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Racconto n° 3954
Autore: Amelia Altri racconti di Amelia
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Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto Whore, una strada senza ritorno nel mondo delle Escort di lusso. Confidence, le confessioni di una escort Perfidia, il desiderio oltre la ragione Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto La collina dei ciliegi, trasgressioni inaspettate. Destiny, un incontro avvenuto per caso Il Diavolo e la Contessa, sogni fuori da ogni controllo Velvet, donne al di sopra di ogni sospetto. True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita.
 
 
Sabato pomeriggio
Accompagno i bambini a scuola, un bacio tenero e via, a passi veloci verso l'auto. L'aria è gelida, meno due gradi. Il sole mi infonde un energia incredibile. Aumento il passo. Colazione al baretto e poi ufficio, da mio padre. Glielo devo. Non è mai troppo tardi per salvare un rapporto, noi lo abbiamo fatto, in maniera goffa e incespicante, ma nell'unico modo possibile: il lavoro.
Prima di uscire, a mezzogiorno, gli stampo un bacio sulla guancia e ritorno bambina. Lui è imbarazzato e mi dice'arrivederci'. Rispondo ‘arrivederci' anch'io.
Ho appuntamento per l'aperitivo al Deux con Lapomax, Lapo per la sua somiglianza con il famoso Agnelli-Elkann, Massimiliano perché così è stato battezzato. A.D. di una grossa società, separato, tre figli, freddo e spigoloso come una stalattite.
Tolta ogni parvenza di sentimento dalla nostra relazione, posso dire che ci facciamo compagnia il week end quando non siamo con i rispettivi figli, lui piace ai miei amici (più che a me), è intelligente (dopo lo scambio di fluidi c'è scambio di opinioni). La sua mente poco incline alle emozioni vorrebbe qualcosa in più, visto che mio padre ha, come dice spesso, 15 partite iva, e quindi non dovrebbe mantenermi come fa con la stupida della sua ex moglie, parole sue, la ‘stupida'.
Ma non accenna slanci, di alcun tipo. Se solo mi piacesse di più sarebbe perfetto. E' che è troppo magro e gli dico ‘tu mi buhi con codest'ossi!', è ordinato in modo ossessivo (tutte le camicie e i maglioni piegati e imbustati), usa troppo profumo (il lunedì spalanco le finestre per ore per togliermi dalle narici Terre d'Hermes) , fuma (in terrazza, of course), è biondo e lentigginoso, non posso neppure infilargli un dito dietro perché ‘no, non sono un finocchio' , è razzista, è fascista, odia i gatti (e il mio micio Drakula se potesse gli graffierebbe l'uccello), ha una visione manichea dell'esistenza.
Mi siedo al bancone.
- Che bella sorpresa, la nostra scrittrice... champagne?
- Of course. Mi hai portato Glamorama? Ho quasi finito Less than zero, l'ho qui in borsa... pensare che l'ha scritto a ventun anni. Tu lo hai letto?
- Li ho letti tutti i suoi libri. Sì, è in macchina da una settimana - dice Renato, il proprietario del bar. Pallido, di total black vestito, femmineo. In comune una passione per i minimalisti americani. Lui sa che scrivo racconti erotici, glielo ha detto la mia amica Sara. Che altro.... Sì, lui adora me e i miei stivali.
Mi versa del Moët Chandon, da una bottiglia già aperta, pescandola fra cinque o sei immerse nel ghiaccio di un enorme contenitore trasparente marchiato ‘Ruinart'.
Eh no eh.. chi ti ha detto che volevo il Moët ?
- Scusa cara... cosa vuoi allora?
- Cosa hai?
- Bollinger?
- Va bene.
Apre una nuova bottiglia
- Tranquillo, ne berrò almeno due bicchieri e aspetto una persona...

- Che ne berrà almeno due - fa Ferdinando, appoggiando i gomiti sul bancone alla mia sinistra. Bel sorriso, occhi vispi, basso ed egocentrico, come i cani di taglia piccola.
- Non credo, è talmente controllato, è anche troppo se ne beve uno, a quest'ora..
Come va Ferdi?
- Bene, sono appena rientrato da Dubai.
- Dubai, sarei curiosa di andarci.. c'è l'edificio più alto del mondo. Renato, hai letto Se siamo ancora vivi? La protagonista si vuol buttate da quel grattacielo.
Re-na-to! ma smettila di imbambolarti sui miei stivali!
Lui sillaba sottovoce:
- Farei qualsiasi cosa per i tuoi stivali.
Seconda coppetta, terza. Smangiucchio un po' di pistacchi, mi godo la sensazione di leggerezza che mi dà lo champagne.
Renato, ancora:
- Come ti vorrei. Sì, vorrei te, contemplativa.
Sorrido e faccio cenno di no con la testa, pensando che sono più una slave che una mistress ma che avrei tanta voglia di umiliarlo, quel verme bianco.
Vibrazione, telefono. E' Lapo:
- Ciao stella, sono ancora qua con l'ingegner Busoni e Davide.. Perché non ci raggiungi a colazione? Il cuoco ci ha preparato le vongole alla griglia, una specialità, e le anguille cieche.
- Si chiamano cee, non cieche, ed è proibito pescarle e anche mangiarle. Già hai avuto due avvisi di garanzia, non ti bastano?
Penso: antipasto, primo, secondo, conversazione intelligente. No, meglio restare al Deux, scolarmi tutta la bottiglia di Bollinger e parlare di Bret Easton Ellis.
Inizio invece una conversazione semiseria con Ferdinando: dal grande cantiere navale che ha fatto default alle sue attività in Medio Oriente, dalla svolta spirituale che ha preso il mio ex marito, amico suo, che sarà sempre l'unico marito della mia vita, al vino della mia amica Francesca che chiedo e che Renato non ha.
- Qui è finito. Devo guardare se ne ho ancora in magazzino... e poi la tua amica non è mica la marchesa Frescobaldi!
- Che cazzo c'entra, voglio farlo assaggiare a Ferdi, se non vai a controllare se ne hai ancora io ti pianto il tacco 12 del mio stivale là.
Leggo desiderio negli occhietti piccoli e porcini di Renato, vedo gonfiore all'inguine. Distolgo lo sguardo e continuo a parlare con Ferdinando.
Lapomax ci riprova, ma non ce la fa a convincermi. Ci vediamo dopo a casa mia. Un morso sul collo. Scrivo.
Chiacchiero, bevo, rido, passano le ore. Chissà cosa direbbe mio padre vedendomi lì seduta al bancone di un bar come nei classici telefilm americani, senza il bisogno di dire'dammene un altro' perché Renato appena vede che ho il bicchiere quasi vuoto lo riempie di nuovo.
A un certo punto Ferdianando se ne va, pagando anche le mie bevute. Gli sfioro la guancia. Sarebbe una bella scopata, non fosse così amico del mio ex marito.
Renato mi versa di nuovo da bere. Guardo l'orologio. Sono le tre. Tra un po' arriva Lapo. Lo fisso negli occhi e dico:
- Andiamo a vedere se hai ancora il vino della Franci in magazzino.
Usciamo, il magazzino è in uno scantinato dell'edificio di fronte. Mi siedo a una specie di scrivania, appoggio la schiena nell'ampia poltrona. Lui resta in piedi, davanti a me. Si cala i pantaloni e afferra il cazzo in mano. E' già eretto. Lungo ma un po' stretto per i miei gusti, e troppo rosa. Si masturba lentamente, prova ad avvicinarsi, con la mano gli faccio cenno di stare a distanza.
Chiede:
- Posso infilarmi un dito in culo?
- Certo, anche due. Vorrei dirgli: - certo piccola troia - , sono sicura che gradirebbe, ma qualcosa mi frena.
- Posso godere?
- No, potrai solo quando te lo dice la Signora.
Questa volta mi viene bene, e, strano, non mi meraviglio di me stessa.
L'idea di avere le sue labbra sulle mie o le sue mani sul mio corpo o le mie sul suo mi fa vomitare ma mi gusto quella scena e sorrido golosa quando lui si avvicina implorandomi:
- Posso venire ora?
Sollevo la gamba sinistra e gli pianto il tacco sui coglioni. Lui ansima, prende lo stivale e lo preme di più, manda gli occhi al cielo, dice vorrei leccarteli a lungo, chiede posso venire ora, io schiaccio il tacco e dico:
- Vieni. Ora.
Vorrei aggiungere ‘ma non sporcarmi gli stivali' ma non lo faccio.
Più tardi a casa pulirò con la carta lo sperma appiccicato sul tacco, in testa la frase del primo libro di Easton Ellis:
- E mentre l'ascensore ci porta giù, oltre il secondo piano, oltre il primo, ancora più giù, mi rendo conto che i soldi non c'entrano. Che quello che voglio è toccare il fondo - .

Amelia

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