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Racconto n° 4002
Autore: Crisalide Altri racconti di Crisalide
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Noire, il colore del piacere oscuro. Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi RossoScarlatto, come il sangue del Demone. La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Velvet, donne al di sopra di ogni sospetto. God save the Queen, una sola Regina per l'Europa. The Best, il gioco delle parti The Dreamer, alla ricerca del sogno proibito Bakhramim, delitti con onore. My Story, il coraggio di affrontare la verità
 
 
Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
"Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
Vere, quantum a me Lesbia amata mea est.
Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,
Quanta in amore tuo ex parte reperta mea est."

Nessuna donna può dirsi amata veramente, quanto sei stata, Lesbia, da me amata. Nessunapromessa fu mai rispettata con tanta lealtà, quanto nell'amore per te da parte mia ne trovasti.

Lesbia perché ancora rigetti con dolce indifferenza il mio stato? Se troppo intenso sentisti l'afflato del mio sentimento, ti prego, ingentilisci il tuo cuore ed io, prometto, sarò più distaccato.
Non pretendere che non ti ami, ma dimmi soltanto che potrò ascoltare la tua parola, sentire ancora la tua presenza che si muove intorno a me.
Dimmi, tuttavia, che non avrai altro pensiero che ti impegni. Io so che per me è difficile tenere testa alla gelosia, ma comprendi: Amore vuole escludere gli altri. Per noi non è possibile. Radicati nei nostri cuori ci sono troppe erbe ingiallite dal tempo, ma non ancora caduche. E noi non vogliamo estirpare quel campo che ci ha cullati, adagiati fra morbidi prati e irti canneti, mentre il sole splendeva sul nostro orizzonte.
Ci rincorremmo sfrenati in fanciullesca movenza senza sapere il pericolo che correvamo.
Oh, ce ne rendemmo conto ben presto! Ma ormai eravamo a metà del guado e non potevamo tornare indietro. Le acque vorticavano intorno a noi e ben presto ci afferravano con la loro indicibile leggerezza. Con imperscrutabile profondità ci attiraravano nel gorgo profondo. E noi non riuscivamo più a respirare tanto era il liquido l'universo che ci penetrava e affogava.
La corrente, irresistibile, ci spingeva l'uno verso l'altro, l'uno nell'altro, finché non esplodemmo nel fiume della vita, riversi sul fondo, compressi dai liquidi, soffocanti, cubici metri sovrastanti.
Tu dici: - come parli - ? Forse ti chiedi perché faccia questo. - Non so, ma sento che accade e mi tormenta. -
Tu non comprendi le ragioni del cuore. Troppe ne hai avute e troppe te ne sei prese, fino ad esserne stanca.
Eppure, io so che non erano mie quelle che prendesti. Furono di un altro che lungamente, nel soddisfare ogni tuo (e suo) desiderio, ti illuse nell'amore. Protervamente, allora, illudesti me e continuasti ad illudermi perché io concedessi a te quel sentimento che per te era primario, ma che ormai non era più dell'altro, di quell'ombra che mi perseguita e che fa che tu nulla mi conceda.
L'intimo sentimento che volevi capricciosamente provare ancora e che tanto ti aveva esacerbato l'animo nel perderlo te lo concessi senza accorgermene. E quando me ne accorsi ormai ero preso al laccio e non potevo più liberarmi.
In quel momento, ti divincolasti per evitare che anche tu fossi presa. Cercasti di sciogliere il nodo.
E ci stai riuscendo, Lesbia, impegnandoti allo stremo in altre faccende che ti occupano completamente la mente.
A me resta solo guardarti e ripensare che forse se non avessi osato, se ti avessi ignorato, sarebbe stato più confacente per me, ma avrei rinunciato a quella spinta che ha ringiovanito il mio Essere, rendendomi consapevolmente capace, ancora, di un profondo sentimento come quello che ha unito, purtroppo, soltanto i nostri spiriti.
E', questa, la dimostrazione che senza unioni carnali un amore può vivere, ma, alla lunga, non può sopravvivere se non trasformandosi in altra forma, trascendente.
Sta avvenendo questo fra noi? E' questo che vogliamo? E' questo che mortifica la mia e la tua carne.
Se avessi avuto il tuo consenso, avrei potuto prenderti per mano ed invitarti a distenderti sul citereo letto, invitandoti a denudare il petto, quel seno che nascondi pudica alla mia vista e che vorrei accarezzare nelle sue rotondità più intime, senza stringerle, senza sformarle. Seguirne le curve e immaginare di essere io a disegnarle, mentre il tatto sfiora la tua pelle. La mente si perde. Rabbrividisco di desiderio io, rabbrividisci di piacere tu, forse.
E poi salire sui tuoi capezzoli irretiti dalla cura del mio tocco e protési a cercare altre carezze che albergano nel tuo ricordo. E tu sogni che io non sia più io, ma quello che ti illudi ancora di desiderare. E ti protendi verso la sua, la mia bocca che non vorrebbe accostarsi a quella infedelissima fonte, anche se la sete mi secca le mucose. Vorrebbe, la mia bocca, correre via e invece ne è attratta. Inesorabilmente attratta. Come ferro alla calamita, come bimbo alla leccornía, come cancrena alla ferita. Tanto fa male in me, ancor più perché tu non lo avverti!
Ma se io, soave Lesbia, non parlassi con te delle dolcezze dell'Amore, con chi ne potrei parlare?
Mia Lesbia, consentimi di affermarti mia, anche se tu non appartieni che al suo ricordo ed io non potrò mai avere nulla di te. Non potrò mai conoscere l'odore della tua carne arroventata dai morsi della reciproca passione. Non potrò mai sentire fondersi il mio sesso al tuo, completare la orgasmica unione, cernere tutto il piacere di godere insieme cercando di annullare il nostro Io in un unico Noi. Rimarremo sempre e per sempre distinti a sospirare le uguali ma differenti disillusioni che ci hanno unito e che inesorabilmente ci dividono.
Eppure, sia pur restando con il ricordo del piacere che in te è racchiuso, io vorrei farti dimenticare il male che ne hai subito (la duplice faccia della vita) per continuare a donarti il bene che io desidero per te.
E' egoismo il mio, Lesbia? Non potrò mai sostituire chi è venuto a mancare al tuo affetto? Non mi vedrai neanche se non nell'illusione di vedere lui, ma ti prego fingi per un attimo e immagina di concedermi i tuoi favori.
Ho tremato quando ho capito il misfatto che si era compiuto nell'esaltazione del tuo e del suo corpo. Provasti lo struggimento di sentire lui pienamente nel tuo intimo in tutti i modi anche in modo innaturale, ma ti sembrò così semplice, così opportuno, così coinvolgente da ripeterlo più e più volte. Potrei mai, mia Lesbia, sostituirlo nelle sue prestazioni amorose se lui si è posto su questo piano?
Troppo ti esalto e troppo eterea per me sei e rimani. Come potrei cedere alla violenza di dischiudere il tuo fiore, il tuo segreto baccello per colpirti con un volgare, disumano randello. Penetrare la tua intemerata virtù per una volgare animalesca voglia. Eppure, tu l'hai fatto. E io dovrei restare a guardare la tua lussuria?
Perdonami, Lesbia. Non so quel che dico. Vorrei riuscire a vivere come un animale. Mangiare, bere e fare all'amore con la prima scrofa che mi capita sotto.
Ne sarei distrutto, così come sono ora!
Sarebbe bello, invece accarezzarti le mani, il viso, quegli occhi che dolorosamente si aprono affacciati sul mio Amore e mi guardano come per dirmi: ... - Non è più tempo d'amare...! -
Quella parola, Amore! Perché non ha il suono della tua voce, ma vuota mi suona alle orecchie e devo rimandarla indietro senza pretenderla?
Stringiti al mio petto! Sento le tue braccia, le tue mani, il calore del tuo corpo contro il mio. Affannami, affannati nel desiderio!
Giocare con i nostri sessi, dolorosamente estroflessi, pronti a suggersi e a completarsi in un innesto amoroso, ma attendere ancora per protrarre l'attesa che ci fa desiderare paradisi più elevati di quelli che possiamo immaginare.
Tu mi accarezzi la verga con mani ferme. Dissipi il roseo sottile involucro sulla rotonda cappella del mio minareto; discosti la pelle che scorre lungo l'asta, ormai ferro infuocato. Fallo ancora, Amore mio!
Sali e scendi. E' bello chiudere gli occhi, accarezzarti il seno, titubare lungo i cerchi concentrici dei tuoi capezzoli, mentre mi agiti, scuotendo la mia carne.
Il mio desiderio aumenta, vorrei prenderti ed in un attimo esaurire la forza vitale, ma non posso. Amore ti devo concedere e mi devo imporre il tempo che mi pretendi. Ed io te lo regalo, il tempo che scorre, anche se lo struggimento mi danna.
Entrare fra i tuoi seni con la lingua protesa e vibrante come serpe che tenta. Ti fletti sulle anche, scalciando la testa sulle spalle. Ti offri pienamente allo strisciante animale che ti invade. Come duole il mio piacere!
Ti prendo per le anche, ti scendo verso il tabernacolo di Venere, mentre tu con la lingua accarezzi il prepuzio e fai vibrare il frenulo, suonando la canna di Pan. Tesoro, fermati, non farlo, attendi, ti prego! Per il tuo e per il mio piacere! Soffia, raffreddalo, mentre concentro la mente sul tuo fosso, su quel solco profondo che divide in due il tuo ventre e umido apre il tuo desiderio al mio.
Amore, vorrei penetrare all'interno delle tue viscere toccare il mistero della tua natura, rimanerne catturato per sempre! Vivere così in eterno, nuotare nel liquido che racchiudi, tornare un embrione per restarti più accanto.
E tu,... ti concedi. La mia bocca trema, la tua s'avvicina, freme. La febbre ci prende. Come pazzi ci uniamo. Le lingue lottano fra loro, avvinghiandosi una all'altra, cercando di estirparsi, mentre il nerbo si protende, la scimitarra fende, la verrina trivella, il succhiello trapassa le parti più morbide che si aprono e distendono come burro sul pane.
Si perde ogni senso. Lo smarrimento mi prende.... Dove corro, perché voglio arrivare alla meta se poi dovrò restare senza di te? Lo spasimo è acuto!
Le mani ci dilaniano i corpi cercando di aggrapparsi alle nostre spalle, alle anche, stracciandoci i glutei, allargando i nostri orifizi, strappandoci le carni. Ci penetriamo là dove non sono occupati i nostri organi riproduttivi. Ci straziamo, quando tu ansimando e gridando, forsennata spingi fuori la mia mentula, il mio cazzo, ed esplodi in un liquido arcano, trasparente, colloso, che ha l'odore del tuo sesso e mi bagni, dilavi me stesso.
Atterrito a quel grido, con il collo taurino ingrossato, ormai quasi paonazzo, s'introduce il bruto sovrumano nell'umido antro che si allarga davanti e ormai succhia e risciacqua mille liquidi organici.
Esplodo! In un pirotecnico colpo, nel tuo ventre fremente s'incolla il mio corpo contundente.
Uno, due, tre! Violenti, acuti scandiscono rapide le battute. Quattro, cinque più profonde, tenute le sento, quasi vollessero protrarre il battere ed il levare. Sei – sette.
Ormai la liquida lava fuoriesce, dilaga fra gli anfratti e la selva, seguendo il suo corso, mentre tu raccogli tutto quello che avverti. Il calore del mio getto ti distende. Tu mugoli, ardita ti stendi, cercando di non lasciare nulla al caso.
Mia splendida Lesbia, come t'amo! Esausto ti abbraccio, mentre tu vaghi lontano.
A chi pensi mio infido bene, mia ondivaga fiamma?
Vorrei chiederti se mi ami ... ma ciò che una donna dice a chi l'ama scrivilo sopra il vento, sopra l'acqua che fugge.

"...sed mulier cupido dicit amanti
In vento et rapida scrivere oportet aqua."

Crisalide

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