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Racconto n° 3507
Autore: Darlply Altri racconti di Darlply
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Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto Stranger, uno scandalo politico francese Confidence, le confessioni di una escort Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere My Story, il coraggio di affrontare la verità Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Debacle, il prezzo della verità. Exhibition, sembrava solo un gioco.
 
 
Vetrata
Si alzò, infilò una vestaglia femminile, le scarpe di cuoio ed uscì in cucina.
La vetrata stampava un'alba sovraccarica di gelo e luce.
Evitandola, si trovò a controllare su un fianco la fiamma accesa sotto il caffè, appoggiato alla cucina a gas.
Il rumore della moka s'inghiottì il fastidioso dubbio di uno sciabordio latente e la constatazione di quanto poco fosse stato lo sforzo per non guardare il mare. Immobile e contratto, sorprese il suo sguardo fisso e perso ancor prima di un qualunque altro pensiero. Somigliava piuttosto ad un'ipnosi laida e stanca, il senso di come fosse stato difficile farci ancora una volta all'amore.
Ella uscì in quel mentre con gli occhi appena socchiusi. Era completamente nuda, a piedi nudi sul pavimento in cotto. Strofinò una moina contro quei suoi istanti indifferenti. - Hai fatto il caffè! -
Si scostò, prelevò due tazzine da un armadietto, si mise a versare il caffè. - Non sei scomodo con le scarpe? Dovrebbe esserci di là un paio delle mie ciabatte che ti potresti riuscire da infilare. - Una donna oltre i quaranta, ancora del tutto giovane a vedersi. Ne apprezzava la maturità, sciolta lungo le carni sinuose senza impertinenza. E in quel suo viso rapido. Ma eccola lì che sgambettava con irritante civetteria. Gli si piantò davanti finendo di sorseggiare il caffè. La vedeva ebbra di freddo, spossante poetica nel broncio di una donna che si disarma. Esile. Qualche curule accento nella carne bastava a tenerla in piedi, speziata di sete nere.
L'aveva rimorchiato una notte in un autogrill (che ci faceva mai in quell'autogrill?). Fumava seduto sul cofano tiepido della macchina. Capita questa, tirata a lustro, tacchi alti. - Vieni con me? - Nemmeno le aveva risposto. Fallito a vent'otto anni. Seguitò a fumare lento anche salendo sul Mercedes enorme, sedili in pelle bianca. Non una parola, fino alla prima scopata, un villone in aperta campagna dopo 20 km. di strada. Scarpe di non meno di 4 anni. Non si erano mai raccontati niente. Jeans con la cerniera rotta da più di un anno. E lei lusso, ma non passivo. E trasgressione, ma non cattiva, non per noia. Quell'impiego dozzinale per gonfiarsi uno stereotipo di frustrazione, quanto basta per sentirsi un po' al passo con la gente. Non c'entrava niente con una del genere, tipo le cattive che ti arrapano dai film. In vita sua, mai avuto i capelli sotto controllo. Lei, un mostro nubile di famiglia bene, ma troppo poco benestante per poterle bastare. - La faccendiera più spregiudicata e bastarda con cui ti possa capitare d''averaccheffare' - gli avrebbe detto un dandy di lì a poco. Da piccolo riusciva a completare annate con tre cambi di mutande in tutto. Poi si tirava dietro piccoli/grandi paure, l'orrore per le calligrafie altrui e l'inettitudine ad accumulare grasso sottopelle. Al mondo in fondo ci si arriva a pensare come ad un bersaglio. Puoi anche puntarla oltre la rassegnazione. Maturare per bene l'inappetenza perfino per le consolazioni minori. O allenarsi a fagocitare. Dev'esserci una sorta di cinica simmetria a speculare sullo zero istinto, e destinare a qualche antipodo emotivo. Farà inventare dignità, a ritrovarsela smarrita senza sapere come, per non finire col pensarla (metti) come al groppo delle budella preso e gettato all'aria, merda e tutto. Con qualche fica rara. Lui avrebbe dovuto tornare prima o poi a quella macchina nell'autogrill. Ci fosse ancora. Un PEUGEOT del '91... revisione oramai scaduta.
Non aveva smesso di tenerne conto in quella notte. Pronosticava di doversi rifare la strada a piedi, e invece durava da più di sei mesi. Spesato di vacanze all'estero, appartamento di lusso e fuoriserie. Tutto come da moda per gli amanti mantenuti. E poi le frequentazioni illustri e famose. Indossava svariate mensilità di quello ch'era stato il suo stipendio. Poteva ancora trattarsi di trascorrere un camuffamento della propria stretta equivalenza, come no. Ma a differenza di prima, lo viveva senza sentire il bisogno di pensarci. Presto o tardi tutto sarebbe finito. Avrebbe continuato a non pensarci, a non doversi rispondere?
Quando lei lo lasciava stare, qualche giorno o una settimana, lui non faceva assolutamente niente. Si appiattiva. Non sentiva bisogno di dover recuperare alcunché a sé stesso. Aspettava la prossima telefonata. Come la sera prima per quel ricevimento di spicco. - Devi essere perfetto. - E poi il capriccio di portarlo a quella villa al mare.
Lei sorseggiava il suo caffè, senza staccare le labbra dalla tazza, velando così quell'impertinente accenno di sorriso con cui cercava di rapirgli di sottecchi gli occhi. La solita maledetta femminile incrinazione tra scherno e tenerezza che caricò di seducente malizia, facendone l'ultima, lenta scia del suo volgersi a tornarsene di là.
E là fuori c'erano tante cose: i canti sulle navi, le forme spaventate diverse dai sensi, la natura che te li umetta, flavescenze boreali, qualche foglia implode suggendo l'orgasmo che la tien su, ma non può inarcare che per un istante, labbra sugli opali.
La prese, afferrandola per un braccio, l'avventò di schianto contro la vetrata. Pensava che sarebbe esplosa in mille pezzi, ma non lo fece. Rese un rintrono metallico cupo.
La raggiunse da dietro, le si appoggiò, slacciandosi la vestaglia alla cintola. Si aprì e le coinvolse entrambi i lati.
Le stava ricalcando il corpo. Premeva le gambe contro le sue gambe, la schiena col torace, brutalmente, con foga. Strinse i polsi in una morsa, articolando le braccia nella stessa trepida e stilizzata variazione sullo spazio rigido.
Nei fremiti che gli percorrevano le membra, sfinivano salme di tatto. Lui, ad ansimare tra i capelli di uno scrupolo muto, choccato piatto contro il vetro, come l'implorazione tesa da un palato fetale. Se ne immedesimava i profili, dall'ansia opaca turgida nei seni, alla timida necessità di disinnescare con un'apnea psichica l'indurirsi dei capezzoli sul freddo.
Rilassò appena l'aderenza dei corpi, si fece scivolare leggermente, per poterglielo infilare. Ma così eretti la percorse come una breccia, orizzontale, divaricandole le labbra. E ripeté così ... avanti e indietro... con calma... ondeggiando appena e diverse volte. Sgusciava tra di lei, le percorreva la fica quasi per un'evocazione mimata dal sorprendersi crudi.
L'umore che la sciolse fu di caldo fragile, come l'alone attecchito al vetro, diafana smeriglia delle veneri assiali.
Fu allora che egli arretrò il busto, divaricò le ginocchia ed iniziò a pompare... che pretesa verticale. Glielo mise dentro.
Lei, liberata dalla morsa, si dispose automaticamente, prona, all'atto. Ma restava impiccata alla vetrata da una mano affogata nei capelli. Faceva leva coi palmi, come se stesse davvero cercando di abbatterla.
Mentr'egli dietro si gustò per un attimo la convinta tentazione di poter spiaccicare quegli spasimi, eliminando il sottofondo di banale isteria all'intimità del suo orgasmo.
La riempì.
Dormirono sul cotto, forse una mezz'ora. Questo avevano in comune: il ritmo del sonno minimo dopo il sesso. Lui rivolto, lei ad abbracciarlo da dietro, stringendosi alla sua schiena. L'inverso del sesso appena consumato. Poi uscirono sulla veranda, a pochi metri dal mare. Anch'ella aveva infilato una vestaglia. Mangiarono qualche pacchetto di cracker con acqua, distesi su un lettino a due piazze. Poi si addormentarono di nuovo. Dormirono per conto proprio.
Al risveglio sentirono tutto il freddo di un autunno inoltrato irradiato da un sole meramente cromatico.
- Hai fame? -
- Sopportabile. -
- Andiamo a pranzo in paese? -
- Non viene nessuno qua oggi? -
- No, non ho comandato nessuno. Se vuoi posso far venire il custode ma per un ristorante è solo mezz'ora di strada. -
- Vabbè. -
- Vabbè cosa? -
- Come vuoi. -
- Non voglio niente, guarda che non ho preso nessuna decisione. Sto chiedendo a te. Non ti va bene se andiamo in paese? -
- Te l'ho detto, fa come vuoi. -
Alzandosi: - Ho capito, faccio venire il custode. Capace solo d'immusonirti. -
Le cinse un fianco, la trattenne con indolenza camuffata (confidò) di dolcezza, giusto in tempo per evitare che se ne andasse a sfoggiare quella sua disinvoltura col mondo, finendo per coinvolgerlo.
- Andrà bene il ristorante - le disse, cercando di dare alla voce una velatura dolce e di scusa, rassicurante. Lui che contava i soldi per le pizzerie.
Le si raggomitolò al fianco, fissandolo. Ma il suo viso non doveva aver nulla da dover essere scrutato. Non riusciva a proporle un'espressione meno vaga di quell'apocrifa compiacenza che ci lega agli specchi.
- Mi hai scopata come una cagna - : sguardo misto di rimprovero e rancore. Ma subito scoppiò a ridere. - Non ho mai goduto così tanto, ma cosa ti è preso? Ma guarda che solo perché è stato incredibile non te la farò pagare di avermi trattata così. Non permetterti mai più! Solo quando mi scopi...- e rise ancora, farsesca. Odiava le donne in quella parte, le gambe ora così ridicole sembravano grazie rozzamente consapevoli, come l'ombreggiatura del livido sullo zigomo. Lo baciò. La sua indifferenza la rese e si rifece seria, quasi amorevolmente preoccupata: -Ma cosa ti è preso? Allora, si può sapere cos'hai? - Forse si era rotto il giocattolo. E comunque le donne non sanno sopportare la seppur minima sensazione in sospeso.
Lui non aveva alterato di un'ombra i suoi tratti, i suoi lineamenti. Iniziò ad accarezzarla sul fianco scalzo. Il suo atteggiamento di dolcezza era un'esibizione. Le accarezzò, le sfiorò le labbra più che baciarla. Allungarono le mani sui rispettivi sessi. Flirtavano così, lungo il pomeriggio osceno.
Poi, con assoluta naturalezza, lei mosse per montargli a cavallo. Mai lui avrebbe creduto di poter scorgere in quel gesto una volgarità così opprimente. Le scie di carne sessuata sporgenti dalle vestaglie aperte, sembrarono d'un tratto l'anatomia essenziale di una fatua profanazione.
Ci inscenò una buffa lotta da braccia rachitiche, la fece ridere, finché non si alzò con un certo piglio tronfio: - Vado a fare il bagno. - Si sfilò la vestaglia a metà del piccolo lido, lasciandola cadere sulla sabbia, ed entrò in acqua. Lui rimase a guardarla. L'acqua le accarezzava il perineo, vedeva l'ondulazione dimenticare bave crogiolanti dal sesso. Era davvero bella. Mora corvina, pelle scura uniforme. Mezza purina indiana.
Prese a chiamarlo: - Dai vieni. - Lo ripeteva continuamente, senza mutare minimamente il tono, come un capriccio infantile, tanto che lui avrebbe voluto cercare d'intendere il paesaggio, sullo sfondo, l'incolumità delle palme.
Alla fine s'alzò, lasciò cadere la vestaglia proprio sopra quella di lei. Entrò in acqua e si trovarono, si baciarono, si eccitarono. Gli si aggrappò. Lo cinse, incrociando le caviglie. Consumavano lì in piedi, con le onde ad attentare al loro, il suo equilibrio. Poi la portò nell'acqua bassa, si inginocchiò. La scopava così, lasciando che affiorasse a pelo d'acqua, la sincopatia violentata dalle onde. Alla fine ve la spense. Rimasero i capelli a leccargli le mani, abbandonati in uno straccio abominevole.
Allora glielo tolse, uscì dall'acqua, si accucciò su un vestaglia coprendosi dell'altra, perso in un silenzio dondolante.
Se ne restò lì, esangue, come una preghiera.

Darlply

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