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Racconto n° 3726
Autore: Nescitgalatea Altri racconti di Nescitgalatea
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Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto Stranger, uno scandalo politico francese Confidence, le confessioni di una escort Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere My Story, il coraggio di affrontare la verità Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Debacle, il prezzo della verità. Exhibition, sembrava solo un gioco.
 
 
La lettera
Strofino bene, lucido, lustro, alliscio, lecco. Sarebbe bene cancellare tutto, un soffio e via dalla pelle, dalla carne, dall'anima, con un solo colpo dire basta al lordume che la vita ha tatuato sul mio corpo facendone una mappa insensata del dolore. Scivola l'acqua che come al rallentatore sento, goccia dopo goccia, piombare sulla nuca e poi esplodere a contatto con i miei capelli neri. Le conto. Ogni goccia un boato e poi lava incandescente che s'appropria di ogni fessura di me. E' trascorso troppo tempo da ieri, quando ero giovane di vita e di sogni; oggi la senescenza mi abita, precoce e subdola, pronta a sbottare quando meno me lo aspetto.

Sono trascorsi dieci mesi da quel pomeriggio, ne ero certa, ti avrei riconosciuto fra tutti, non dall'aspetto, sapevo pochissimo di te, ma dal tuo odore. Sicura che mi sarebbe entrato nel naso e lì rimasto, indelebile, per sempre. Così è stato quando mi hai appoggiato le mani sugli occhi impedendomi di guardarti da subito, ma regalandomi ancora una volta solo la tua voce. Profonda, abissale, tale e quale a quella che mi aveva fatto innamorare di te, dalla prima volta che era sprofondata nel mio seno e poi giù, sempre più in fondo. Essenza di un sentimento mai provato e che avevo voluto catalogare come amore. Amore vero.
Facile era stato, in quell'eclissi totale di responsabilità e doveri, in quell'egoismo proprio degli amanti, scomparire in una stanza d'albergo. Chiudere dietro di noi la porta come per richiuderla al mondo intero. Nulla era più altro che nulla, a parte io, te e i nostri respiri. Un nido silenzioso che aspettava solo di accogliere quei respiri che ci eravamo promessi da tanti giorni di desideri e fantasie che ora si rivelavano oltre ogni immaginazione, oltre ogni fantasticheria. Così le tue mani iniziavano l'esplorazione del mio corpo protetto dal nulla, infiniti passaggi tra sotterranei tumulti di piacere si alternavano a scoperte di pelle, respiri, sussulti. I miei capezzoli fra le tue dita giocose di increspature e complessità, mischiate al respiro nebuloso e saldo che s'incuneava nella mia gola in attesa di te. Poi le labbra, studiose di ogni percorso, la piega oscena di una bocca che tornava bambina ad assaporare archetipi dolciumi, essenze vitali, l'origine della stessa materia. Io, sotto di te, tua, aperta, sofferta e potente, onda che non poteva placare il suo movimento così dipendente dal tuo farne carne e sangue. Nel silenzio, nella penombra, avevi lasciato scorrere i minuti, eterni di un non movimento apparente, solo delegato ai tuoi occhi, allo sguardo penetrante che si è cibato di ogni me. E parevano dita le pupille, e macchie di eterno i sorrisi distorti nella smorfia del piacere, di un godimento esasperato dalla voglia. Sei penetrato dentro, forte e violento, a ribadire il possesso, la terra e l'acqua, il fuoco e la quinta essenza, la sostanza delle stelle, l'ultima distillazione di aristotelica fattura. Quell'andare e tornare, il nostos e lo skopos, l'ultimo baluardo che tu hai polverizzato graffiando e risucchiando sostanza, ciò che di più intimo e profondo avevo custodito.
Il tuo essere bagnato dei miei umori diveniva magicamente me; io, fonte e sorgente, strumento per il tuo piacere, schiava e liberta a succhiare ogni passo, ogni movimento, ogni nutrimento scaturito dal tuo corpo. Ho avuto sete e tu mi hai esaudita, inondata, schizzata, opacizzata di te.

Sono trascorsi dieci mesi, il gioco è finito, da tanto, da qualche mese dopo aver avuto la sensazione di toccare il cielo. Non è stato improvviso, solo la progressiva avaria di un sogno, operato con grande ingegno, avviato ed educato a partire dai pensieri, dal sentire, dal provare e dallo spaventoso equivoco che fosse amore. La tua dolcezza è stata il coltello che hai maneggiato con perizia, camuffato in piuma i primi tempi, col tempo, poco, delicatamente, ha iniziato il suo processo di mutazione.
Ricordo la punta, qualche settimana dopo, avevo voglia di vedere le mie amiche e tu non eri d'accordo. Quanto amore, avevo pensato, senza guardare il rivolo di sangue che dalla mia guancia scendeva fino al mento, e nei giorni seguenti, perduta anche la possibilità di sentirle solo al telefono; ancora non avevo notato le gocce che perdevo sul pavimento, rinchiusa in cucina, ad aspettarti nel silenzio, con il telefono staccato, il computer frantumato a terra, la porta chiusa a chiave e il mio cellulare requisito e chiuso a chiave in un cassetto. Non potevo credere che fosse odio, l'odio che mi hai riservato, centellinato in questi mesi senza mai farne abuso, ma distribuendolo con cura, a bloccare ogni mia possibilità di reazione. Grande attore sei, in questa commedia risaputa, cantata e raccontata quasi ogni giorno da voci che non hanno suono. Ho tentato di andare via, di ribellarmi, ma la tua oculatezza ha inibito ogni mia volontà. Sei stato maestro nel dosare ogni azione, ogni pensiero ai tuoi infiniti stupri al mio pensare ed essere. Maestro nel farmi appoggiare a te, portarmi a credere che fossi l'unico, il solo, l'insostituibile senso della vita.
Avrei voluto capire, ma non l'ho fatto, forse nemmeno tentato mai, per questo ora odio persino me stessa. Seduta sul letto guardo questa casa, la mia prigione, corredata di attrezzi che hai chiamato, ancora in tempi non sospetti, dell'amore. Quante volte hai sputato quella parola vomitandoci sopra un'insensata infinità di significati elevati, nemmeno allora ho potuto sentire il puzzo, nemmeno allora ho saputo guardare davvero.
Albeggia, sei andato via da poco. Tu con i tuoi amici, quattro in tutto. Fuori da qui per festeggiare ancora con una bevuta la grande avventura. Quando siete arrivati ieri sera, verso le undici, non ho ben capito se si trattava di una partita di calcio, di una scommessa, o di chissà cosa. Eravate già tutti e quattro ubriachi, io a dormire in camera da letto. Sei entrato e mi hai baciata sulla fronte chiamandomi tesoro. Avevo paura e non ho voluto aprire gli occhi. La carezza che hai lasciato sul mio viso era colorata di rosso, rosso come i capillari che hai fatto esplodere con quel colpo secco, accompagnato dalle tue dolci parole. Agrodolce, così ti eri descritto in quel tempo che mi pare un secolo fa, quando ancora non ti conoscevo come ora ti conosco. Alzati troia, hai gridato. Io con la mano a tenermi guancia, come da copione, ti ho chiesto di lasciarmi stare sapendo che avrei scatenato una reazione contraria. Ho guardato per un attimo la porta accostata, il respiro mi devastava il petto, la paura mi paralizzava, ma sono riuscita a scappare via. Due, tre, quattro passi, ho aperto la porta cercando con lo sguardo l'uscita, forse potevi avere dimenticato di chiuderla a chiave. Mi ci sono spalmata sopra, schiantandomi sulla maniglia prima che i miei capelli mi trascinassero indietro come un pupazzo. Ho alzato il viso e il viso che ho trovato sopra di me non era il tuo bensì quello del tuo amico sghignazzante e strafottente, ma l'aveva con te. Che fa, ti scappa? Aveva biascicato ubriaco. A quel punto tu eri già accanto a me, hai assestato tre calci nel mio stomaco poi mia hai sollevata proprio mentre il sangue mi saliva dalla bocca e lo stavo vomitando sul pavimento. Con un dito mi hai pulito le labbra e poi mi hai trascinata in bagno. Non capivo, non potevo capire dove volevi arrivare quando mi hai costretta a truccarmi e ripulirmi per bene. L'ho fatto, sperando di morire prima di arrivare a mettere il rossetto, l'ho fatto, graffiandomi con la matita nera le palpebre fino a farle sanguinare, impastando quel sangue col fard e colorandoci gli zigomi come fossi un mostro. Sei venuto a prendermi poco dopo, prima di uscire dal bagno hai fatto a pezzi la mia camicia da notte, Così sei più sexi, hai detto prima di tirarmi nel mezzo del branco.
Hanno alzato il volume della televisione, la musica era assordante e metallica.
Sapevo perfettamente cosa mi sarebbe toccato e non ho tentato di resistere. Mi sono lasciata andare come una bambola di pezza, moscia, senza dignità. Mi prendevano la testa a turno ficcandomi in bocca il cazzo, mi faceva male la bocca, la mandibola, ma era solo l'inizio. Poi non ho più contato il tempo, sono sprofondata in un puzzo maleodorante, una sostanza umida e fetente, mi hanno legata in tutti i modi, presa in tutti i modi, violata e sporcata, mi hanno fatta godere contro il mio volere, umiliata, seviziata con il fuoco, con l'acqua bollente, con la lama di un rasoio, ho ospitato qualsiasi oggetto gli capitasse fra le mani, poi mi sono spenta, l'ho fatto molto prima che loro finissero di fare di me una morta.

Sono trascorsi appena dieci mesi, da otto non sento la mia famiglia, ho perso il lavoro, le mie amiche hanno paura anche solo di salutarmi, hanno paura di te. Io non ho più nulla, nemmeno la dignità di resistere. Qualche giorno fa ho chiamato la polizia, eri nella doccia, ho rubato una telefonata, l'unica da più di sei mesi, mi hanno detto di andare, di denunciare, di oppormi alle sevizie, mi hanno detto che non possono fare nulla se non ti prendono in flagrante, ma che se ti denuncio proveranno a tenerti lontano... almeno per un po'. Il commissario era una donna, forse ha percepito la mia disperazione perché alla fine mi ha detto: "Vuole un consiglio? Lo porti in centro città, magari con la scusa di un caffè, quando scende dalla macchina si avvicini a lui, scelga il momento giusto, poi dia due o tre testate più forte che può sul montante della macchina e inizi ad urlare. Ecco così forse potremo fare qualcosa. Sia forte".
Ho messo giù.
La serratura scatta con quel solito rumore che mi gela il sangue. Sei rientrato. Mi trovi seduta in cucina a scrivere. Che cazzo fai? Mi chiedi. Ti sto scrivendo una lettera, vorrei dire ma non riesco nemmeno ad aprire la bocca tanto è gonfia e tumefatta. Prendi il foglio, lo accartocci e lo butti. E' un momento, un attimo, la mia mano prende il coltello che avevo sistemato sul tavolo, lo afferra anche l'altra, appoggio il manico al mio stomaco e mentre ti giri per colpirmi ancora mi lancio contro di te con tutta la forza che riesco a trovare. Ti trapasso all'altezza dell'inguine, troppo in basso, ma il mio corpo non ha saputo reagire come avrei voluto, così non mi separo, mi attacco a te con la rabbia che ho dentro e faccio perno sulla mia schiena e sollevo verso l'alto entrambe le braccia con le poche energie che mi restano sufficienti però a vederti aperto in due come una mezzaluna e i suoi infiniti riflessi nelle acque che ti stanno abbandonando. Ho raccolto il foglio per scrivere i saluti, hai gli occhi cattivi, ma solo per poco, pochi istanti poi tornerai ad essere come tutti gli altri.

Nescitgalatea

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