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Racconto n° 4061
Autore: Amelia e Greven Altri racconti di Amelia e Greven
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Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto Stranger, uno scandalo politico francese Confidence, le confessioni di una escort Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere My Story, il coraggio di affrontare la verità Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Debacle, il prezzo della verità. Exhibition, sembrava solo un gioco.
 
 
Schiuma color nocciola
Molte notti in giro. Le piaceva piacere, vivere la sua pelle e guardarsi negli occhi degli altri, negli sguardi, belli e brutti, smorti e vogliosi.
Al momento però lei tutto questo non lo distingueva così bene, presa ad andare con rapidità tra le cose. Ma le cose e l'andare a volte si confondono e bastano.
Certe mattine Amelia si svegliava con un'inquietudine sottile. Smania, emozione rappresa, voglia, vuoto da riempire, un po' di tutto. Stropicciava gli occhi e ciondolava da una stanza all'altra.
Il vino della sera prima non aveva lasciato il segno, dissimulava, nessun mal di testa. Serata normale con l'amante di turno e il suo bel cazzo e la consueta fantasia. Consueta, per l'appunto.
Il caffè rantolava lento nella caffettiera. La moka è il primo schiumoso orgasmo della mattina. Ma la rete sottile delle bolle nella tazzina non la riportavano allo sperma che aveva raccolto tra le labbra la sera precedente. Piuttosto a quello che le aveva raccontato Tom, così si chiamava, o forse John, o Bob, da qualche parte aveva la sua business card, un giornalista di Wine Spectator che aveva conosciuto a Milano.
Amelia scriveva per varie riviste eno-gastronomiche, italiane ed estere. Durante una notte di sesso, coca e champagne Tom-John-Bob le aveva parlato della schiuma color nocciola che si forma sulle labbra della fica di certe ragazze africane quando si eccitano durante i preliminari. Una schiuma abbondante che schiude dalla fessura e si spande sulle labbra come una crema zuccherata di caffè.
Quel pensiero la eccitava, il senso caldo umido di qualcosa che si scioglie dentro, come cera, come miele, e che si gonfia pieno, sudando dal sesso in vibrazione.
Solo pensieri. In bagno, i denti e poi il bidet. Incerta, pensava a una mail ricevuta il giorno prima.
Era uno strano racconto autoreferenziale che aveva ricevuto da un'amica, famosa agronoma sui quaranta, in risposta ad una sua mail che conteneva la poetica, personale ricerca sulla cattura delle emozioni attraverso le parole. Tentativo discretamente riuscito, in qualche riga un po' scontato ma vero, sufficientemente pulsante, un po' freddo. Amelia si dimostrava scrittrice in erba, studiando e lasciando sgorgare da dentro la parola. Sicuramente sarebbe migliorata, dimenticando quel che leggeva e quel che viveva, lasciando schiumare la parola come le emozioni schiumano dolcemente dalle fiche africane, solo musica sublime e non tentativo di stupire.

La mail dell'amica diceva:
- Lo specchio è seduttivo come gli occhi, come i sogni e i racconti, come gli sguardi e le parole. Le parole sono specchi, riflettono, come occhi e sguardi. Gli altri sono sguardi, qualche volta parole. Le parole accendono gli altri, sì, li eccitano. Nelle notti, quando Georgiana è in amore, parliamo di te e di altre donne. Le parole scivolano sulla pelle sudata, riempiono le pieghe delle lenzuola, s'incuneano fra i nostri respiri. Sono parole piene di vita come gli spicchi di un'arancia rossa e lasciano odori e sensazioni. Sono belle, graffianti e inattese. Le parole esplodono in sospiri, sensuali e profonde evocazioni, desideri sottili che rapprendono nei gemiti che seguono lo scintillio negli occhi della mia donna. Sensualità che chiama sensualità - .

Continuava la mail:
- A Georgiana, che amo profondamente, racconterò per condurla su quel sentiero che ci porta a trovare la ripetizione, imbarazzante e bellissima, dei suoi molti orgasmi, sì, le racconterò, che una sera mi piacerebbe averti insieme a lei nella stanza attigua alla barriccaia. Quella con gli specchi antichi e le panche scure di mogano e gli affreschi scrostati sulle volte del soffitto.
Vorrei vederti in piedi davanti a quello specchio screziato, mentre ti prepari per noi. Con una mano sporgi i capezzoli e le areole e le colori con un rossetto rosso carminio. Poi apri le gambe e ti colori quelle labbra mentre io ti fotografo. Vorrei fotografare il piede del mio amore tra i tuoi seni, coronandolo di petali di rose.
Vorrei metterti rivolta con il viso verso lo specchio e ungerti d'olio dalle spalle fino ai piedi lentamente, con dell'olio tiepido, e fartelo colare da dietro tra le natiche. Poi vorrei infilarti lentamente il ‘ladro', sai, quel cilindro di vetro che usiamo per prendere il vino dalle barrique e muoverlo dentro di te, infilarlo e sfilarlo, mentre Georgiana si accarezza e accarezza me. Vorrei fotografare il tuo viso riflesso nello specchio, le tue smorfie, le tue sensazioni. Poi vorrei godere dell' emozione di lei, che ha sempre desiderato vedere questa cosa, e prenderti a lungo guardando il tuo e il suo viso e sentirla mentre mi accarezza e mi bacia e gode masturbandosi - .

Amelia s'infila con decisione un paio di jeans scoloriti e strappati, una maglietta grigia e un maglione nero. I lunghi capelli ricci le ricadono sulle spalle. Rosso scuro come lo smalto che ha ai piedi, come le culottes che indossa. Mette calze di cotone e scarponcini da trekking. Prende il telefono:
- Pronto, sono Amelia Abril, può confermare alla Contessa Georgiana l'appuntamento di oggi per l'intervista in vigna? Sì, alle quindici è perfetto. Grazie. Arrivederci. -



Amelia cammina sicura nei giorni, o forse no,
il desiderio degli altri la avvolge
come una sciarpa di cachemire,
e lei vive la vita come se fosse sempre inverno
in mezzo al vento delle sue passioni.

Amelia e Greven

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