è piaciuto. Quanto c'è di vero?
- Quasi tutto. A me non piace quel racconto.
- A me sì. Non puoi parlarmi con quella voce.
Rido.
- E' l'unica voce che ho.
- Dove sei?
- A letto, sotto le coperte.
- E cos'hai addosso?
- Sono vestita male, da pomeriggio casalingo passato a pulire.
- Cos'hai?
- Una vecchia gonna verde di tweed, che una volta mi piaceva tanto, lunga fino al polpaccio. E un maglione beige, con le trecce e il collo alto.
- E poi? Posso chiederlo o devo fermarmi?
- Indosso dei collant spessi, perché ho freddo, slip bianchi, a vita bassa, canotta nera, reggiseno di raso verde, bello. Sono completamente scoordinata e nienteaffatto sexy.
- Posso andare avanti?
- Raccontami una delle tue storie. Prendimi per mano e portami da qualche parte.

Sento che sorridi. Portami a ritrovare me stessa, che mi sono persa, che mi sembra di non volere più niente, di non desiderare più, di non essere più capace di far eccitare un uomo e di eccitarmi io. Ho dimenticato tutto, ho seppellito la mia anima puttana sotto tonnellate di paure e difese. Non ho più desideri, ho perso le mie fantasie e la capacità di assecondarmi. Sono tornata la suora mancata che ero anni fa, quando ci siamo conosciuti, quando non potevo ammettere con me stessa di avere bisogno di sesso. Tu mi hai insegnato a non avere paura di me, mi hai insegnato a guardarmi, ad accarezzarmi, hai guidato la mia mano verso il mio primo orgasmo, mi hai insegnato a fare l'amore con il cervello prima che con tutto il resto, portami a ritrovare quella che ero con te.

- Entro in quel letto, insieme a te. Senti le mie mani intorno alla tua vita?
- Sì
- Infilo le mani sotto la tua gonna, dentro i tuoi collant, dentro i tuoi slip. Voglio sentire la tua figa.

Infilo una mano sotto la gonna, dentro i miei collant, dentro gli slip, affondo le dita nella mia figa bagnata.

- Ti avvicino a me.
- Mi muovo con il mio sedere contro il tuo bacino.
- Senti quanto è duro il mio cazzo?
- Alzo la gonna, abbasso i collant e gli slip. Voglio sentirti sulla mia pelle.
- Fallo davvero. Togli i collant e gli slip, poi sdraiati sulla schiena. Devi farlo davvero.

Ed io eseguo, come quasi sempre è stato.

- Allarga le gambe ora.
- Solo se tu mi guardi. Dimmi che mi stai guardando. Dimmi che mi guardi mentre mi accarezzo.
- Sono davanti a te, ora. Accarezzati, fammi sentire che ti piace. Sì, così, accarezzati di più.

Assecondo le tue richieste, mi spoglio, per quanto razionalmente mi sembri assurdo, tu non puoi vedermi, eppure faccio tacere – perché mi fido di te – faccio tacere la mia ragione, rimango nuda nel mio letto, le mie dita a giocare con la mia figa, sempre più bagnata. Ascolto la tua voce leggermente roca, mi abbandono alle trame tessute dalle tue parole, dai tuoi desideri sussurrati, dalle tue richieste, dai tuoi ordini. Misuri il mio piacere con il metro dei miei gemiti acuti e del tono grave della mia voce.

- Infila le dita nella figa ora.
- No, non lo faccio.
- Ti ho detto di farlo, fallo ora, fammi sentire che lo fai. Allarga le gambe e infila due dita nella figa. Poi stringi le gambe... muoviti ora, muovi il bacino come se ci fossi io dentro di te. Muoviti Elena.
- Ho voglia del tuo cazzo, ho voglia di averti dentro. Dimmi che mi sei dentro, dimmelo.
- Chi sei, Elena?
- Sono la tua schiava, la tua puttana. Puoi farmi tutto ciò che vuoi.
- Dimmelo ancora.
- Sono la tua puttana... sono la tua puttana.
- Girati.

Il mio orgasmo arriva mentre mi racconti una delle tue storie. La conosco, me l'hai raccontata tante volte, anni fa, sai che mi piace, conosci l'effetto che mi farà. Ci sono io, con una gonnellina estiva, senza slip, e tu che mi porti in un bar e ti siedi ad un tavolino e mi ordini di andare al bancone, e di abbassarmi un po', in modo da far intravedere la figa. Ed è quando cominci questo racconto che io vengo, perché lo conosco, perché so come prosegue, perché mi eccita la tua voce, perché mi eccitano le tue storie in cui tu sei il mio padrone ed io la tua schiava.
Il tuo arriva poco dopo, discreto, soffocato, e non so come vieni davvero, conosco solo questo tuo respiro affannato che mi dice quando vieni, se vieni – ma perché dovresti mentirmi?

Da quanto tempo non ti permettevo - non mi consentivo - di giocare con me - con te?

Ci sono ancora, le mie fantasie sono lì, la mia capacità di eccitarmi, di eccitarti, esiste ancora, i miei desideri ci sono ancora. Sono ancora io, sono ancora, di nuovo, io.
E non importa se qualcuno non mi vede, se non si accorge della mia anima puttana, che non è per tutti.
Occorre pazienza, un avvicinarsi discreto, aggirarmi e mai attaccarmi frontalmente.
Occorre desiderarmi, prestarmi attenzione e non assecondarmi, rispettare i miei limiti eppure ogni volta infrangerne gli incerti e labili confini per spostarli un po' più in là.
Occorre entrarmi nel cervello prima che nel corpo per conoscere la mia anima puttana.
Che c'è, c'è ancora.

Amaranta

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