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Racconto n° 3951
Autore: Eva Blu Altri racconti di Eva Blu
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Inferno, le ombre oscure della rete. Social Game, la tentazione che viene dal Web Gebebeh, l'antico aroma dell'altopiano. Debacle, il prezzo della verità. The Game, il gioco del sesso e della follia. Mea Culpa, religione e mistero True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita. Sacrificium, la sfida degli dei. Revenge, una vendetta da servire calda Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere
 
 
Tu ci credi all'amore?
La prima cosa che vedo sono gli zoccoli. Stanno là, a un paio di metri dalla tenda, come se qualcuno li avesse lanciati via, nel tuffarsi dentro; si vedono appena, nella penombra, sono abbandonati sul prato, uno sull'altro, una misura 37 su una 44, una 44 piegata di sbieco sulla 37.
La canadese si muove. È semiaperta e si vedono i piedi. Quattro piedi aggrovigliati, attorcigliati, che si strofinano fra loro, si carezzano, si sfregano, si toccano, quasi a fondersi in un piede solo. Quattro piedi in tensione. Se vuoi vedere se una donna non finge l'orgasmo, mi ha detto un amico di quelli che sanno sempre tutto, devi guardarle i piedi. E quelli sono piedi in tensione. Si sente un mugolio leggero, timido, discreto, visto che attorno ci sono altre tende e roulotte, si sente un respiro ansante, di bocca su bocca, pare quasi di poter toccare i brividi di piacere della coppia di giovanissimi amanti.
Proseguo la mia passeggiata fra le tende, vado fino alla riva del lago attorno a cui sorge il campeggio. C'è umidità, fa un po' di caldo, il lago è piatto e grigio come la mia depressione. Mi guardo i piedi, i miei, piccoli, misura 38, e le infradito rosa che ho rubato qualche giorno prima sulla spiaggia. Le metto solo la sera, quando ho la certezza che nessuno possa vedere il frutto del mio ladrocinio.
Mi sento a mio agio quando le indosso, e vorrei poterle portare tutto il giorno, anche alla luce del sole.
Ma non posso.
Torno verso la tenda, la mia tenda, e vedo altri piedi. Sono i piedi di Fabrizio, che, forse per il caldo, li ha messi fuori. Piedoni smisurati, come tutto, in questo ragazzone di diciott'anni, che ne dimostra almeno trenta. Gli do un calcetto di rimprovero.
- Non sono nemmeno le undici, che ci fai già qui?.
Mi pare di vedere lo stiracchiarsi del suo sorriso pigro e compiaciuto.
- Gli amici non facevano nulla di interessante. Così mi son detto che stasera mi accontento di stare con te.
Non rispondo alla provocazione. Sorrido e basta, ma dentro di me. Mi spoglio con circospezione, rimango soltanto con gli slip, poi mi tuffo direttamente dentro il sacco a pelo e, prima che lui riesca a dire mezza parola, la lampo si è già richiusa sopra di me. Dalla finestrella fuoriescono solo occhi, naso e bocca.
- Buonanotte.
- Potresti uscire con me, ogni tanto, di sera. I tuoi non mi hanno raccomandato altro.
Non parlo. Non ho sonno, ma non mi va di parlare.
- I due ragazzi della tenda accanto. Li hai visti?.
Rimango in silenzio.
- Lo fanno con la tenda aperta.
Continuo a non parlare.
- Più o meno come noi due.


Non so dire se sono in depressione perché la cameriera filippina, tornando un giorno prima del previsto, mi ha trovato vestito da donna, mentre indossavo un abitino di mia sorella che mi cadeva perfettamente, appeso a bretelline sottili, lasciandomi le cosce, del tutto depilate, nude a metà; mi ha visto col viso dipinto da fard, fondotinta e mascara e gli occhi, gli occhi erano disegnati con ombretto e rimmel, i miei piedini numero 38 fasciati dalle pantofoline verdi proprio della filippina, l'unica che in casa aveva una misura uguale alla mia.
Non so dire se sia stato per questo che sono in depressione o per il fatto che la cameriera lo ha poi detto a mia madre ed è stata inevitabilmente licenziata, per l'infondato scandalo che ha suscitato in famiglia. Pure mia madre, però, è entrata in depressione, tutto il tempo a chiedersi cos'avesse fatto di male, per meritare un figlio 'ricchione', tutta preoccupata di non farlo sapere a mio padre e di procurarmi compagnie femminili e sono certo che ha pure assoldato qualche battona, perché ci provasse.
Tutto questo ha aggravato la mia situazione, mi ha fatto deprimere più di prima.
Ho cercato di parlarne con mia madre: a chi dovevo chiedere consiglio, se non a lei? Ho cercato di dirglielo: 'mamma io mi sento così, non sono ricchione, io mi sento come te, come Azzurra e Cinzia' e quando ho nominato mia sorella e mia cugina lei aveva già le mani a coprirle le orecchie, a scuotere la testa, a ripetere insistentemente no, no, no, non può essere, no, no, no!
Non so dire se la mia depressione si è aggravata quando mamma mi ha portata dal barbiere e gli ha ingiunto di tagliarmi quei maledetti capelli lunghi, così ha detto, o quando mi hanno mandata in analisi, o quando ho deciso di parlare di me al femminile e lo psicologo non mi ha corretta e anzi un giorno mi ha pure carezzato una guancia e una tettina – sì, perché ho un accenno di tettine, nulla di che, però ce le ho, non ho fatto nulla per gonfiarle però ce le ho – e lui, lo psicologo, quello che doveva - curarmi - , l'ha scoperto e ha preso a pizzicarmi il capezzolo, e me l'ha pure fatto inturgidire, il porco. Perché in fondo era uno psicologo niente male.
Naturalmente ho rinunciato all'analisi e per punizione, una volta finita la scuola e presa la maturità, son dovuta andare in campeggio, ospite di amici, i genitori di Fabrizio, più piccolo di me ma grande conquistatore e dunque capace di portarmi finalmente a donne.
E, naturalmente, di farmi guarire.


- Fa caldo, stasera. Com'è che stai rintanato là dentro?.
Ho chiuso gli occhi, non volevo sentire più nulla. Quanto tempo è passato? Sono lì da dieci giorni, siamo usciti solo un paio di sere. Gli amici sono noiosissimi. Tutti più grandi di noi, tutti tintarella e discoteca. Le ragazze sbavano per Fabrizio ma nessuna si interessa a me. Qualcuna sembrava volermi studiare, una che credo si chiamasse Margherita, detta Minnie perché ha le tette grosse, mi ha chiesto una sera come mai avessi così poca, anzi quasi niente barba e i piedi e le mani così piccoli e le gambe depilate e il visetto efebico, insomma col suo terzo grado mi ha messa talmente in imbarazzo che non sono più uscita con Fabrizio; la sera sono rimasta sempre in tenda. E addio cure.
- Facciamo un patto.
Ora mi incuriosisce.
- Io ti parlo al femminile, ma solo quando siamo soli. E non dico niente a nessuno. Okay?.
Ogni patto esige una contropartita. Mi aspetto che dica qualcos'altro, invece la sua bocca plana sulla finestrella del sacco a pelo e prima che io me ne renda conto ha già deciso di firmare il contratto a modo suo, poggiando le labbra sulle mie. Forse pretenderebbe che io le aprissi, che lo baciassi come una vera donna, ma le tengo serrate. Le protendo solo un po', per rispondere al bacio, quasi per educazione, e si sente lo schiocco, uno smack che mi sembra persino comico. Ma è anche tanto, tanto sensuale come la sensazione della sua bocca morbida che si poggia sulla mia.
Intuisco il suo sorriso, nella penombra della notte.
I ragazzi della tenda di fronte hanno finito. Vedo i loro polpacci, i loro piedi tornare padroni degli zoccoli, li sento parlottare, ridere, li vedo avviarsi verso la doccia. Sono felici.


Due sere prima dormivo fuori dal sacco a pelo, come sempre in slip. Faceva caldo, nonostante gli 800 metri di altitudine, e mi ero svegliata di soprassalto. Sognavo mia madre, la filippina, mio padre, Azzurra e Chiara che mi ridevano dietro, mentre cercavo di nascondere i miei piedi. Avevo infatti le unghie spennellate di smalto nero, che non veniva via nemmeno a cannonate, avevo perso le pantofole della filippina, che me le aveva strappate dai piedi urlando nella sua lingua incomprensibile e allora scappavo, fino a quando non aprivo una porta e non trovavo lo psicologo con un reggiseno in mano, che mi diceva mettilo, mettilo, piccola puttana, mettilo che io te lo tolgo.
Mi ero rizzata a sedere, respirando affannosamente, come se davvero avessi corso, e nell'angusto spazio della canadese mi ero accorta che Fabrizio dormiva completamente nudo. Aveva pure un'erezione spontanea e lo aveva veramente grosso, enorme. Russava e soffiava e mi ero spinta verso di lui, per guardare meglio. Profumava di maschio, era un odore acre, intenso, che mi era penetrato attraverso le narici e mi aveva raggiunto in un battibaleno il cervello, mi aveva resa molle molle, mi aveva fatta sospirare. Mi ero sentita improvvisamente inquieta e incapace di controllarmi e allora avevo deciso di cambiare posizione, di stendermi con la testa verso l'entrata della tendina, per poterlo guardare meglio, e nel poggiare la testa vicino ai suoi piedi glieli avevo guardati, grandi come il pene, e avevo immaginato di baciarli, come una donna bacerebbe i piedi del suo amante. Poi mi ero tirata su, per guardare meglio la sua virilità dirompente e, a sorpresa, l'avevo trovato sveglio.
- Puoi toccarlo, se vuoi.
Ero rimasta interdetta, senza sapere cosa fare e cosa dire. Pure lui si era messo a sedere. Pettorali sviluppati, addominali scolpiti, la pelle di bronzo. Come la sua faccia in quel momento.
- Non ti vergognare. Mica lo racconto in giro. Se ti piace, fa' pure -. E per convincermi mi aveva preso la mano e me l'aveva portata sul suo membro.
- È grosso. Non potevo credere che lo fosse così tanto. Per questo ti guardavo.
Lui non aveva risposto. Si era disteso e mi aveva lasciata lì, con le mie scuse inutili, con le mie paure stupide, con una mano ad impugnare il tronco del suo pene. Ero rimasta immobile, senza sapere cosa fare e allora si era mosso lui, leggermente, dettando col bacino un movimento lento, su e giù, quasi a voler dire come dovevo muovermi. In un silenzio irreale, rotto solo dal rumore della sua carne, da cui sgusciava fuori la cappella, avevo cominciato a masturbarlo piano e lui si era di nuovo tirato su, mi aveva carezzato il viso e una tettina.
- Sono dolci, sono la prima cosa che ho notato di te - aveva detto cominciando a succhiarmi un capezzolo. Sentivo un'emozione fortissima, il cuore che saltava da un lato all'altro del petto, come la sua lingua che spadroneggiava sul mio piccolo seno; avvertivo anch'io un'erezione, modesta come il mio membro, nascosto sotto uno dei sacchi a pelo. Stavamo intrecciati, attorcigliati nella tenda, adesso con un braccio mi cingeva e mi carezzava la schiena nuda, vedevo la sua testa poco sotto il mio mento, sentivo il suo respiro caldo e la sua lingua umida sulle mie poppe senza latte, mentre con la mano io continuavo a fare delicatamente su e giù, giù e su.
- Ti piace? - fu l'unica cosa idiota che riuscii a dire, e la risposta di certo doveva essere affermativa, perché d'un tratto si gettò all'indietro e con le braccia mi trascinò verso di sé. Capii quel che voleva un attimo dopo avere visto la sua cappella farsi sempre più grande e grossa e vicina alla mia bocca, che la fece sparire dentro di sé, mentre la sua mano forte mi teneva per i capelli. Sentii il suo piacere farsi liquido caldo e dolciastro dentro di me, lo sentii sprofondare nelle mie viscere, lo succhiai con foga fino all'ultima goccia. Non sentii i suoi gemiti, perché nel venire mi aveva presa la testa con entrambe le mani e mi aveva pressato forte le orecchie, come mia madre quando non voleva ascoltare che a me piacevano i ragazzi non perché fossi un finocchio ma perché mi sentivo una donna.


Apro la cerniera della lampo piano piano. Sono sudata, mi ero dovuta fare forza a stare nascosta lì dentro. La mia pelle è lucida, abbronzata e inumidita dal sudore.
- Tu credi all'amore?.
È la domanda... vediamo che ore si son fatte... è la domanda dell'una di notte. Parla con voce quieta, Fabrizio, Fabrizio che ogni sera si innamora di una ragazza diversa, la scopa e la rimette in fila; la sera dopo ne prende un'altra, dalla stessa fila, fino a quando non completa il turno. E in genere quelle che fanno la fila per lui sono non meno di cinque-sei. Il settimo giorno si riposa sempre.
- Forse sì. Dipende cosa si intende.
- Ti sei mai innamorato... cioè, innamorata... insomma, fai tu, innamorata o innamorato, riferito a te, per me non fa differenza.
Sorrido. Mi tiro su.
- Sei veramente uno scemo - gli dico, ma ho una voglia di baciarlo che devo veramente farmi una forza sovrumana per rimanere aggrappata con le mani al materassino e non andare verso di lui. - No, mai stata veramente innamorata.
Percepisco come un'inspiegabile delusione.
- La prima cotta non l'ho presa per la classica bellona della classe, ma per un ragazzo dagli occhi verdi. Ci stavo proprio male e allora ho capito che sono così. Che sono una persona... particolare, diciamo.
Non mi piace dire diversa, mi sento accomunata all'apartheid che travolge tutti gli - anormali - , froci, negri, disabili, nani, capelloni, ubriachi e drogati; odio questa società ipocrita che odia chi non è come tutti.
- E com'è finita?.
Lo guardo dall'alto in basso. Stavolta è coperto, ma io lo guardo proprio lì.
- Si è accontentato di una sega ed è sparito. Però non ha fatto come te. Lui lo ha detto un po' in giro e....
- E...?.
Il seguito è da pruriti, è imbarazzante, ma lui è più imbarazzato di me. Davvero non capisco cosa gliene freghi.
- Mi ha sputtanata, il resto è intuitivo. Vuoi che te lo succhi di nuovo?
Lo spiazzo, vedo che non sa cosa dire e cosa fare.
- No.
Ora è lui che spiazza me. Mi respinge. E vabbè, c'è caduto una volta, col ricchione, non posso pretendere che lo faccia di nuovo.
- Voglio che tu ti metta qua.
Mi prende per un fianco, mi fa spazio, mi attira a sé. Mi ritrovo accucciata con la testa sul suo petto, proprio come una ragazza vera col suo innamorato. Non capisco. Lui con un braccio mi cinge, mi carezza i capelli, la schiena, le spalle, anche il culetto tondo.
- Riesci a dormire, così?
Non credo alle mie orecchie.
- Davvero non vuoi...
- Mi va di dormire così, con te. Se va anche a te.
Torno a poggiare la testa sul suo bicipite gonfio, sento il profumo della sua pelle. Per la prima volta mi sento forse non amata, ma rispettata. Rispettata, accettata per quella che sono, che mi sento di essere. E forse vale più dell'amore, tutto questo, il rispetto di Fabrizio, Fabrizio il bello, il macho, Fabrizio l'uomo più desiderato del campeggio.
Sotto l'ombelico, rigidamente coperto da un pantaloncino mignon, vedo il gonfiore del suo membro e più sotto i piedi grandi che escono fuori dalla tenda. Anche i miei, più piccoli, ora stanno fuori, e fanno l'amore con i suoi, li carezzano, li lisciano, fanno le fusa. Lui ricambia, ed è bellissimo.
I ragazzi della tenda accanto hanno finito la doccia, sono a pochi metri da noi e di certo ci stanno guardando i piedi, i piedi vicini, intrecciati come i loro fino a qualche minuto prima, intrecciati come quelli degli innamorati, distesi come quelli di due amanti che hanno appena finito di fare l'amore.

Eva Blu

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