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Racconto n° 3766
Autore: ElisaN Altri racconti di ElisaN
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Inferno, le ombre oscure della rete. Social Game, la tentazione che viene dal Web Gebebeh, l'antico aroma dell'altopiano. Debacle, il prezzo della verità. The Game, il gioco del sesso e della follia. Mea Culpa, religione e mistero True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita. Sacrificium, la sfida degli dei. Revenge, una vendetta da servire calda Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere
 
 
Lucia
I capelli biondo cenere raccolti nella briglia di un foulard blu a pois bianchi. Il nodo stretto stretto a castigare i crini più capricciosi. Il viso teso, bianco, un po' ossuto e smorfioso. Gli occhi tondi e truccati di fretta, languidi e persi in un mondo lascivo, dietro lenti rigide e squadrate.
Il naso piccolo e leggermente deviato verso sinistra, la bocca sottile con gli angoli scesi e screpolati.
Un corpo magro e costretto in un tailleur di lanetta grigia. Scarpe con tacchi quadrati e scollo arricciato da cuciture inesperte. Un borsino ricolmo di fazzoletti, agendine di cuoio ed Harmony ingialliti, con le orecchie alle pagine più amate e sottolineature delle frasi più accorate.

Scende dall'autobus 94, superando a gran falcate l'omone goffo dell'ATM, col cravattino minuscolo bordeaux a guisa di cappio. Scivola sotto la pioggia scrosciante, dieci veloci passi ed eccolo, il portone di casa. In una traversina imboscata di Corso Italia. L'atrio coi gradoni slivellati di marmo nero. Sale frenetica le scale, con un freddo che le ha catturato la gola e la bocca dello stomaco. Che nausea dopo otto ore di ufficio.
Che voglia di sdraiarsi sul divano di ciniglia. Di accendere la TV e non ascoltare. Avere il diritto e il dovere di non ascoltare. Avere il piacere perentorio del - qualcuno che parla per noi, alimentandosi della nostra scelta di selezionarlo come cantilena accompagnatoria, in quel dato insignificante istante memorabile per inefficienza inetta, balorda, raccapricciante, ma soddisfacente... -

Trilla il cellulare, proprio mentre le carni si erano conformate alla fisicità del sofà.
-Pronto?-
-Lucia?-
-Ettore... dimmi!-
-Voglio vederti subito, stasera, per cena. Dai non dirmi di no. Veronika è andata coi bambini in Austria a trovare i genitori e...-
- Vieni pure! Ti preparerò le lasagne alla bolognese, come piacciono a te!-
Riaggancia e si solleva dal divano.
Anchilosata, appesantita. Sbadiglia. Sente di avere l'alito pesante e mangiucchia una caramella all'anice.
Apre il freezer. Una teglia in alluminio col cartoncino a mo' di coperchio e la scritta: - Ettore - .
La scodella di un cane.
Accende il forno. Tira giù il portello: aria fredda. Non attende neppure che si riscaldi. Infila la pietanza.
Sono le 19:14. Ettore arriverà non prima delle 21. Ritardatario indefesso.
Ramazza la cenere di sigaretta della sera prima. Accatasta i ritagli di Gioia e Donna Moderna dietro un mobiletto di faggio tarlato. Un ricordo della nonna di Vicenza.

Annega nell'acqua tiepida della vasca. Adora che i capelli sciolti le solletichino le punte delle spalle. Trattiene il respiro e conta i secondi. Apre di tanto in tanto gli occhi e vede i piccoli capezzoli bruni solleticare il pelo dell'acqua. Si sente lucida, fresca, inebriata dal bagnoschiuma al fior di loto. Apre le cosce. L'acqua le entra soave nella vagina e poi rifluttua, viscosa a piccole bolle. Un solleticare soave, un ondeggiare morbido della peluria, la fanno spasimare, rilassare...
Scivola furtiva col medio destro sulla clitoride. Un massaggio rotatorio le annoda il ventre di contrazioni piccole, soffocate, annunciatorie...
Si tira su grondante, non c'è tempo.
Il forno reclama attenzione con un - drin - metallico.
Il salotto sa di carne trita bruciacchiata.
Estrae la lasagna.
Sorride, non ha per niente un bell'aspetto, ma ad Ettore piacerà.
A proposito di Ettore, per togliere il puzzo del cibo...
Candele alla lavanda o incenso alla mela verde?
Sbircia nel cassetto delle essenze. Incenso alla mela verde.
C'è l'etichetta: - Ettore - .

21:44 Ettore è dietro alla porta.
Con il solito completo gessato scuro, la camicia spiegazzata, il Vanderbilt ossidato.
Centocinquanta chilogrammi di simpatia e accento tutto sammarinese.
-Lucia quanto sei bella!-
-Entra via, cosa fai sulla porta?-
-L'incenso alla mela verde. Ma come fai a ricordarti sempre tutto?! Sei fantastica! La mia Lucia...-
Ha i capelli ancora umidi, raccolti in uno chignon.
Indossa un abitino di cotone bianco comprato alla bancarella dei cinesi giù all'angolo della strada, meno di tre estati fa.
No, ad Ettore l'eleganza non interessa.
La cosa importante è non indossare intimo. I pizzi e i merletti irritano il povero Ettore.
Sarà perché Veronika possiede un atelier di biancheria intima.

-La cena si è freddata Ettore!-
-Oh le lasagne, amore!-
No amore no. Lucia si sente improvvisamente soffocare.
Vorrebbe insultarlo, tirargli in testa il piatto sbeccato.
Amore no cazzo! Amore è un'altra cosa.
-Perché Lucia non mi chiami mai - amore - eh?-
-Ma dai Ettore, ci conosciamo da troppo tempo ormai...-
Glissa il discorso, ingoiando un boccone amaro.
Lui le accarezza la manina, trastullandole l'anello di murano all'anulare.
-Ho voglia di baciarti!-
Lucia sorride dietro il bicchiere di Bonarda.
-Andiamo in camera?-
-Vuoi fare l'amore con me?-
Che sciocco! E' venuto solo per questo. E poi amore... sesso semmai.
Fila dritta dritta verso il lettone, coi piedi a piccione che alonano il cotto brunato.
Lui ne segue premuroso i fianchetti sformati.

L'abatjour emette una luce fioca.
Lucia si sdraia per tre quarti, lasciando penzoloni i polpacci.
Non si spoglia, ma ha già sollevato la gonna, così come piace ad Ettore.
È lì spalmato, il frutto del piacere, a discernere l'estasi di un'incursione amica.
Ettore tira fuori il piccolo arnese, violaceo e lucido.
Lo infila dentro veloce.
Gli bastano pochi colpi perché Lucia si senta già traboccante di sperma.
Si ritira, sempre infiacchito nell'animo per quell'eiaculazione maledettamente precoce.
È paonazzo e sudato sulla pelata.
Lei gli strizza l'occhio, ripulendogli il sesso con la lingua.
Lo succhia, trovandolo grazioso nel ridursi così minuscolo e molliccio.
Questo è un bacio d'affetto a suggellare il disagio maschio.
-Tutte le donne dovrebbero essere come te Lucia! Veronika non mi capisce, dice che devo andare dallo psicologo. Anche se ormai Lucia, io e lei non facciamo più sesso da parecchio. Eh sì, sai la routine, i bambini che potrebbero scoprirci...-
Lucia alza gli occhi al cielo. Le solite menate post coito di Ettore.

Sono le 17.50. Alice ha già spento il computer.
-Oggi sono stanca Lucy. Vado a casa un po' prima. Lo dici tu al Dottor Carfulli?-
Consulta il Cartier appena regalatole dal marito. E' un gesto che ripeterà circa trenta volte al giorno. Strano, perché l'ufficio è tappezzato di orologi.
-Beh sempre che rientri...-
Lucia sorride.
-Oggi è mercoledì Alice e il Dottore rientra sempre di mercoledì. La moglie ha il corso di yoga e lui non vuole che l'ufficio venga chiuso dalle dipendenti.-
-Già è vero. Va beh vado eh! A domani.-
Lucia la guarda girare l'angolo della scrivania.
Il culo perfetto fasciato in fuseaux alla Grease. Alice è bellissima. Non avrebbero dovuto piazzargliela proprio di fronte. E quando lascia i riccioli rossi al vento poi, è irresistibile.
Oggi profumava di bucato. Con quelle tette dure e dritte coi capezzoli a punta quasi a trapanare maglie, occhi e pensieri.
- Tic, tac - i tacchi di Alice tamburellano il parquet e il cervello di Lucia.
Preme nevrotica i tasti del computer. Non vuole sentire, non vuole odorare il fresco che quella ragazza porta con sé.

Ma la rivede spaparanzata sulla dormeuse a strisce blu e bianche, nella torrida Barcellona del 2003. Una settimana di tempo perché recuperassero un cliente. Lucia si era data da fare come una pazza. Il Dottor Carfulli le aveva lanciato una doppia ardua sfida: portare a casa un nuovo, cospicuo ordine e indottrinare la giovane Alice. L'ordine era scivolato tosto tosto al rientro, sulla scrivania del capo: 38.000 euro tondi tondi. Ma Alice era rimasta sempre la stessa.
Bella, svogliata e divertita.
Aveva poco più di vent'anni all'epoca e quei sorrisi a mezzaluna, disarmanti e festosi.
Non aveva marito, né pensieri per la testa. Né ragionevolezza. Né limite.
Beveva dai rubinetti di tutti i cessi pubblici, si toglieva i sandali in mezzo alla strada, entrava in tutti i locali ingozzandosi di tapas e filando via come un bandito, non mollando un euro al barista.
La sua ilarità riecheggiava in ogni vicolo.
Lucia non riusciva a riprenderla. Come poteva? Zittire la nota canterina di un pentagramma dolente? Cancellare le tonalità accese di una tela monocromatica? No. Il Dottor Carfulli l'avrebbe comunque tenuta con sé. Era figlia di uno dei suoi più cari amici, nonché personaggio assai in vista in città.
E come la lasciava al mattino così la ritrovava nel tardo pomeriggio: sdraiata vicino al bordo piscina, sull'indimenticabile dormeuse, con un Cuba libre o un Sex on the beach fra le mani, a seconda dell'estro del momento. Solo una sera fu il limone di una Corona a rendere furiosa Lucia.
Alice lo stringeva fra i denti, poi lo succhiava con ingordigia. Lucia la fissava. Irrigidita e vogliosa.
-Che diavolo fai Alice? Devi lavorare anche tu. Non puoi pretendere di prenderti un merito che non ti spetta!-
Alice si sollevò dalla culla. Percepì nella voce di Lucia una commistione di desiderio, rabbia e invidia.
-Lucy tu sei brava e intelligente. Io no!-
La fissò con gli occhi di una micia tendenziosa e le porse la bottiglietta dell'olio abbronzante.
-Me ne metti un po' sulla schiena?-

18.10 Il Dottor Carfulli è rientrato. Inzuppato, con le Clarks inzaccherate di fango.
-Oh Lucia buonasera!-
-Buonasera Dottore!-
Lancia il salvataggio del foglio Excel.
-Tutto regolare?-
-Assolutamente sì. Dovrebbe soltanto firmarmi una quotazione.-
-Sì venga pure nel mio ufficio. Ho da sbrigare la solita pratica.-
Lucia si solleva dalla sedia. Sente lo slip incollato ai peli. Pensare ad Alice non giovava al suo desiderio, insoluto, insoddisfatto.
Afferra la cartellina verde della solita pratica del mercoledì e si dirige verso l'ufficio del Dottore.
Accede in un mondo di mobilio in radica, fogli, documenti e assegni. La cappa di fumo al mentolo la stordisce, per un istante. Carfulli la guarda serioso, dietro il barbone nero.
-Ha portato l'occorrente?-
-Certo!-
Lucia apre la cartellina nominata - Dott. Carfulli - e tira fuori un foulard di seta rossa. Se lo annoda attorno al collo e si inginocchia, restando carponi.
Carfulli afferra il fazzoletto a guisa di collare e urla imperioso e invasato:
-Dimmelo che sei la mia serva! Dimmelo! Chiamami padrone, avanti chiamami padrone!-
Lucia si sente soffocare, ma con un filo di voce riesce a pronunciare la parola magica.
Il Dottore molla la presa e impera i soliti servigi.
Lucia lo spoglia dei pantaloni con dovizia. Lo accompagna in una mezza giravolta, lo fa inclinare leggermente e inizia a leccarlo fra le natiche. Assapora l'amaro gusto del servilismo.
-Continua! Leccami il culo. Leccamelo, leccamelo. Brava la mia dipendente.-
Il piacere inizia ad invadere il Dottore, la cui voce si fa sempre più docile e spasimante.
La lingua bollente lo perlustra con dolcezza e la saliva diventa colla ghiacciata.
Il pene si allunga e si fa duro, di marmo.
Lucia lo osserva con smania, vorrebbe possederlo, succhiarlo, stringerlo fra le cosce. Ha una cappella paonazza, brillante, grossa. L'asta è solida e leggermente ricurva. Il più bel pene che Lucia abbia mai visto, a dieci centimetri di distanza da lei, ma intoccabile.
Carfulli lo considera una reliquia, degna solo della beltà e della classe della consorte.

Si lava i denti freneticamente. Il capo dentro il lavabo, come fonte battesimale.
Le ciabatte inzuppate e il sifone che continua a perdere acqua.
- Drin, drin - . Il campanello suona come un dannato.
Lucia inizia a innervosirsi.
- Drin, drin - Le orecchie le stanno per esplodere.
Apre la porta.
-Albertino!-
É il figlio della signora di sotto. Uno scavezzacollo di appena diciotto anni sempre a rollarsi canne e slinguazzarsi adolescenti nel parchetto.
-Lucia mamma mi ha mandato su per dirti che ci hai fatto una chiazza da schifo sul soffitto. Rimedia al volo altrimenti ti pianta giù un casino quella.-
Ha i capelli corvini, la pelle olivastra, gli occhi color carbone e le ciglia lunghe e folte, da far invidia ad una donna.
Lucia trasalisce, per un istante.
Respira a gran polmoni il profumo della gioventù, lo stesso che porta con sé Alice; lo stesso che vorrebbe possedere ancora lei, sulla sua pelle, nelle sue carni, nel profondo delle sue viscere.
-Ti va una Coca Cola?-
-Semmai un po' di gin!-
-Ah inizi bene Albertino!-
Entra di prepotenza, sfiorandole col gomito il seno già turgido.
-Sei eccitata Lucia?-
Lucia lo segue con lo sguardo, ancora appoggiata alla porta. Albertino si abbandona sul sofà stinto, facendo risuonare il catenaccio che ha appeso ai pantaloni.
-Cosa vuoi allora, non ti sei ancora deciso?-
-Lo stesso che vuoi tu: scopare!-
-Albertino?!-
Si chiude la porta alle spalle.
-Dai Lucia fammi vedere cosa sanno fare le donne della tua età. Secondo me non ti fa schifo niente. Eh?!-
Lucia rimane senza parole mentre l'impertinente sbriciola marijuana in una cartina.
È combattuta tra il desiderio di possesso e quello di punizione. Entrambi la fanno eccitare però, e un brivido le lecca viscido la colonna vertebrale.
È già a quattro zampe, col viso intrufolato nella fessura dei boxer ad ingoiare una giovane cappella. L'asta svetta violenta, traversandole l'epiglottide e muovendosi con prepotenza su e giù, guidata dalla furia del padrone. Se potesse mangiarsela lo farebbe.
Il silenzio sovrano è rotto dalle boccate di fumo di lui e dai risucchi ingordi di lei.
Un fiotto bollente e granuloso le invade la gola e solo scivola goloso lungo l'esofago.

È una timida domenica di aprile, col sole malato e il cielo grigiastro. Dopo un folle temporale i copertoni corrono via lisci, tagliando pozzanghere e sussultando sui tombini e l'asfalto pezzato.
Ettore aspetta un terzo figlio da Veronika e si è trasferito in Austria, in una villetta dirimpetto ai suoceri.
Il Dottor Carfulli ha chiuso l'ufficio ed ha deciso di godersi i frutti del suo guadagno con l'amata e cornuta mogliettina sulle spiagge di Copacabana.
Albertino ha messo incinta una sua compagna di classe. Vogliono sposarsi e stanno cercando casa con l'aiuto dei genitori.
Lucia, invece, ha aggiunto un aggravante alla sua solitudine: la disoccupazione. Passa intere giornate a casa ad evidenziare annunci di lavoro e a sgranocchiare barrette di cioccolato.

Ma questa mattina, questa sì che è una mattina speciale, di quelle che hanno l'oro in bocca.
Il telefono è trillato allegro e dall'altra parte la voce canterina di Alice.
Dopo sei lunghi mesi si era ricordata della sua Lucy.
-Vieni a mangiare da me dai! Ti devo raccontare un sacco di cose.-
Per lei aveva indossato la giacca rosa confetto e la minigonnina nera.
Suona il campanello.
-Lucy!!!-
Una vestaglia di seta color verde acqua le fascia il corpo con impertinenza e capriccio.
I seni sembrano esplodere. Duri, animosi, sussultanti.
Lucia varca la soglia, quasi intimidita, mentre, per l'ennesima volta la sua vagina la tradisce nel traboccare la schiuma del godimento.
Ah se potesse anche toccare cotanta bellezza e perfezione.
Alice le si siede di fronte. Ha i piedi scalzi e le unghie dipinte di rosso scarlatto.
Sul viso non fa sfoggio di maquillage. Solo un sorriso magico che incanta. Una kore greca, una ninfetta fiesolana, metà schiava e metà regina della sua fanciullesca grazia.
-Siamo sole!-
-Dov'è tuo marito?-
-Te lo dico dopo. Ti va di seguirmi?-
Un - sì - allucinato esce dalla bocca di Lucia.

La stanza da letto di Alice è immensa, col letto a baldacchino, di ambientazione orientale. Sulle pareti sono appesi quadri che raffigurano posizioni del Kamasutra.
-Non farci caso. Cazzate di mio marito! Dai vieni qui!-
Le fa cenno di sdraiarsi al suo fianco, sul talamo ricolmo di cuscini.
Lucia sembra fatta di legno. Annichilita nella mente così come nel corpo.
Alice la bacia senza esitazione alcuna. Leccandole con dolcezza i profili delle labbra ed intrufolando la sua lingua nella ricerca della complicità della compagna.
Lucia scongela la paura e diventa protagonista della pellicola da anni agognata.
Comincia col sollevarle i capelli dolcemente, raccogliendole i riccioli sul capo.
Le bacia il collo candido e modiglianesco. Un profumo di miele le inebria le narici.
Alice le sbottona la giacca. Sotto penzolano a pera due seni tristi e grigi.
Alice ne bacia le aureole toste e brune poi cinge la donna a sé con dolcezza infinita.
Lucia le sfila il kimono scoprendo un'anima eterea e affusolata, con la pelle di luna, maculata da minuscole e preziose efelidi.
Nessun intimo ed alcun vezzo. L'innocenza offerta al mondo.
Lucia le afferra le natiche con amore, come volesse impedirle qualsiasi via di fuga.
Il cuore le sta per esplodere dalla gioia, dalla passione, dall'incredulità.
Un magone entusiasta le serra il gozzo.
Si abbassa per osservare quel sontuoso e acerbo frutto.
Quattro riccioli arancioni a spaccare il piacere.
Li bacia e mordicchia la tenera carne da cui hanno origine.
-Fermati!-
-Perché?-
-Smettila di dare. Accetta di ricevere!-
Lucia è confusa, attonita.
Subito la striminzita gonna si solleva e i collant vengono tirati giù di prepotenza.
Alice intrufola un dito affusolato e confuso nel sesso di Lucia.
Friziona ritmicamente la clitoride tesa e dura.
Lucia inizia cantilenando un sottile mugugno.
Il sangue le ribolle fra le cosce.
-Ti amo!-
-Anch'io!-
Due dita vanno cercando la vagina dell'altra. Entrambe bagnate e felici si esplorano. Voragini roventi ospitano carni alleate.
La stanza si riempie di gemiti suadenti e femminei. Un coro di voci bianche e complici arrossa i volti maschi raffigurati nei quadri dell'evangelico sesso.

-Resta con me Lucia! Mio marito mi ha lasciata per un uomo.

ElisaN

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