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Racconto n° 3842
Autore: LaPassiflora Altri racconti di LaPassiflora
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Confidence, le confessioni di una escort Panama, dentro la trama di un fumetto erotico La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Danger, il pericolo viaggia nella mente Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto X Stories, i mille volti di una straordinaria follia Phobos, il senso della paura. Exhibition, sembrava solo un gioco. Inquisitio, quando il dolore si fa piacere.
 
 
Sguardi dietro le quinte
Insuperabile illusionista. Senza darlo a vedere, era finito sottopelle, fuso nella mente in un mosaico di visioni.
Elena si era schermita, con un'espressione di innocenza violata voleva dimostrare a Carlo quanto potesse essere minacciosa, e ciò era bastato ad intenerirlo. Carlo ricordava quanto una bambina volesse atteggiarsi.
La sua mano si era distesa per una carezza, tuttavia senza sporgersi abbastanza, ed Elena aveva dovuto avvicinargli il muso.
D'incanto il silenzio aveva prodotto il suo effetto, una risata aveva fatto la sua apparizione quando la mano era ancora al culmine. Sulla guancia di Elena. Il cipiglio diventato una maschera.
Carlo era schizzato in avanti e l'aveva afferrata come fosse una marionetta. Proprio sotto il suo naso. L'aveva baciata con espressione canzonatoria, tutt'altro che sorpreso.
Elena, mugolando, aveva l'orgoglio del cane smarrito che si accoccolava davanti al padrone, non aveva saputo fare di meglio che ricambiare.
Carlo la faceva a tal punto dubitare, che in continuazione lei lo assecondava dimenticando i suoi assurdi pensieri.
Le sembrava di essere una caramella scartata – non trovava altre parole per definirlo – pronta per essere consumata.
Carlo la stava spogliando, la denudava psicologicamente e lei rimbalzava tra sensazioni opposte, in un fuoco incrociato che non si neutralizzava, ma che le era anzi foriero di inquietudine.
La ritrosia ai suoi approcci, suo malgrado, permaneva.
Era così che Carlo aveva iniziato a carezzarle i capelli, su e giù, con la mano, sfiorando le braccia nude e – prima uno e poi l'altro – sollevando la maglietta sopra un seno.
Elena non si muoveva, ma sentiva scoprire quel tanto da volersi nascondere. La durezza delle mani di Carlo sulla sua pelle non poteva più essere celata ed Elena si vedeva segnare.
Delicatamente, dapprima.
Si vedeva schiusa, davanti a quei due occhi neri che continuavano a fissarla.
C'era una sottile avversione dietro il rossore del viso, lei era sempre troppo orgogliosa per immaginarsi in quel ruolo.
Senza nemmeno osare confessarselo, si scocciava per essere intimidita. Aveva come l'impressione di una dualità imprevedibile nel proprio corpo.
Dietro le mani di Carlo, che continuavano a sfiorarle i seni, intravedeva una carne concupiscente. Avvertiva un'oscura influenza, un decadimento corruttibile. Un'esistenza di sogno che non aveva nulla in comune con lei, ma da cui non riusciva a separarsi, la connessione con il suo intimo in quell'attimo era totale. Come separarsi dal resto e scegliere di appartarsi un po'.
Elena aveva cominciato a pensare di doversi dare a Carlo per mobilizzare la vita che sapeva di avere. Le sembrava che la voglia di vivere fosse rimasta confinata in una bolla e che il suo inconscio le rimandasse la sua immagine pronta ad aprirsi e a scoppiare con infiniti riflessi.
Carlo aveva avvicinato le labbra alle sue e Elena aveva provato disgusto, le si era rannicchiata dentro una sensazione che la risucchiava completamente. La schiacciava, come un tasto sul telecomando. Circuitandola da scomparire e ritrovarsi da qualche altra parte.
Sgomento e gioia ineffabile erano la natura che Carlo spingeva a farle conoscere.
La mano ruvida e scura la sfiorava ancora e lei, come in ossequio, era presa da una nostalgia struggente. Un abisso acceso di immagini e pensieri che non accennava a diminuire.
Carlo la sfiorava e Elena sfioriva fino all'ultimo petalo, sbocciava in lui lasciando andare l'innocenza.
A quel punto Carlo si era fatto tanto forte e tangibile da svegliarla del tutto – chissà da quale sogno – prendendo una mano nella sua, l'aveva caricata dove era difficile definire. Non perché Elena non sapesse dire, ma perché sembrò come se tutti i suoi sensi venissero scossi da uno strato di polvere.
Carlo passava la lingua sulle sue labbra e lei annaspava, spinta verso il boccaglio.
Un'ondata di freddo si era compattata innanzi a lei e per un attimo si era vista glissare l'esistenza, finché non era scivolata lieve, calda e silenziosa, affondando la testa come una carezza.
Lievitando su Carlo, tutta la mano... o la bocca, realizzando la natura dell'oggetto e increspando la lingua al tocco della gola. Elena si muoveva con il ritmo dell'acqua pigra, come una chiglia perfetta, lungo il tubo leggermente inclinato.
Strumento a fiato, Elena aveva prodotto in Carlo un suono vivo, vagamente lubrico, il cui tempo era leggibile dal gonfiarsi e sgonfiarsi delle guance.
All'impennarsi dell'oboe, la bocca di Elena era una cassa di risonanza, continuava a cambiare forma. Dilatandosi o restringendosi.
Elena eseguiva movimenti lenti e precisi, impercettibili giri. Imprimeva alle dita, e alle unghie – piccole mezzelune d'avorio, capricciose alchimie d'artigiana.
Miscelava gli umori ai contorni dello strumento e intanto sfumava, sfumava fino ad afferrare l'essenza della vita. La voce incrinata di Carlo che la chiamava per nome: Elena...
E il nitore liscio si era alla fine disciolto intorno a lei, riversando una pioggia in controluce che aveva finito per rivestirle le dita. Condensandosi tra le pieghe. Scomponendone i tratti.
Elena aveva allora lasciato andare il calice da cui aveva appena bevuto e aveva guardato Carlo. Aveva ancora lo sguardo nero come il carbone e traboccava in modo vivo e tangibile. Le chiare nuances corrugate sulla pelle rilassata.
Elena, inalando l'aria in un lungo respiro, aveva sentito che l'aria sapeva di nostalgia, le si era dilatata dentro come se fosse più grande.
Ebbe allora un moto di gratitudine che le attraversò il grembo.
In un istante Carlo la sopraffece, frullandole dentro la lingua e seriamente stordendola – sì, pazza senza saperlo – somministrandole una mano e poi l'altra come una medicina, frugandola, e spacchettandola delle sottane superflue.
Elena, commista ai dubbi di sempre, annegò in quest'altra cosa.
Sprofondò nella poltiglia vischiosa che Carlo le spremeva e sottraeva, accanendosi come se volesse svelare un mistero o ritrovare se stesso.
Elena pensò addirittura di possederlo, ripiegando su di lui con le braccia intorno alle spalle, con quel talento innato che aveva sempre la comprensione profonda.
La percezione della realtà sublime, più grande di tutto.
Spossante, Carlo la esponeva impietosamente a se stessa: Elena doveva sentire fino allo spasimo – costringersi a unirsi all'abbraccio ancora di più.
Le mani stavano smembrando il clamore trattenuto in mille respiri.
Elena era stata puntellata e ghermita, ineluttabilmente aveva perso la testa. Si era allungata e aveva guizzato, repentina e tagliente. Aveva balbetto di piacere. Finché scrutando il sorriso sulla faccia del suo indagatore si era sentita turbata.
Consapevole che in futuro avrebbe avuto altre ragioni per defilarsi davanti a quell'uomo, per rimanerne poi crocifissa.
Insinuata fino a sentirselo in gola, paralizzata nella parola, propagato in lei fino a strappare ogni sua reticenza.

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