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Racconto n° 39
Autore: Rosye Altri racconti di Rosye
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My Story, il coraggio di affrontare la verità Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Danger, il pericolo viaggia nella mente Thunderstorm II, la storia continua Eyes Un filo sottile che lega un uomo e due donne. Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia Debacle, il prezzo della verità. Thunder, eco solenne d'un lampo africano. Darkness, cronaca romanzata di una messa nera.
 
 
Sulla sedia
Sono tornata da poco dal supermercato. Sudata, stanca, e in più in macchina quel maledetto sacchetto pieno di bottiglie (me l'aspettavo, l'avevo piazzato male sul sedile) è franato accanto a me alla prima frenata. Tutte le birre sono andate a infilarsi sotto i miei piedi. E proprio oggi che avevo messo i sandali blu scuro, quelli che hanno un tacco a spillo che mi fanno andare il sedere su e giù come un pendolo.

Però erano carini...e il tipo del banco della drogheria l'ho visto, che mi guardava il fondoschiena mentre mi sono girata per mettere il sacchetto nel carrello. L'ho visto dallo specchio di quella colonna davanti a me, e ho sorriso.

Poi con le mani mi sono lisciata la gonna, stretta, proprio di schiena a lui, indugiando con le dita aperte sulle natiche tonde, ben fasciate, come a dire - vedi come ce le ho toste e rotonde? - .

Quando mi sono girata era lì, impalato come uno scemo.

Comunque adesso sono stanca, e fa caldo. Infilo la chiave nella toppa, metto i sacchetti dentro casa, entro. L'androne è buio, e fa fresco. E' così piacevole, lascio sempre le persiane accostate a far entrare aria ma non il caldo...C'è questa folata rassicurante dell'odore di casa mia, e lo scuro del parquet che mi invita a togliermi le scarpe.

Bene, non ha telefonato nessuno, lo vedo dalla segreteria telefonica che non lampeggia. La spengo, appoggio le chiavi sul cristallo del piccolo mobile libreria. Porto i sacchetti appena dentro la cucina.

Vado verso la sala, vedo dalle tapparelle la quercia che si muove come una testa umana, e le foglie da una parte all'altra. Mi siedo. Mi metto su quella poltrona di vimini che amo tanto. L'ho raccattata tornando dalla scuola dei bambini, un giorno che avevo la macchina sgombra. Era lì, come un rudere vicino ad un cassonetto vuoto. Sono passata davanti a lei e l'ho vista con la coda dell'occhio.

Sono andata oltre. Poi, d'improvviso, il ripensamento. Sono ripassata e stava ancora lì. Mi sono fermata. Mi sembrava come una vecchia puttana all'angolo della strada, una carcassa di femmina che chiedeva di essere presa e portata a casa. Ho visto che ancora era decente, e come un maschio rassegnato ma affamato ho tirato giù il sedile e l'ho infilata in auto.

Mi piace recuperare vecchie cose buttate dagli altri. Mi piace pensare che quello che gli altri non vedono, posso scorgerlo io. Adesso è bellissima, come se l'avessi recuperata da un posto in rovina. Come si fa con una donna che ha bisogno di carezze, l'ho lavata, pulita, ho spalmato coppale sui braccioli e sulle stecche, ho comprato un bel cuscino a fiori, l'ho messa sotto la finestra della sala.

Sono seduta lì, le cosce affondate nella stoffa morbida. Mi guardo intorrno, la stanza è in penombra. Fresco, i muscoli delle mie gambe si rilassano. Mi piego per slacciare le piccole fibbie dorate dei sandali blu. Alti, inverosimili, strani per uscire a far la spesa. Ma mi piace sentire quel dondolare dei fianchi costretti dall'andatura breve e accelerata. Mi piace ondeggiare il sedere sporgente, lo faccio studiatamente per attirare gli sguardi, voltarmi e sorprenderli e sorridere.

Passo la mano sul tessuto dei sandali, morbido.

La caviglia è stanca e sottile, sfilo il piede dalle fasce blu, lo passo tra le due mani, lo massaggio. Poi il tocco si ferma, sull'interno. E' bello, abbronzato e appena impolverato dalla strada percorsa. Sono ancora piegata, che la mia mano inizia ad avvolgere la caviglia. La pelle ha un fremito, si intirizzisce un po'. Salgo lungo il polpaccio, in tensione, in rilievo sotto la pelle. Sono strane le mie mani sul mio corpo, hanno come l'appartenenza ad un altro essere, misterioso.

Da bambina mi toccavo spesso, furtiva. Senza neanche esplorarmi a fondo, alzavo la gonnellina scozzese cucita da mia nonna e arrivavo al cotone bianco delle mutandine infantili. Io, che scoprivo lentamente l'adulta che stava sussurrandomi alle orecchie e al corpo i misteri osceni della vita, sentivo un pulsare impellente sotto quel velo bianco. Ma non andavo oltre. Mi sentivo come sulla porta di uno spazio inesplorato e non lo varcavo. Rimanevo in ascolto del battito che accelerava la velocità, mi toglieva il fiato. Lasciavo la mia piccola mano lì, e mi facevo sorprendere dagli adulti e puntualmente rimproverare e punire.

Di notte, nel letto e nel buio, ricelebravo il rito. Questa volta la mano andava oltre, davvero. Si insinuava sottile e timorosa sotto l'elastico, giungeva alla pelle bianca e morbida, al sesso ancora chiuso come una secca ferita senza sangue sulla pelle. Si appoggiava lì, come una mano su una bocca per togliere parole e fiato. Sentivo l'apertura che si inumidiva e mi sembrava un miracolo profano. Pensavo sorridendo alla reazione delle corna delle piccole lumache. Le vedevo camminare sull'erba, le antenne in cerca di segnali. Allora toccavo appena quel globo minuscolo con la punta delle dita. Si ritraevano spaventate. Rientravano nel guscio. Succedeva questo alla mia fica ancora vergine e inesplorata. Toccavo quel nocciolo sulla punta, appena all'apertura, lo circondavo con giri del mio polpastrello, sentivo una vertigine che prendeva anche il mio cuore, il battito accelerava, avevo spezzoni di immagini lacerate nella testa, il respiro si faceva incontrollato, la paura di essere scoperta mi accompagnava e mi eccitava ancora di più, mi mettevo a pancia sotto e schiacciavo quella mano adesso prepotente, lei continuava a profanare e scoprire e toccare e stringere....le immagini a flash aumentavano, appiccicate una all'altra, indistinguibili...io avevo la bocca aperta sul cuscino fresco, respiravo a boccate piene come per riprendere aria...sempre più veloce sempre più veloce...la mano non era più mia...un tremito sulla pelle delle cosce bianche...solo un attimo per essere lì, un attimo solo e poi mi facevo trascinare via da quell'ondata prepotente e inarrestabile...

La mia mano adulta, le unghie smaltate di rosso salgono piano all'interno della gamba. E' morbida, bella, mi piace. Avvicino anche l'altra, le metto appaiate una all'altra. Tiro su la gonna azzurra, stretta, per farlo ondeggio da una parte all'altra, la faccio arrivare a metà coscia. I piedi ora puntano con le dita che si inarcano sul pavimento scuro.

Slaccio la mia camicia bianca, i seni appena sudati sono fuori ora. Non li scopro, hanno la punta rigida già a metà tra stoffa e nulla, e il contatto li fa irrigidire di più. Vedo la striscia bianca tra abbronzatura e pelle protetta. Me li accarezzo a mano aperta. Sono grandi, l'aureola del capezzolo si restringe ancora, diventa scura e ruvida. Mi immagino di guardarmi da fuori, di essere un uomo entrato per caso in quella stanza in penombra. Seduta, scalza, la gonna arricciata sulle cosce, la camicia slacciata, i seni che si alzano nel respiro affannoso.

La mia mano si appoggia sulla coscia. È caldissima. Sale lentamente ancora un po'.

Sotto ho un paio di slip neri, aderenti e lucidi. Li sento umidi solo pensandoci. Faccio salire le dita ancora un po'. E' come se avessi paura di un guardiano messo tra coscia e sesso, sono stupita di tanto coraggio e di tanta eccitazione. Ma il mio lui immaginario mi dice di continuare, di andare oltre. Mi guarda. Abbasso lo sguardo e arrivo tra le cosce, quella zona soffice e che irretisce chiunque vi arrivi. E' ad un passo dalla fica ma già ne sente le vibrazioni, il calore umido che ne proviene.

Appoggio il mio viso sulla spalla, ho cambiato il mio odore in un momento. Mi ricorda quello delle stalle dove mi portavano da piccola, a vedere i cavalli chiusi in attesa della monta. Scalpitavano, sbattevano il muso sulle porte e gli zoccoli in terra, impazienti. Guarda, guarda che belli... mi ripetevano in stupide litanie, e io avvertivo la paura di essere travolta dalla loro furia, e poi un odore, un odore....inconfondibile e indimenticabile. Quello dell'eccitazione.

Ho le dita che spostano la striscia degli slip, diventata nulla tanto è bagnata e avvolta dalla carne della fica già aperta. Spostano e scoprono, avvertono, sorprendono, appagano. Quella mano entra violenta e amorosa nella carne, le dita arrivano già dove sanno. Io sono lì adesso, è un punto preciso del mio corpo, che si inabissa dentro di sé per arrivare lì, in quello spazio circoscritto. Le dita toccano un angolo morbido e bagnato, la mano spinge sul clitoride, un nocciolo che sporge senza ritegno dal sesso aperto. Con l'altra mano mi tocco il seno...obbedisco ad ordini silenziosi, pizzico la punta, stringo i capezzoli tra le dita, fa male e bene allo stesso tempo. Le gambe sono allargate, i piedi in tensione, i muscoli tesi mi fanno tremare un po'...queste cosce bianche e un po' scoperte e sfacciate sono bellissime...bianche nella penombra.

Sento che respiro sempre più forte...chiudo gli occhi, piego indietro la mia testa...nella mente ho spezzoni che lentamente si avvicendano, uno dopo l'altro....lui in auto che mi dice - alzati la gonna, togliti le mutandine - , che le afferra guidando, se le appoggia al viso e aspira a fondo il loro odore...io che mi strofino a lui in piedi in cucina, gli prendo la mano e la metto sotto la gonna dove non porto nulla....lui seduto che fuma e lavora e io che mi metto a cavalcioni, prepotente e bambina, gli slaccio i pantaloni e mi infilo il suo cazzo durissimo dentro di me...io a gambe divaricate in piedi e lui sotto di me, che obbedisce... - leccami bene, bene, tutta, dappertutto... - e due corpi di donna stesi sul letto, avvinghiati e lui che si tocca, sempre più rauco e veloce e ci inonda entrambe di sperma.......le immagini si rincorrono, la mia mano cerca di afferrarle e fermarne una, una sola...di infilarsi dentro quella scena e viverla ancora...di esserci e rifarlo e rifarlo....ne scelgo una, la fermo per l'ultimo spezzone che mi sfila davanti, la mia fica è un mare adesso...lui sorride nell'ombra...non sono io che comando la mia mano, sono da un'altra parte...sono nel letto...e sulle sue gambe...sotto le sue mani....bagnata da lui che mi lecca piano...

Per un attimo tutto si ferma, come l'aria rarefatta prima di un'esplosione. Sento che arriva. Come scivolare in uno spazio nero pieno di mani e corpi e occhi che non vedo ma avverto. Lenta e deflagrante.

Apro gli occhi e trovo ancora la mia mano tra le cosce. Tiro via le dita, e fa quasi male. Sorrido. Lui se n'è andato, e devo sbrigarmi. I surgelati vanno messi nel freezer, velocemente, altrimenti si scongelano.

Rosye

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