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Racconto n° 4091
Autore: Aedocieco Altri racconti di Aedocieco
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...Si dissolve col passare del tempo
...quod longitudo temporis tabefacit, idest putrefacit et corrumpit ... (omissis)... : quae enim cognovimus, in memoria manet, sed per diuturnitatem temporis elabuntur (la lunghezza del tempo - consuma - , ossia corrompe e dissolve...:infatti ciò che abbiamo di recente conosciuto permane in memoria, ma si dissolve col passare del tempo).

Immobile. Appoggiata alla parete con mezzo viso riflesso nello specchio, spiava l'immagine virtuale dello scorcio di figura proiettata sullo schermo anodizzato di vetro/alluminio. Era bello lo specchio della sua camera da bagno, scelto con gusto da intenditore. Com'era bello tutto quello che la circondava. Il suo morbido mondo.
Ma in quel momento avvertiva solo un profondo disgusto.

Era maturato lentamente, il nuovo sentimento. Lentamente l'aveva travolta.
Il solito tran tran, Le solite preoccupazioni. La famiglia, il lavoro. Finché non era sopraggiunta la prima disillusione. Il tradimento! Le sembrava che tutto fosse cambiato. Aveva perdonato, ma non era più come prima. Era come se in quel momento si sentisse insoddisfatta. Ma andava avanti, forse con il pensiero divergente da lui. Ma in che cosa divergeva?

All'improvviso, una obbligata conoscenza. Un rapporto di routine, portato avanti senza impegno da parte sua, con galanteria da parte dell'altro. E' normale fra uomo e donna. Null'altro. Fino al pranzo che sconvolse la mente. L'allegria, il delicato conversare le aveva fatto dimenticare ogni remora. Sempre più sottilmente alla stima s'insinuava l'apprezzamento, la considerazione, l'ammirazione, la stupita adorazione per tutto quel che diceva; per i suoi modi, il suo portamento, il suo sorriso che tanto la coinvolgeva. Non era più un estraneo e neanche un amico.
Era troppo seria e troppo adulta per lasciarsi andare come una ragazzina. Era proprio così che si sentiva. Una ragazzina nelle mani di un uomo pieno, vissuto, col fascino dei suoi anni.
Continuarono a vedersi con sempre maggiore insistenza, senza apparenti scopi compromettenti per brevi passeggiate, solo per scambiare delle idee, anche se brevemente, con l'ansia di tornare nella normalità, di non essere visti da chi avrebbe potuto sparlare. Ambiente ipocrita!
La rete era gettata e vi cadde come un tenero pesciolino dorato dal sole dell'estate. Iniziò dalla primavera, l'età della fioritura. Era esplosa in tutta la sua bellezza e le parole di lui si addolcivano man mano che il caldo aumentava, finché l'uva non fu matura.

La prima volta lo struggente desiderio fu inesauribile. Chiusi in quattro mura che sembrarono loro una reggia, nonostante l'angustia dello spazio e la sobria indifferenza dell'arredamento, si conobbero profondamente fino a rimanerne incastrati l'uno nell'altra per sempre. Così parve.
La galanteria di lui era estrema. La sua delicatezza era infinita, esasperante, fino a portarla a desiderare che giungesse al punto, che lasciasse i preliminari, sconvolta ad ogni tocco, mentre si contorceva di piacere invasa dalla maschia lingua che sentiva salirle fino in fondo all'utero. Così le sembrava. Mentre gli porgeva le mammelle, perché ne succhiasse tutto il nettare che contenevano dai capezzoli bruni, punto estremo del suo turgore, e le lasciasse solo la disperazione del suo fiore divaricato, desolatamente vuoto e pulsante nell'inguine, in attesa dell'irreparabile, avvertì che nel punto più intimo quel desiderio si materializzava. Con dolcissimi delicati movimenti lo strumento del suo piacere era accolto alla sua presenza. L'ape entrava nella profumata corolla. Il suo ronzare le riempiva le orecchie, la stonava. Le giungevano i flussi del sangue che da lui entravano in lei e le stordivano la mente, la inebriavano. Finché non ne poté più. Dalla posizione a mezza candela in cui era, per agevolare il lavorio di bocca e delle mani di quel dio sulle sue mammelle, lungo le cosce e sull'addome, si gettò bocconi, stingendolo ben aderente alle sue intimità, fino a fargli male. Lui acconsentiva e le divaricò le gambe facendole aderire ai suoi fianchi, invitando i piedi gentili a richiudersi sulla sua schiena. Le vibrazioni divennero forsennate, sussultorie; un vulcano irrefrenabile. E più aumentavano le scosse e maggiormente lei inarcava la schiena per agevolare il flusso e reflusso dei movimenti ondivaghi che l'assalivano come marosi e da lei erano rigettati all'ingresso della scura caverna. Quanto tempo durò l'assalto? Le parve eterno finché durò, troppo breve quando si esaurì.
Ricordava ancora lo straniamento dei due corpi divenuti unica carne. Avvertì al suo interno il caldissimo getto che la rendeva pregna di un amore sovrumano. Non contò, ma il suo desiderio era che gli effluvi non finissero mai.
La spossatezza, l'affanno, il travaglio, il turgore dei corpi, l'attrito dell'acceso sfregamento li indussero a rallentare. Rimasero ancora incorporati nell'unione amorosa per lungo tempo dopo, muovendo reciprocamente i fianchi per sentirsi ancora insieme, nessuno di loro volendo rompere il ritmo della cavalcata, ma accompagnandosi l'un con l'altro, finché non rimasero statici entrambi, riversi ciascuno sul lato. Svuotati di tutto tranne che del loro amore.
I cuori battevano diseguali. L'uno più lungo, più affannoso per l'età, l'altro più breve, pimpante, da giovane donna che non vuole sentire parlare di vecchiaia.

In quel istante si accostò alla parete. Chiuse gli occhi e iniziò a masturbarsi introducendo l'indice e il medio nella sua ferita d'amore che ancora sanguinava, stillando gocce che non erano quelle desiderate, che avrebbe, anzi, voluto respingere. Le dita aumentavano la vibrazione. Sentiva finalmente salirle il calore della sua immaginazione a nasconderle la triste verità dell'abbandono vissuto e l'umiliazione di sentirsi riempita da chi legalmente e indegnamente la possedeva. Non avrebbe più potuto, tuttavia, penetrarla nel cuore. Lo sentiva lontano, lo aveva annullato.
Rammentava soltanto le mani di Lui che la sfioravano, la toccavano, la violavano, le distruggevano il cuore. Felice, finalmente, raggiunse l'orgasmo e continuò oltre mentre un flusso colloso le usciva sprizzando fuori dalla prensile porta vuota che si affannava ad aprirsi nel delta di venere alla ricerca del vero piacere, anche se solitario. Non avrebbe voluto smettere quella regressione mentale che tanto la faceva godere e continuava a torturare il povero fiore arrossato e irritato che le sbavava addosso. Vomitava i resti della violenza che aveva dovuto subire per quel nauseante debito coniugale a cui era ancora legata solo per opportunità, ma anche il colloso dono che avrebbe voluto offrire al suo vero, indimenticato e indimenticabile Uomo.
L'odiosa voce del suo seviziatore, del reprobo fauno infoiato che l'aveva straziata nelle carni che ormai non gli appartenevano più, la sollecitava ad uscire dal bagno.

Ora tutto era così lontano, come se fosse accaduto a un'altra.
Si guardava allo specchio.
Vedeva l'immagine di metà faccia, metà spalla, metà addome, metà pube, coscia, gamba, piede. Mentre si detergeva la vulva dopo la profonda abluzione che avrebbe voluto asportasse ogni residuo organico del legale stupro subito, si accorse che del suo "essere" ne rimaneva solo una metà.
L'altra era completamente vuota e non aveva alcun riflesso nello specchio.

Aedocieco

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