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Racconto n° 3429
Autore: LaPassiflora Altri racconti di LaPassiflora
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Il Calore degli Uomini
Sentivo freddo, tanto di quel freddo che non riuscivo nemmeno ad aprire gli occhi; capire se fosse giorno o notte non era una cosa facile. Non era il caso che uscissi dalla grotta per controllare, l'avrei capito, il freddo sarebbe finito, e con esso le tenebre avrebbero smesso di lacerare il piacere.
Intorno a me udivo mormorii e lamenti, cantilene di sospiri, sapevo che i corpi stavano recuperando calore. Le pulsioni del senso mi circondavano, i corpi si stavano accoppiando. Assorbire energia l'uno dall'altro era necessario.
La fusione rigenerava le forze, non c'erano altri rimedi in quell'ambiente cieco dal clima impenetrabile.
Il corpo umano deludeva le aspettative convenzionali, il contatto autentico con quelle temperature desolate non era sopportabile.
La quarta notte dal mio arrivo, avevo ascoltato uno straniero mentre raccontava di quegli sfasamenti notturni, una sorta di marea fredda che scendeva ovunque senza lasciare scampo e poi risaliva, quando tornava l'alba.
Avevo appena capito che non ero io ad essere impazzita, ma la realtà a non essere più la stessa. Il mondo che avevo sempre dato per scontato, era scomparso. La realtà a cui ero abituata - a cui tutti eravamo abituati - era sparita senza lasciare il dolore di un urto o la sensazione istantanea di un corpo senza vita.
Era accaduto tutto da un momento all'altro, come un'allucinazione collettiva vivevamo nel medesimo sogno o nel più terribile identico incubo.
La persistenza della decomposizione dello spazio e del tempo era un delirio da cui volevo fuggire, ed avevo iniziato a cercare una via d'uscita. Non volevo credere alla voce di coloro in cui mi ero imbattuta: non c'è mai stato un mondo diverso, rassegnati.
Prigioniera di un universo selvaggio e inospitale, non tolleravo il modo in cui le donne, ad ogni ora del giorno e della notte, venivano sopraffatte ed erano rimarcate con la loro appartenenza ad uno strato sociale inferiore a quello degli uomini.
La loro vita era orribile, la simbiosi di una funzione estetica e utile.
Mi sentivo all'inferno, l'unico diritto vigente era in pugno agli uomini, nient'altro che maschi virili e arroganti. Un sesso pretenzioso, rigenerativo-degenerativo, ostentava presunzione e violenza.

Una volta nella grotta, mi ero chiusa dentro un sacco di polipropene. Indispensabile contro il freddo, un preliminare mentre il ritmo vitale di Naja emanava calore senza interruzione.
Apprezzavo quella pelle di seta, non condividevo la resa facile e la condiscendenza immediata, ma respiravo il corpo di Naja.
Mi si era data ancora prima che l'avvicinassi, la tossicodipendenza la rendeva grata di aver deciso di legarla alla catena. Mostrava un'infinita disponibilità di stimoli eterogenei, il suo corpo collegava il calore al desiderio insaziabile. Provava sollievo entrando in contatto con il bisogno negativo degli altri.
La sentivo, Naja fremeva, abitata da una bellezza profana. La sentivo vibrare lungo l'arco della schiena, mentre le mie dita la scuotevano e oscillavano. Il suo ventre era testimone di una presenza che le si impiantava dentro.
Ascoltavo la sua voce caricata, Naja chiedeva di inciderle la pelle, l'energia che conteneva supplicava di uscire. Ad ogni piccolo taglio delle unghie, Naja gemeva strusciando il pube contro la mia gamba. Il calore diveniva superficie liquida sulla sua pelle, una potenza affascinante che increspava lei ed avvolgeva me.
Un appagamento che avrebbe potuto diventare distruttivo. Depredante. Per me e per lei, lo sapevo, l'avevo già visto fare.
L'incrocio amoroso diventava esplosivo e il corpo poteva svanire, una volta che la coscienza non era che dissolvenza.
Le mie mani scavavano nel corpo di Naja una buca grande quanto la necessità di trovare una tana, dovevo ripararmi dal ghiaccio che penetrava gli occhi. Naja serviva al mio scopo, sopravvivere, ma non volevo usarla come gli uomini a cui era abituata, desideravo che almeno ne giovasse.
Naja godeva, intrecciava le gambe, afferrava con forza, stirava i piedi minuti mentre le mie mani continuavano a segnarla. Mi nutrivo di lei, senza darle quasi nulla, l'affamavo e lei diveniva combattiva. Mi cercava, si gettava ancora più arresa fra le mie braccia, ed io la spremevo di più, la succhiavo, privandola pian piano anche della sua attitudine conoscitiva. La consumavo.
Tracciavo linee sottili tra il suo inguine folto e il piccolo nido, arricciavo le dita e inanellavo il suo sesso, la stringevo e la costringevo a farmi entrare più a fondo, fino a sentire l'onda morbida del vento caldo della pulsione erotica che ci ricopriva.
Il calore creava una cappa protettiva intorno al nostro amplesso, una vera e propria sorgente di energia. Non potevo negarlo, non potevo nascondere che sfruttare Naja era necessario per la mia preziosa vita, peccato che così la sottraevo però alla sua esistenza.
Naja d'altro canto aveva imparato a non vivere d'altro; finché serviva, sapeva darsi un senso e spingere sul suo piacere per rendersi fruibile.
- Sora - mi chiamava - ancora... - diceva - ancora... - pigolava sopra la mia spalla, cingendomi il collo con i suoi lunghi capelli e con il suo profumo di mandorla.
La penetravo con la mano per farla venire ancora, in un gioco di flessione e riflessione, la focalizzavo sul rossore dei suoi orifizi e l'eccitazione la rinnovava.
Desideravo tenerla quanto proteggerla, per quel poco che potevo, la tenevo stretta a me, limitando la mia stessa smania.
La mia bocca si apriva sulla sua, il cuore della mia energia la riempiva. I nostri corpi si incontravano e suscitavano movimenti ancestrali, i nostri poteri si fondevano, esplodendo in spasmi e contrazioni.
Reti magnetiche, intrecci che incastravano la nostra meccanica del sesso.
Lasciavo che in parte Naja assorbisse da me, quel tanto per non perdere aderenza con l'estensione del corpo, con l'esistenza e me stessa.
Eravamo calde e congiunte in un corpo solo, una fusione voltaica che incendiava e preservava le nostre vite dal gelo del mondo. Un mondo che non era il nostro, non lo era, ma corrispondeva all'unico che avevamo.
Rovesciai Naja sotto di me e la respirai, mi sovrapposi alla sua arrendevolezza. Alla sua carica di abbondanza. L'energia scivolava fuori dai pori come un miele naturale che si riproduceva in riconsiderazione di se stesso.
Una duplicazione ermafrodita della propria sostanza, in qualche modo, intuivo, perché era alla ragione di tutto.
Il desiderio alimentava Naja come la fame, e Naja continuava a produrre e a bruciare energia in quantità antropica ed esagerata.
Non capivo come potesse avvenire, ma il desiderio di goderla aumentava tanto più lei si dimenava e veniva.
La sentivo gemere in modo prolungato, inarcando il pube contro la tuta di conservazione che mi ricopriva, e capivo che Naja stava cercando un cardine su cui sfinire la sua lussuria.
L'eccitazione esasperava.
Il volume del calore rimandava narcisistico la simultanea assunzione, il mio e il suo piacere, cresceva di raggio man mano che Naja esprimeva potenza. Si lasciava andare e il coito diveniva visuale, il cogito si legittimava della sicurezza scardinata.
Percepivo un cerchio sempre più grande intorno al sacco in cui giacevamo rinchiuse. Immaginavo gli altri bozzoli all'interno della grotta accoppiarsi con la stessa intensità, con lo stesso piacere totale e distruttivo.
Percepivo una altissima densità di energia levarsi in mezzo alle tenebre accumulate.
Un calore disumano di cui avevo urgenza per non assiderare, ma da cui cercavo anche di preservarmi.
Avevo scelto di non scegliere.
Dentro di me ambivo con brama disperata, non potevo fare a meno di sentire quel richiamo di bestia pompare nel mio sangue, ma ne stavo lontana. Una parte di me invidiava Naja, anche se sapevo che la sua vita era breve ed era destinata al consumo per il piacere ingordo di un uomo. La invidiavo, allontanandomi però da quella fine.
Ognuno sceglieva il proprio destino, Naja aveva accettato il suo molto tempo prima.
Mentre Naja tentava invano di andare oltre il rivestimento del mio corpo, le mie certezze vacillavano, permanevano inquiete, desideravano il peso non-morto della liberazione.
Volevo salvarmi dalla deviazione castigatrice del maschio, ma ero tentata con un'ascendenza di occasioni che mi travolgeva e disorientava.
Coperta da capo a piedi, avevo drogato il mio corpo con una tuta mimetica che modellava le curve.
Il mio corpo di donna era vigoroso più di quanto sarebbe stato, le cosce erano possenti, il torace ampio, il seno piatto e inesistente. Le braccia e le gambe risaltavano muscolose e maschili, proprio come quelle di un uomo.
Ero un uomo. Una creatura androgina.
Ero ciò che avevo deciso di fingermi, una mezza identità senza un sesso reale. Non avevo avuto scelta per evitarmi ad ogni costo di venire catturata ed usata da ogni insignificante predatore.
Molti uomini, forse tutti, me ne ero persuasa, nascondevano un'origine di vergati assassini sempre in cerca di cagna.
Faziosi di un'anarchia che li avrebbe voluti a capo della specie.
Era questa la prospettiva contro cui lottavo, me lo ripetevo, mentre il calore tra me e Naja si calmava.
Naja era ancora nuda, si stirava al mio fianco. L'abbracciavo cercando di darle più energia che potevo, di modo che resistesse qualche altro giorno.
Capivo che il suo corpo era provato, lei alla fine si era addormentata.
Il manto benefico che ci aveva avvolte cominciò a diradarsi.
La tenevo ancora stretta, quando l'alba riportò ovunque la luce e il caldo, il calore espiato con tanta trepidazione.
La temperatura ricominciò a salire e il gelo scomparve con l'oscurità.
Sapevo che dovevo lasciarla andare, lo sapevo e mi costava. Gli uomini indifferentemente stavano uscendo dalle loro postazioni, ripiegavano i sacchi; non potevo più indugiare o mi sarei tradita.
Le donne sopravvissute furono caricate in spalla per il prossimo rifornimento. La seduzione del crepuscolo seguente.
Il viaggio riprese.
Io soffocai il grido che mi lacerava il petto, sapevo che non dovevo provare sentimenti, caricai Naja come un oscuro oggetto e ripartii.

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