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Racconto n° 3878
Autore: LaPassiflora Altri racconti di LaPassiflora
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Il Bennu di Ra
Dapprima ho sentito mordere le gambe.
Non potevo capacitarmi di essere finita lì. Non era possibile. Non era robetta da poco, quella. Ero maledettamente fuori da tutto ciò che conoscevo, dalla monotonia che tiene tutto sotto controllo.
Non mi muovevo, ero in apnea, in coma, uno sguardo fisso mi stava piantato addosso: una specie di aspirapolvere che produceva in me un risucchio, volteggiava dentro il mio corpo e pezzo per pezzo smanettava, assestava, stoccava colpi precisi che facevano girare la testa.
Il sangue pulsava nelle mie vene mentre uno sguardo mi congedava immobile, mi consegnava viva. Ho sentito il freddo che mi circondava.
Il freddo.
Soltanto il freddo dentro un buco che non vedevo ma percepivo. Ero dentro una fessura nera ed ero un'eccezione. Un essere umano che pompava carne e sangue in un carapace di plastica.
Lo sguardo sembrava una sovrastruttura della mia mente in un gioco perenne di gerarchie. Ma c'era qualcuno lì, sul serio, e alienarsene significava una necessità di sopravvivenza per tenere conto del confronto tra le parti, l'unica rappresentazione a confermarmi che esistevo: che io ero.
Incomprensibile e spianata. Penetrabile.
In più punti.
Il mio compito poteva essere solo uno, dipendere da quello stato.
Tra la pioggia torrenziale delle sensazioni, un bisbiglio sulla bocca ha osato infatti farmi pensare a cosa finora avevo evitato, restando sul chi va là, con circospezione; e poi è stata la volta di una pacca sulla coscia ed eccomi, ho capito, ero.
Qualcuno stava mettendo a nudo quanto il mio corpo risuonasse: avevo lasciato andare la disperazione e il mio cuore ero rimasto imprigionato dai ghiacci. Fu infatti una sensazione glaciale a spiegarmi che non ero mezza morta, bensì di ritorno.
Avevo esitato, finché concentrandomi sul punto della coscia in cui era caduto l'ultimo colpo avevo provato a muovere le gambe. E niente. Fossilizzate.
Avevo provato a alzare le spalle ma un dolore mi aveva colta alla sprovvista dalle mani alle ginocchia.
Normalmente sarei andata in panico, però alcuni scomparti del cervello sembrava che fossero stati eliminati. Non riuscivo a giudicare, non avevo la percezione del rischio, volevo soltanto dipendere.
E le - parti - , che sarebbero dovute restare lontane e in grado di pronunciare movimenti separati, parevano spostate. C'era tra loro un legame di una certa gravità che lasciava presupporre una strana composizione delle ossa, la saliva dentro il respiro, una diversa luce negli occhi.
Le articolazioni dolevano in più angoli spaiati e la voce era rauca. La vista cieca.
Ho pensato alla gioiosa consolazione di un bambino che per un mondo su misura aveva smembrato il suo giocattolo più caro: ero bloccata, avevo la bocca ostruita e tenevo gli occhi bendati.
Mani non mie avevano plasmato l'avvenire fregandosene della buona educazione, mi avevano chiusa in un bozzolo per il piacere di un concepimento che aveva una forte impressione su di me.
Ad un certo punto quindi avevo cominciato a ricordare: avevo preso ad allontanarmi lasciandomi trascinare da una torbida dialettica e dall'ingenuità dell'abisso. Mi ero tuffata tra le braccia del mio carceriere con segreta piacevolezza, esaltata da un concetto di male autodistruttivo del peccato. All'inizio ero scoppiata in lacrime di rabbia, rifiutandomi di accettare l'evidente - la soglia su cui mi fermavo prima di scappare senza meta.
Poi era arrivato, deciso, lo sguardo che aveva culminato la mia partenza definitiva.
Fu in quel momento, mentre ero sconvolta, che ho capito che la ferita che portavo dentro sarebbe stata di nuovo la mia cicatrice.
Mentre la marea iniziò a salire, inarcata dalla forza di una fune, stavo scoprendo che se osavo ero libera. Potevo non occuparmi di me, potevo dipendere.
Finalmente.
Potevo essere.

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