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Racconto n° 4086
Autore: Nescitgalatea Altri racconti di Nescitgalatea
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Coppie
− Amore mio, stai arrivando?
− Faccio più in fretta che posso, aspettami lì.

Aveva chiuso il cellulare infilandolo frettolosamente nella tasca della giacca. Ogni volta che sentiva la sua voce tutto quello che aveva intorno perdeva di significato. Spense il computer, raccolse le sue cose e via giù per le scale, in tutto un'ora e mezza da trascorrere insieme per dimenticare il mondo intero.

L'aria di primavera investì in pieno il suo naso riempiendolo di profumi. Il desiderio prese ancora più forza, nemmeno troppo improvviso. Doveva fare in fretta, un'ora e mezza, nemmeno un minuto in più. Da quando si erano conosciuti era tutto così diverso, quasi come non l'avesse vissuto mai appieno prima. Anche il modo di camminare, sciolto, risoluto, si sentiva bene e sapeva perfettamente che questo fatto si rifletteva sul suo corpo, sul suo modo di porsi verso gli altri. Giovanni, il barista, dall'altra parte della strada gli strizzò l'occhio, con la mano ricambiò il saluto entrando in macchina, era un bel tipo Giovanni.
A quell'ora, in centro città, il traffico è caotico. Calcolò velocemente dieci minuti in più del solito. Il sorriso si spense, ma solo per un momento.

Era trascorso appena un mese da quella sera. Una cena di lavoro, la solita noia, la solita poca voglia di andare. Sarebbe bastata la presenza, farsi vedere per poter dire di esserci, poi via a casa. Invece tutto andò diversamente. Avevano iniziato a chiacchierare aspettando l'entrée senza smettere più fino a quando il brusio di tutta la gente intorno si era fatto silenzio. Avevano riso di questo fatto salutandosi un po' imbarazzati per quanto stava accadendo e rimandando la chiacchierata al pomeriggio successivo. Un aperitivo in centro, tanto per iniziare.
Il giorno dopo avevano iniziato a parlare delle rispettive famiglie. I figli, le bollette, i pensieri. Il desiderio scemato ormai da anni nella difficile gestione di un rapporto a due. Affinità, osmosi. Che a ripensarci ora sembrava tutto avvenuto in un tempo così lontano. Nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare che, dopo così poco tempo, quei valori imprescindibili e intoccabili sarebbero stati azzerati, distrutti, annientati da quanto era accaduto. Era stato facile arrivare alla decisione: dovevano riprendersi la vita, di iniziare ad esistere davvero, pur considerando il dolore che avrebbero causato, la sofferenza, i sacrifici, i giudizi.

Il semaforo di Via Tagliamento pareva essersi incantato. Quella strada fatta quasi tutti i giorni, il parcheggio sotterraneo,l'albergo. L'ascensore, terzo piano, stanza 311. Il corridoio silenzioso e fra le gambe tutta la voglia del suo corpo. Avrebbe aperto la porta socchiusa e iniziato a spogliarsi lentamente sapendo di avere occhi a osservare ogni suo gesto, poi nell'oscurità avrebbe cercato ancora una volta il suo corpo. I piedi da sfiorare, ogni dito da leccare dolcemente, la lingua fra le fenditure e i suoi brividi e poi salire con i polpastrelli, il palmo delle mani, lambire le cosce, il pube, la pancia tonica, l'incavo del petto, il collo, le sue labbra, il naso, la fronte. Accarezzare i suoi capelli stropicciando pelle contro pelle, fianco a fianco, respiro nel respiro. Il desiderio sarebbe cresciuto dal profondo fino ad affogare i suoi occhi e poi il gusto osceno di domarlo, farlo rientrare per prendere il gioco, per non sprecare nemmeno un attimo di quel tempo di respiri e profumi che ormai sentiva familiare. − Voltati. Aveva sussurrato godendo della schiena dritta e del suo culo meraviglioso, incastrato nella penombra. Un polso, poi l'altro, con fretta entrambe le caviglie, strette, bloccate da nastri di raso nero.

Si guardò allo specchietto retrovisore scimmiottando la faccia che ricordava di avere quando, nascosti nell'atrio di un palazzo signorile, avevano incollato le lingue. Le sue labbra morbide e nessun imbarazzo. Una intimità riconosciuta come ancestrale, familiare, la piena confidenza con ogni parte del suo corpo e quella nuova coscienza e comprensione di tutto quanto non aveva ancora capito di sé. Le sue mani che misurato ogni centimetro erano scese impudenti fra le gambe rubandogli un orgasmo intenso e incontrollato, una emozione mai provata nella vita. E poi ridere e correre via insieme, come due bambini, come avevano dimenticato si potesse fare.
Ed ora familiare quella strada, il solito parcheggio, il fiato grosso. Aveva preso l'ascensore, iniziato a spogliarsi nel corridoio dell'albergo. Richiuso la porta a chiave. Tutto fuori. Solo loro due dentro.

Affondava i suoi denti nella pelle della schiena. Piccoli morsi di piacere contro la tensione dei polsi legati stretti, inebriante sensazione di dominio mentre le dita penetravano e si lisciavano attraversando la fenditura dei suoi glutei e precipitando dentro il suo calore. Si apriva ad ogni gesto lasciandosi frugare, entrare ed uscire a suo piacimento, godere fino a implorarne ancora e di più. Seguitando a masturbare quelle forme che lo facevano impazzire, con la mano afferrò il suo cazzo, duro e gonfio appoggiandolo al precipizio dove voleva affondare, chiuso e scuro, pronto a farsi dilatare. Con ferocia glielo infilava dentro, fino in fondo, schiantandosi contro le pareti rigide ma bagnate di voglia e poi appoggiando le mani sulla sua schiena continuava a spingere, spingere, come non volesse uscire più, come desiderasse morire lì dentro, aumentando ancora, fino a perdere il fiato, a non avere più coscienza di tempo e spazio, fino a svuotarsi completamente colmandolo del suo infinito amore.

Era ora di andare, lo sapevano entrambi ma restavano in silenzio a godere ancora di quei pochi minuti a loro disposizione.
− Matteo ti amo lo sai.
La dolcezza che svelava il suo sguardo gli parve un miracolo. Lo strinse forte, voleva soffocarlo.
− Anche io ti amo. Giovanni davvero, non potrei più vivere senza di te.



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