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Racconto n° 3771
Autore: Madamesnob Altri racconti di Madamesnob
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My Story, il coraggio di affrontare la verità Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Danger, il pericolo viaggia nella mente Thunderstorm II, la storia continua Eyes Un filo sottile che lega un uomo e due donne. Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia Debacle, il prezzo della verità. Thunder, eco solenne d'un lampo africano. Darkness, cronaca romanzata di una messa nera.
 
 
Folle imperfetto
Lo so che non è corretto. Anzi, direi che è certamente criminale; ma non avevo altra scelta. Ci ho pensato a lungo, sai? Prima di decidere di farlo, intendo; poi, una volta assunto il rischio, ho calcolato nei minimi dettagli tutto il mio piano: i tempi, il luogo, le persone. Non è certo il caso di correre rischi o di improvvisarsi stratega, specialmente quando la razionalità vive solo nel processo, ma il fine ultimo, lo scopo di ogni gesto calcolato, è mero desiderio, brama, un'irragionevole sete di possesso. Per quanto lucida sia, la follia rimane tale; se la si deve mettere in opera, meglio farlo con classe, intelligenza e crudele dovizia di particolari. Il piacere cresce già nella preparazione, ci si compiace di ogni obiettivo raggiunto, lo si spunta dal disegno originario sentendo che la meta è sempre più vicina. La pelle s'increspa nell'eccitazione dell'attesa, che è aspettativa viva, attiva, in cui corpo e mente lavorano congiunti, in perfetta sincronia: una diabolica macchina da guerra. Personale, certo. Una lotta interessata, puramente individuale, deliziosamente arbitraria.

Sei spaventata, direi quasi terrorizzata. Non credo di averti mai vista così: tesa, gli orecchi che cercano di captare informazioni, le mani sottili innaturalmente contratte. Hanno fatto un buon lavoro: persino i tuoi capelli biondi, lisci, sembrano esser stati sistemati con cura dietro la benda, come se in realtà fosse un bijou per farne risaltare la bellezza; serici fili dorati che mutano trasparenti sulle tempie e scompaiono sotto la fascia di tessuto pesante. Hai le guance arrossate, il neo sullo zigomo destro sembra meno scuro sul fondo di pesca e il mento ti trema infantile screziando di luce le labbra perlate.
Ti guardo e mi tremano le mani, le dita mi si chiudono a scatto per la voglia indomabile di premerti il viso e sentire la pelle sgusciare tra i polpastrelli riarsi. Ma mi trattengo, perché so mi riconosceresti subito e il mio piano non è concluso; sto coltivando la tua stanchezza, snervandoti la mente per toglierle ogni volontà, ogni possibilità di fuga. Devi essere qui interamente, non voglio tu possa rifugiarti in uno dei tuoi mondi di zucchero; ti voglio mia, smaniosa di un contatto che ti dia forma, dimensione spazio-temporale, un senso completo.
Il tuo corpo magro è velato di sudore, non sono gocce, è un'ombra serica che riempie le narici del tuo odore dolce. Mi avvicino e vedo il tuo viso voltarsi nel vuoto cieco, il labbro inferiore freme mentre chiedi l'ennesima volta, stremata: - Chi sei? - . Sorrido nuovamente nella penombra giallastra; le pareti scivolose riverberano le vecchie lampadine imprigionate dal ferro, adombrano la tua pelle di aloni sinistri. Fasci di polvere biancastra tracciano corridoi sul tuo corpo nudo, mi avvicino rompendone le geometrie, sfidando il raggio violento che mi graffia l'iridi accese.
Inspiro il profumo della tua paura lì dove l'osso del bacino sporge e distende il ventre.
Mi senti, provi a muoverti, ma i lacci di nylon ti bloccano polsi, cosce e caviglie, e l'unico movimento che riesci a fare è inarcare la schiena agile, da ballerina, rivelando il bassorilievo flessuoso dei tuoi respiri. Schiudo la bocca avida e lascio che la lingua rompa improvvisa il velo umido sul tuo cuore. Scivolo sulla pelle salata frenando le mani impazienti, disegno la scia del mio desiderio proibito lasciandoti dubbiosa, offrendoti l'azzardato indizio del mio tocco.
Ti immobilizzi tra l'incredulo e l'incerto, incapace di capire, o forse di accettare, che quelle volute morbide, bagnate, ora fredde nell'aria chiusa del seminterrato, siano le stesse a cui amavi sottoporti mesi fa, quando mi amavi. Quando mi amavi. Quando mi amavi. Amavi. L'imperfetto rimbalza saltando sinapsi necessarie, fondamentali per seguire le giuste tappe della mia pazzia.
Vedo il tuo smarrimento nel respiro sospeso e quasi mi pento di essermi rivelata con tanta leggerezza; con gesto noncurante liquido i miei preziosi collaboratori e rimango sola con te, ad ascoltare i passi allontanarsi tra le gallerie. Soltanto quando il silenzio ci avvolge mi avvicino di nuovo.
Sei bella da togliere il fiato.
Vorrei urlartelo, violentarti gli orecchi ora ipersensibili, ma so che la voce mi si romperebbe in pianto e svilirei tutti i miei sforzi, tutti gli espedienti di queste settimane. Afferro le tue cosce con entrambe le mani e stringo fino ad avere le nocche bianche. Gridi, balbetti, più per la paura di ciò che potrebbe accadere che per il dolore. Apro le mani, allungo le dita e ti graffio crudele, rigando la tua pelle sottile di fata perfetta, incolume; arrabbiata, ti mordo più volte cercando il sapore del sangue, ma senza riuscirci. La mandibola frena un attimo prima di ferirti: il cuore, maledettamente debole, piega ogni mio gesto rendendo la mente molle. Appoggio la fronte madida sul tuo pube rasato e respiro a fondo, stordita; sono libera e ti ho tra le mani, ma sono legata da corde invisibili. Alzo gli occhi e per un attimo mi sembra di vedere il sorriso beffardo del mio destino, lì, a galleggiare sulle tue labbra piene. Allungo il braccio e con il medio te le sfioro leggera; tu sorridi, ormai consapevole del tuo potere, incredibilmente forte nonostante la forzata immobilità.
La rabbia mi acceca e si mescola al desiderio insostenibile di possederti, scoppiandomi nel sangue; appoggio il palmo aperto sul tuo petto e premo forte scavando verso il basso. Ti tengo con entrambe le mani sui fianchi, i pollici sotto l'osso del bacino; ti schiaccio sul tavolo d'acciaio freddo, sperando ti sussurri le torture di cui è stato complice, spaventandoti a morte, levandoti quel ghigno di vittoria dal viso. Voglio mangiarti, assimilarti, cancellarti assorbendoti.
Con le dita scivolo tra le pieghe umide del sesso, le apro con cura perdendo l'ultimo residuo di ragione nell'odore inconfondibile del tuo piacere. Ti penetro senza dolcezza, ma non con l'aggressività che vorrei; infilo due dita, e il terzo le raggiunge subito, senza aspettare che i tuoi polmoni si svuotino. Ti tocco ripercorrendo la pelle liscia, vedendo con i polpastrelli dove sfocia nel tuo punto sensibile, rugoso. La scossa s'innesca al mio sfiorarlo, ed io mi sento colare; ti guardo sull'orlo dell'orgasmo, trascinata e bistrattata contro la tua volontà lungo cunicoli bui, stretta dai lacci che ho studiato per te... ti guardo e mi sento venire, il piacere mi esplode nel cervello abbagliandomi ineluttabilmente.
Sfilo le dita fingendo crudeltà, lasciandoti sospesa in un limbo insopportabile; in realtà sto salvando me stessa dalla caduta, dalla dolcezza che seguirebbe il piacere.

- Ti prego... continua... -
La tua voce roca mi batte sulla pelle; d'un tratto tutte le parole d'odio, accumulate e disposte con cura giorno dopo giorno, sembrano illeggibili, scritte in sogno con caratteri sconosciuti. Non riesco ad afferrarle, le lettere si dilatano beffarde e sento solo il suono della mia voce, ancora chiuso in gola, ancora protetto dalle labbra serrate, mentre sfonda ogni difesa e urla il mio amore.
Riesco a frenare le corde vocali prima che tu possa carpirne l'ineludibile messaggio; il tuo sguardo glauco non può cogliere la smorfia del mio viso, respiro a fondo prima di gettarmi ancora su di te, invasiva, senza più remore.
Le mie mani ti afferrano, la tua carne cede sotto l'impeto della mia collera; mi riempio la bocca del tuo sapore, i denti delle tue forme mentre con le dita ti penetro ovunque: ti riempio la bocca deformandone il profilo impeccabile, entro nel tuo sesso scandalosamente aperto e lucido, violento la tua fessura più stretta. M'infilo dentro un dito dopo l'altro forzandone l'apertura, guardandoti mentre ti contorci, gridi, godi. Vedo il tuo viso cambiare, staccarsi, diventare ultraterreno e dio solo sa cosa darei ora per avere un kazzo tra le gambe, a farti male, a farti bene, ad urlarti appartenenza, a segnarti per sempre.
Invece me ne sto qui, intrappolata nella tua carne pulsante, i tuoi umori che gocciolano sui polsi cocendo la pelle; qui, a tentare di restarti dentro in qualche assurdo modo. Tutto invano; perché più entro più mi apro, più godi più mi sciolgo, più soffri più il mio cuore si dilata per accoglierti, mi svuota e ti fa spazio.
Mi stacco sentendo davvero la pelle che si scolla e ti lascio così, pulsante e appagata, rassetto la camicia gualcita, raccolgo i capelli sulla nuca ed esco nella notte umida.


Madamesnob

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