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Racconto n° 3406
Autore: Ocramocra Altri racconti di Ocramocra
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Ho sete di te

IERI

Zanzibar, villaggio Bravo Club Kiwengwa, da solo. È un abitudine! È il miglior modo per dimenticare una storia: faccio reset prima di iniziarne un'altra. E poi c'è sempre la possibilità di una di quelle avventure che durano tre, quattro giorni, intensissimi, elettrizzanti, in cui ognuno da il meglio di sè. Una bella femmina con marito e figli, quando il cornuto va a fare diving al mattino. Oppure una bella sposina troietta in viaggio di nozze. A me non resiste nessuna: 37 anni, alto, moro, riccio, atletico con bicipiti interessanti, ventre piatto, abbronzato, occhi azzurri, sorriso smagliante, soldi quanto bastano per vivere alla grande.

Appena arrivato al villaggio, l'ho vista. Svedese, alta, capelli lunghissimi biondi quasi bianchi, viso allungato, fisico atletico, l'aggettivo giusto era - algida - . Marito come lei, biondo, atletico, magro, viso inespressivo, assorto. Figli biondi, bellissimi che non sorridevano mai: pura razza ariana. Il fascino cominciò a gocciolare dentro me come un veleno denso, creando anelli concentrici, colorando di viola scuro l'essenza del mio animo. Un bruciore allo stomaco, in basso, vicino all'inguine, accompagnava una sensazione stranissima, mai provata ... sentivo la sua forza.

Ieri sera mi sono seduto al suo fianco, al bancone del piano bar, sotto la struttura a capanna con pali in legno, ero orgoglioso della mia perfezione, del mio corpo perfetto. Il marito non c'era. Lei mi dava la schiena, i capelli biondi e lunghi non arrivavano a coprire la scollatura che lasciava intravedere la perfezione dei glutei, la partenza di quello spacco nella carne che ammalia. Pochissima seta bianca a coprire un corpo perfetto, nessun gioiello addosso. Seduta sullo sgabello, una gamba a terra tesa sulla scarpa, puntata sul tacco, e l'altra appoggiata all'anello d'ottone che fa da poggiapiedi. Un aroma di sandalo appena percettibile mescolato all'odore del corpo caldo di sole.

- Una birra? - ... sicuro dell'effetto che le mie labbra, i miei occhi, il mio sorriso avrebbero avuto su di lei. Ero orgoglioso anche dell'accento newyorkese che avevo dato al mio inglese.

Lentamente. Si è girata lentamente, al rallentatore. Gli occhi sono arrivati ai miei ed è cominciato il dialogo muto e doloroso come un coltello che trova strada lentamente fra le costole. Secondi durati millenni. Lo sguardo di una pantera che ipnotizza una vittima prima di divorarla. Pupille azzurre inespressive hanno narcotizzato la mia anima. Labbra serrate, nessuna emozione, lo sguardo dritto nel mio senza nessuna distrazione; non guardava me, guardava dentro me.

Ho capito di essere arrivato al termine della mia vita. Non credo potesse esserci più luce di così dentro me. Avevo trovato la mia padrona. In quell'esatto istante capii d'averla cercata per tutta la mia breve e inutile vita spesa a dimostrare quanto maschio possa essere un maschio. Le spalle, che tenevo erette e all'indietro per mostrare i pettorali, di colpo si chiusero su se stesse cercando di sopportare la forza di lei ... e lei ha capito che ero suo. Sensazione incredibile. Deve essere così: una razza a parte, capaci di riconoscersi all'istante. La vita come sola merce di scambio. La mia vita per il tuo piacere. Dominati e dominatori.

- Non ho sete ... invece tu, domani, avrai tanta sete quando arriverò col sole alto. Allora potrai bere ... -

Inglese secco senza inflessioni, il tono quasi scocciato. Il viso di lei tornò a girarsi nella posizione di prima con potentissima lentezza. Il cuore era in gola e le mani mi tremavano leggermente. Ho bevuto di colpo la birra e me ne sono andato, ipnotizzato, in camera, da solo.

Non ho dormito tutta la notte e mi sono masturbato due volte ricordando i suoi occhi. Erano anni che non mi masturbavo al buio, solo con il pensiero. La mattina mi sono sentito finalmente calmo, determinato o forse è meglio dire rassegnato, di quella rassegnazione cupa e sorda che immagino accompagni ogni condannato a morte. Verso le nove e mezza, spalmata la crema e, con il telo mare, mi sono incamminato a sinistra, oltre il centro nautico, verso la spiaggia libera dove gli animatori ci avevano detto di non andare troppo avanti, che loro non avrebbero potuto garantire la nostra sicurezza. Percorso circa un chilometro e mezzo, quando le strutture del villaggio si vedevano appena, mi sono disteso al sole, le braccia lungo i fianchi.

ADESSO

Nessuno... un leggero alito di vento porta aromi salmastri appena percettibili. Nessuno per centinaia di metri, sembra di essere soli al mondo. Una leggera risacca la dov'è il mare, pigra, silenziosa e frusciante, lenta, inarrestabile. Il sole altissimo, accecante. Caldo oltre l'immaginabile. Gli animatori ci avevano avvertito che i colpi di sole sono facilissimi e di non esporci per più di mezz'ora. Non ho portato t-shirt né cappello né una bottiglietta d'acqua. Dovevo purificarmi.

Quattro ore immobile sdraiato sul telo da mare, le braccia lungo i fianchi, un'insolazione irrimediabile ormai. Ho sudato ogni liquido e adesso la mia pelle è secca. Devo avere già la febbre. Stanotte sarà impossibile riuscire a dormire. Ma non voglio alzarmi, non voglio rischiare di non averti. Morirò per te ... e tu sai che lo farò!

Ho sete ... ho sete ... tantissima sete!

Il cuore di colpo impazza. Sento il leggero frusciare ritmato di un passo nella sabbia ... ho le allucinazioni? Apro gli occhi, solo una fessura, appena appena ... si, se tu. Riconosco la sagoma contro sole, non riesco a vedere nulla, i tuoi capelli ti fanno da corona illuminati dal sole sparsi ovunque dal vento. Forse sei nuda.

Ti fermi vicino a me, altissima dominatrice dell'universo, onnipotente regina della mia vita.

- Hai sete? - la voce è profonda e leggermente roca ...

Non riesco a rispondere; apro la bocca ma non riesco a rispondere, non esce suono dalla mia gola arsa. Apro la bocca, gli occhi chiusi a fessura ma non vedo nulla, il sole è accecante; apro la bocca ma non esce alcun suono, solo un rantolo indistinto. La febbre mi martella l'animo, il cuore distrugge il recinto nel quale l'ho costretto in tutti questi anni e scappa lontano da me.

- Adesso berrai -

L'intonazione dolce e tenera come a volermi rassicurare, a volermi calmare, come una mamma ... dolce, roca, profonda rassicurazione che raggiunge ogni senso del mio corpo e lo accresce all'inverosimile. Sopra di me, i piedi ai fianchi della testa ... altissima, una mano sul fianco l'altra abbandonata lungo il corpo; non vedo nulla, nulla di te, un'ombra nera stagliata contro il cielo blu, la tua ombra mi rinfresca, la mia bocca è aperta, chiudo gli occhi ... ho sete.

Lentamente ti pieghi fino a che le ginocchia puntano a terra, la tua figa si appoggia alla mia bocca, alle mie labbra screpolate, insanguinate.

- Bevi adesso -

E' un ordine? ... è un consiglio? Non lo so, la sete mi martella le tempie, sapere che adesso potrò finalmente bere mi fa impazzire di frenesia ... il mio cazzo è durissimo, teso dentro il costume; muovo istintivamente il bacino verso l'alto come potessi trovare chissà quale soddisfazione, chissà quale figa ad accoglierlo. Cerco di far aderire il più possibile la mia bocca alla tua fonte di salvezza. Convulsamente, come un assetato.

Prima arriva l'odore, forte e pungente, poi la prima urina; non lasci che venga di colpo perché non ne vada sprecata nemmeno una goccia. La mia bocca è aperta e si sente un gorgoglio come di una caraffa che si riempe sotto il rubinetto Quando il rumore diventa acuto ti fermi e mi dai il tempo di deglutire; deglutisco piano, un goccio alla volta ... calda, caldissima, forte e acida. La deglutisco lentamente perché la gola è infiammata e mi fa male deglutire. Apro di nuovo la bocca, di nuovo pronto, tu riprendi a pisciare, ancora il rumore che sale, sale, sale fino a diventare acuto; ti fermi, io deglutisco a piccoli sorsi, ancora una volta ... ancora una volta ... la mia sete di te è inestinguibile. Lecco le ultime gocce in punta di lingua e tu ti stai già alzando; nello stesso istante io vengo senza nemmeno essermi toccato, con le braccia lungo i fianchi, sento il costume bagnato.

Nessun'altra parola.

Te ne vai, leggera come sei venuta, il fruscio ritmato del tuo passo che si allontana è l'ultima cosa di te.

Non ho più sete adesso, non so se avrò la forza di alzarmi; voglio morire qui, adesso che ho avuto te, fra mille allucinazioni, perdendo i sensi fra mille deliri, consumato dalla febbre.

Il domani non ha più senso ... e tu lo sai.

Ocramocra

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