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Racconto n° 355
Autore: Melissa Lilymarleen Altri racconti di Melissa Lilymarleen
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My Story, il coraggio di affrontare la verità Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Danger, il pericolo viaggia nella mente Thunderstorm II, la storia continua Eyes Un filo sottile che lega un uomo e due donne. Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia Debacle, il prezzo della verità. Thunder, eco solenne d'un lampo africano. Darkness, cronaca romanzata di una messa nera.
 
 
Qual piuma al vento
Ho comprato una sottana di seta, una seta così liscia e vellutata che le tue mani morbide scivolerebbero come un fiume sopra di essa. E' bianca e in corrispondenza della vita si apre uno squarcio velato che scopre la pancia e l'ombelico, ed anche un piccolo ciuffo di peli neri. Se vedessi i miei fianchi avvolti dentro la sottana, non resisteresti dalla voglia di tuffarti nel mio corpo, ne sono sicura. La schiena è completamente nuda, solo pochi fili di seta la percorrono e le natiche sono scoperte per metà, si scorgono quei due buchini sopra le mie mezze lune che tanto ti piacciono. L'ho indossata stanotte, mentre dormivo in un letto sconosciuto, in una città poco distante da quella in cui viviamo.
Non ho tempo per scendere nella sala a fare colazione; il viaggio mi ha stancata più di quanto pensassi e sono già le nove e un quarto. La conferenza stampa inizierà alle nove e mezzo!
Non mi trucco nemmeno, indosso il primo paio di jeans estratto dall'ingombrante valigia e il maglione bianco accollato, poggiato sulla poltrona; una veloce spazzolata ai capelli e di corsa prendo la borsa strapiena di documenti. Fortunatamente la sala riunioni non è distante dall'albergo, così riesco ad arrivare per le nove e mezzo.
M'intrufolo maldestra fra la folla di giornalisti che non hanno ancora preso posto e riesco a trovarne uno in prima fila, non ancora occupato. Schiarisco la voce con un colpo di tosse, soffio il naso e comincio a frugare nella borsa il foglio con le domande che ho preparato. Comincio a frugare con quella stessa foga con cui tu ti appropri della mia mente e ne controlli ogni processo e ne attutisci ogni percezione. Con un sospiro afferro il foglio, contenta di non averlo dimenticato.
L'onorevole Bertorelli entra, con il suo tailleur nero e stretto, i suoi capelli raccolti in una sinuosa coda e la sua pelle che abbaglia l'intera sala, per la sua freschezza e per il suo biancore.
Si posiziona davanti al leggìo, sfoglia leggermente un quaderno, quasi i suoi fogli siano ali di farfalla, e comincia a parlare.
Contro il mio capezzolo sento la vibrazione del cellulare, riposto dentro la tasca interna del mio giubbotto; sul display lampeggiante appare il tuo nome, non posso non rispondere.
Mi alzo, mi scuso con i colleghi che hanno già preso carta e penna, mentre la voce di lei scorre fluida e sicura nella stanza. Ancora più maldestra di quando sono entrata, esco dal salone e ti rispondo:-Che c'è? La conferenza è appena iniziata, come sempre sei un ottimo tempista!-
-Volevo sapere come sei vestita- rispondi tu serio
-Come vuoi che sia vestita?? Mi sono alzata tardissimo, mi sono vestita di gran fretta! Sono di un nervoso che non ti dico...Ho i capelli elettrici...-
-Li voglio accarezzare- m'interrompi.
-Roberto, non è il momento- rispondo infastidita. Ma con te è sempre il momento.
Rimani in silenzio ed io capisco di essere stata dura, ma dentro la sala si sta discutendo qualcosa di primaria importanza per il mio lavoro e devo a tutti i costi liberarmi.
Sembra che tu capti al volo i miei pensieri:-Io sono più importante di Alice Bertorelli, quella puttana. Vai in bagno- mi ordini.
Esito: so bene cosa intendi fare con questo tono di voce.
-Roberto, ti prego...- riesco a sussurrare.
-Vai in bagno- ripeti fermamente.
Striscio i miei piedi fino al bagno, chiudo la porta e sono investita dal freddo e dal silenzio che popolano l'ambiente.
-Ecco, sono in bagno- sospiro.
-Non mi hai ancora detto cosa indossi.-
Ti descrivo il mio abbigliamento.
-Infila una mano dentro i jeans, adesso.- mi ordini di nuovo
-Roberto, non sono la tua schiava. Adesso devo andare, non posso scrivere l'articolo se non assisto alla conferenza! Per favore, lasciami andare, ci sentiamo questo pomeriggio, con calma...- dico spazientita.
Chiudi la comunicazione senza nemmeno salutarmi ed io mi pento di averti detto quelle cose. La voglia non è certo quella di stare immezzo agli avvoltoi, che strappano risposte con un'astuzia irritante; la voglia è di infilare davvero una mano sotto i jeans ed accarezzarmi per te, condividendo il mio piacere con il tuo desiderio.
Corro per il lungo corridoio che mi ha portato ai bagni (stupida che mi sono lasciata trascinare così!) e mi accorgo con enorme delusione e rabbia che la conferenza stampa è già finita: Alice Bertorelli ha risposto a pochissime domande e ha lasciato i miei colleghi avvoltoi a bocca asciutta. Ma io non posso andarmene a casa senza niente in mano! Il direttore senz'altro mi licenzierà! -No che non ti licenzia- sussurri tu nella mia testa,- sei troppo bella perchè un direttore si lasci scappare una come te-
Ti scaccio via ancora una volta, sono incazzata con te, mi hai fatto fare tardi.
Giù nella hall chiedo il numero di stanza di Alice.
-Spiacente,- dice la signorina acidognola della reception -mi hanno severamente imposto di non dare il numero dell'Onorevole Bertorelli.-
-Senta, è urgente. Non sono riuscita a seguire la conferenza per problemi di salute, sono dovuta correre in bagno perchè stavo malissimo- mento spudoratamente.
-Mi spiace signora, niente da fare-
Guardo di traverso la receptionist: oggi tutto mi sta andando storto!
-Mi faccia almeno parlare al telefono con lei!- dico ormai rassegnata.
Mi guarda con un pò di compassione e sospirando dice:-Va bene, gliela passo...-
La voce di Alice mi arriva diretta e chiara, nitida come l'aria primaverile.
-Non ha assistito alla conferenza?- chiede con tono lievemente seccato.
-Veramente no, sono dovuta correre in bagno, presa da un malessere- rispondo
Un istante di silenzio e poi:-Salga, sono nella camera 314-
L'ascensore è pieno, quindi salgo di corsa i gradini. Sembro una bambina nevrotica (incantevole, diresti tu), piena di vitalità e di energia in corpo, ma dentro di me non c'è tutta questa vita che i miei gesti e le mie movenze ostentano. Vorrei sprofondare su un letto, fra lenzuola morbide che mi cullerebbero durante il sonno, magari mordere qualcosa perchè il mio stomaco comincia a rantolare, e dormire fino a notte fonda. L'invito di Alice mi ha stupita: ha concesso pochissimi minuti agli altri giornalisti e adesso mi ha persino invitata a salire nella sua camera per intervistarla privatamente!
La porta è socchiusa e noto la figura di Alice che si muove avanti e indietro per la stanza.
Poggio delicatamente una mano sulla porta e sussurro:-Permesso...?-
Lei alza lo sguardo, pensierosamente piantato sulla moquette blu e, dopo aver riconosciuto il mio pass, mi dice sbadatamente:-Prego, prego...Entri, ma faccia in fretta-
Mi siedo, senza permesso, sulla sua poltrona e frugo nella mia borsa, in cerca del foglio con le domande. Lei mi guarda stupita, come se quel mio gesto l'abbia offesa; noto che il suo sguardo altero ed indagatore mi sta rimproverando ma non mi scompongo. Hai ragione: Alice Bertorelli è una puttana, una donna pericolosa che per soddisfare il proprio egoismo e il proprio utile è pronta ad immolare vittime innocenti e vergini. I suoi tacchi nelle sale del Parlamento risuonano come urla di battaglia e tutti abbassano lo sguardo quando lei passa, travolgendo chiunque con il suo profumo e il suo fascino.
Ma non riesce ad intimorire me. Non mi sento inferiore a lei e il mio fascino non è sicuramente inferiore al suo. So essere puttana anch'io, e tanto. Il suo sguardo gelido non intacca la mia corazza, e quando comincio a farle le prime domande, il mio tono di voce non è meno freddo dei suoi occhi verdi.
Risponde a tutto ciò che le chiedo, mi congedo con estrema formalità e, quando sono già sulla porta mi chiede, ghiacciandomi:-Lei è innamorata?-
Mi blocco sull'uscio, sento le mie membra assopirsi e le mie orecchie ronzare. Come se mi fossi materializzata in una camera insonorizzata e buia, non sento più suoni attorno a me e non percepisco nemmeno forme e colori.
Mi volto leggermente, quasi al rallentatore. I suoi occhi vitrei adesso non esprimono più distacco e freddezza, ma è come se quel vetro fosse lavorato al fuoco e adesso plasmato secondo la volontà dell'artigiano. Li vedo commossi e bagnati e capisco solo come una donna può capire un'altra donna.
Richiudo la porta davanti a me e mi indirizzo verso di lei.
Con lo sguardo basso sussurro:-Sì, sono innamorata-
-E lui è innamorato?- chiede lei ingorda eppure discreta.
-.....Credo di sì..Spero...- rispondo imbarazzata.
Quel vetro finissimo che finora ci ha separate, si spacca improvvisamente e senza il minimo rumore; semplicemente i pezzi di vetro sono caduti ai nostri piedi e adesso possiamo osservarci nitidamente, senza il riflesso dei nostri rispettivi volti.
Alice Bertorelli mi era sconosciuta in questa veste ed io sono per lei una perfetta sconosciuta, una delle tante giornaliste.
Ma io e Alice in questo momento siamo due donne, niente di più. E lei mi abbraccia, stringe le sue braccia morbide sul mio collo e la sento singhiozzare sommessamente, come una ragazzina fragile. Provo tenerezza e il mio sguardo assume un'espressione malinconica che ben corrisponde allo stato d'animo di Alice.
Aspiro il suo profumo, quell'odore che ben la caratterizza, e sento, a contatto con il mio maglione, il suo seno grande e caldo trattenuto da una leggera maglia nera e finissima. Mi sento stranamente responsabile di questa creatura indifesa e commossa, che ha il cuore spaccato in mille pezzi che costruiscono un mosaico squilibrato e incerto. Capisco il dolore di questa donna e stranamente mi ritrovo a farne parte, insinuandomi lentamente nei suoi pensieri, gustando avidamente ogni sua lacrima, come se stilli perle di vita. Vita soffusa, attuttita ed ovattata. Lei è nel suo mondo ed io, per un caso fortuito (uno di quelli che capitano rarissimamente) lo sto popolando, tenendola per mano.
-Onorevole Bertorelli,-sussurro dolcemente,- noi non ci conosciamo...-
Lei mi guarda con occhi quasi di gratitudine e non mi risponde, ma alza le spalle.
-Mi scusi...- dice dopo -non so nemmeno il suo nome e mi sono lasciata andare così...-
-Mi chiamo Silvia- rispondo.
-Aspetta qui Silvia- dice, e cammina verso una porta comunicante con un'altra stanza. Rientra alcuni istanti dopo, con due biglietti in mano:-Stasera a La Scala danno il Rigoletto. Sarei dovuta andare con lui....- e sorride, poi continua- le piacerebbe accompagnarmi?- mi chiede inaspettatamente.
L'onorevole Bertorelli mi stupisce ogni istante di più! La ringrazio, dico che non posso. Anche se in cuor mio vorrei rivederla ancora una volta, e non come soggetto da intervistare, ma come donna da ascoltare e da ammirare. E' bella, è dannatamente bella Alice. E ho questi pensieri quando richiudo la porta della mia camera, chiudo le persiane e lascio che il sole filtri appena. Sfilo i jeans e rimango a cosce nude, il mio stomaco si contorce, vuole Alice. Ma nella mia mente ci sei tu, c'è la tua schiena che forma un arco sopra il mio corpo, mi sembra quasi di sentire il fruscìo intenso del tuo respiro, che diventa sempre più un affanno e un mugugno quando il piacere è vicino. Ma contro il mio petto sento ancora il capezzolo caldo dell'onorevole Bertorelli e non riesco ad evitare che il mio corpo si sciolga a contatto con dei pensieri fanciulli e primitivi; mi lascio scivolare sotto le coperte, scosto gli slip e le mie dita lunghe e fredde accarezzano ciò che palpita e trasuda desiderio.
Tu e Alice siete la stessa persona, vi siete fusi in un connubio di corpi e di anime. Il mio piacere, trattenuto mordendo violentemente le mie labbra, mi adagia lentamente fra le braccia di Morfeo.



In teatro tutte le luci sono spente, solo quelle del palco immobilizzano gli attori come statue di cera immobili e vibranti; gli strumenti diffondono le loro note squisite, che si disperdono nell'aria e rompono il silenzio. Alice ha insisito perchè l'accompagnassi a La Scala e dopo questo pomeriggio, con la bocca attaccata alla cornetta non mi sono sentita di dirle di no.
Adesso siamo sedute una accanto all'altra, la mia schiena nuda poggia contro il velluto della loggetta e le sue mani tamburellano ansiose sul balconcino rosso. La guardo intensamente e a tratti sorrido di tenerezza, lei se ne rende conto e si volta.
E' evidentemente imbarazzata, scuote il capo come se volesse dirmi:-Tu riesci a mettermi a disagio, ma sei l'unica di cui mi fido-
E io mi chiedo come una donna potente e pericolosa possa fidarsi di una perfetta sconosciuta.
Siamo arrivate alla fine del primo atto, abbiamo ritardato per causa mia.
Io e te abbiamo spesso prenotato dei palchi al teatro dell'opera, ma puntualmente, non appena mi vedi agghindata da gran sera mi fai notare la tua eccitazione a cui io non so resistere; così, per vanità e per voluttà, ti trascino sul letto e prendo possesso di tutte le tue energie, nutrendomi della tua virilità pulsante e mai sazia. Godo della mia femminilità e mi piace osservarmi allo specchio mentre ti prendo: egocentrica, bastarda ed egoista. Per questo ti faccio perdere la testa.
Se adesso sapessi che indosso un vestito scuro, che mi lascia nuda la schiena e che accarezza le forme del mio corpo come una carezza impercettibile...chissà cosa faresti...! E se sapessi che l'antica voglia di amare una donna è ritornata orgogliosa in me, chissà che luce si impadronirebbe dei tuoi occhi! Mi hai detto, quando da pochi mesi dividevamo lo stesso letto, che non condividevi le mie voglie controcorrente. Ed io ho così smesso di ardire corpi femminili. Ma adesso Alice mi è entrata prepotente e si sta cibando di ogni mia paura, fino a che non ne rimanga nemmeno una. La luce flebile della loggia vellutata dona al suo corpo un colorito dorato e scorgo, di tanto in tanto, un sorriso che apre teneramente il suo volto. Tiene i capelli legati, esattamente come stamattina, e le sue palpebre si aprono e si chiudono per gustare a fondo le melodie. I ventagli delle signore formano fisarmoniche nell'aria e fruscii di drappi vellutati e strascichi di vestiti emanano quel tipico odore di femmina. Guardo Alice. Lei si volta, adesso non sorride più, e nemmeno io. Nota i miei capezzoli protendersi contro l'abito leggero, il mio collo vellutato flettersi come le spire di un serpente e le mie mani intrecciarsi coprendo la bocca, come non voler svelare un segreto terribile.
Il tenore canta:-La donna è mobile qual piuma al vento, muta d'accento e di pensiero...- ed Alice mi afferra una mano.
Un violino vibra nell'aria ed Alice mi trascina dentro la loggia.
Un' arpa illumina l'atmosfera, ed Alice mi bacia.
Con le sue labbra attaccate alle mie sento un fremito intenso lungo la schiena, che inarco quasi istintivamente. Sento allora la pelle calda delle sue mani che aderisce perfettamente alla pelle del mio corpo turbato... Il suo respiro è dorato, i suoi occhi vitrei sono specchi infuocati e i suoi seni sono coppe d'ambrosia divine, adagiati mestamente fra le mie mani che li accarezzano. Le mie gambe sono slanciate sui tacchi, le sento come grossi pesci vivi guizzanti, sento le mie natiche sode tendersi al piacere. La sua mano scivola ed afferra ingorda il mio culo attraverso il vestito...
Le sue unghie bianche e curate strisciano contro la seta dell'abito ed i miei gemiti si fanno decisi e pulsanti... La lingua di Alice penetra nella mia bocca calda ed avida di suoi baci, la percepisco leggera e sinuosa come quella di una gatta che s'intrufola dentro di me con il suo portamento intrigante e vellutato. Sì, Alice è una gatta. Ed io non so se essere un cardellino innocente fra le sue grinfie o una tigre, perfino.
Le sue mani mi cercano, ed io mi abbandono quando il mio abito è alzato e le sue dita premono contro la pelle calda delle mie cosce.
Indietreggio, premo la mia schiena contro il muro, accanto vi è un divano di velluto rosso vivo, come il sangue. Davanti a me uno specchio annerito dagli anni da cui posso notare i capelli fluttuanti di Alice, sempre più carezzevole ed avida di me.
Sussurro il suo nome: -Alice.....- e le sue dita lunghe e affusolate accarezzano la parte interna delle mie cosce ed il mio sesso si schiude istintivamente, come un melograno spaccato a metà che svela i suoi molteplici tesori. E lei intende conoscere ed appropriarsi di questi tesori: adesso sono un cardellino, lei può fare di me tutto ciò che vuole. Non intendo ribellarmi, non intendo scrollarmi di dosso il suo profumo. Sono sua.
-Sono tua- le sussurro
E lei, bastarda:-Non ne dubitavo...- la sua voce è rotta dal piacere e conserva tuttavia quel ghiaccio in procinto di sciogliersi.
Questo suo essere consapevole della sua vittoria mi indispettisce e mi riempie di stizza, ma sono troppo debole per ribellarmi.
Ci sei tu nella mia testa, amareggiato, che scuoti il capo e dici:-Vedi com'è facile appropiarsi di te... Perchè non me lo consenti mai?-
Tu, caro, non hai una bocca da gatta che sta per inghiottirmi, non hai unghie che mi accarezzano graffiandomi, non hai quei due seni così materni che adesso prontamente estraggo... I suoi capezzoli rosa annebbiano la mia mente. Sono grandi e freschi, non posso fare a meno di succhiarli. E li succhio così come da bambina succhiavo il latte dalla madre e mi nutrivo; adesso mi nutro di Alice, e sostengo le sue grazie con entrambe le mani, affondo il viso fra quelle morbide nuvole. Il suo collo si inarca, geme. Fra le mie cosce sento colare il piacere di una inaspettata vittoria... Il cardellino è divenuto tigre. La trascino ingannevolmente verso il divano, e lei mi lascia fare. Le sue mani stringono ancora le mie natiche, la mia bocca sugella ancora il suo capezzolo e, ad occhi chiusi, la trascino tastando il terreno cautamente. Mi siedo sul divano, Alice è piegata su di me, mi bacia ancora una volta. E il velluto del sofà si bagna del mio piacere. La guardo. Lei comprende. Sta a fissarmi per qualche minuto, la sua bocca è storta dal piacere, i miei capelli appiccicati coprono il mio collo e la mia schiena sudata, così li intreccio su se stessi e con una mano li tengo fermi sopra la testa. Con i suoi seni nudi comincia a leccarmi il collo, e sul mio ventre sento i suoi capezzoli duri come noccioli di ciliegia. La musica è ormai lontana, ascolto solo la lingua di Alice che percorre il mio braccio per fermarsi a succhiare il mio seno. Scopre ancor di più le mie cosce, l'abito è alzato fino a metà del ventre. Io sono inarcata e afferro un piacere sublime... La sua lingua gusta la pelle profumata delle mie coscie, lecca il pizzo dell'autoreggente e si ferma a respirare il sesso attraverso il perizoma di seta nero. Mi succhia ed io capisco di essere trascinata con un vortice dentro di lei... Fremo di piacere, la voglio dentro di me. Così con un gesto risoluto scosto il perizoma e lei si getta ingorda fra le pieghe del mio sesso rovente, a cui fanno da contrasto la sua lingua serpentina e la sua bocca schiusa dolcemente. Mi succhia e mi lecca esattamente come un gatto lecca il proprio pelo: mestamente eppure con determinazione. La sento gemere, ed il suo respiro caldo mi attesta che il suo corpo ha bisogno di scoppiare, così come il mio... La mia testa gira, le mie palpebre sono chiuse, i miei muscoli si tendono eppure si sciolgono le membra, ed il mio sesso è più aperto che mai al piacere. Uno squillo di trombe tuonanti ricopre il mio orgasmo intenso, il mio ventre è preso da scosse convulse ed Alice stringe con una mano la mia coscia. L'altra sua mano è dentro il suo perizoma, adagiata fra le sue grandi labbra. Gode anche lei. Rimango molto tempo seduta sul divano, le cosce ancora nude slanciate sui miei tacchi, i capelli ormai lasciati andare lungo le spalle e il sesso completamente fradicio.
Alice è riversa accanto ai miei tacchi, ha sciolto i capelli e sembra una stella che ha smesso momentaneamente di brillare. Degli applausi, il sipario cala e noi rimaniamo dentro la loggia, spossate. Quando mi rialzo il vestito cade nuovamente lungo il mio corpo, mi chino verso Alice e le sussurro che qualcuno potrebbe entrare. Lei allora mi sorride, mi tende la sua mano ed io l'afferro; quando è di nuovo di fronte a me le bacio il collo a lungo, quasi succhiandolo. Non diciamo niente, ci riaccomodiamo nelle nostre poltrone ed attendiamo che il terzo atto inizi. Quando si accendono le luci le nostre mani si afferrano e giocano a stringersi le dita. Dentro la borsa frugo in cerca del cellulare: quattordici chiamate senza risposta. Sei tu, dovevo immaginarlo. Mi congedo dalla mia amica, vado in bagno e ti chiamo.
-Dove sei?- esordisci tu, rispondendo.
-Nella toelette della Scala- ridacchio
-Stronza...Con chi sei andata?- chiedi
-Con Alice Bertorelli- rispondo secca
-Quella puttana... - dici tu.
-Aspettami lì, dovunque tu sia, vengo a scoparti- dico già eccitata dalla tua voce. Ho voglia di un maschio adesso. Quel maschio sei tu.
Quando cinque ore dopo arrivo a casa e ti vedo avvolto in un accappatoio sento le mie gambe tremare e flettersi. Tu, parimenti acceso, mi adagi sul tappeto e tiri sù il vestito e prendi possesso di me.
Alice Bertorelli non sa della mia fuga e tu non sai della loggia vellutata. Ed io voglio entrambi: la tua forza e la sua dolcezza, la tua virilità e la sua grazia. La donna è mobile qual piuma al vento.....

Melissa Lilymarleen

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