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Racconto n° 4105
Autore: Crisalide Altri racconti di Crisalide
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Afrikaans, il respiro della savana. Danger, il pericolo viaggia nella mente Secret, ognuno di noi nasconde un terribile segreto. Remember, fantasmi dal passato. Sex e Money, l'ombra del sospetto. Voyage, la via della perdizione. Destiny, un incontro avvenuto per caso La casa di Naamiin, il confine della luce. La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Dirty Dreams, sogni fuori da ogni controllo.
 
 
La mer
Fluttuare nel ventre materno.
Guardare in alto. Filtra, dal tamburo teso frammezzo, la luce del giorno come all'alba.
La visione indistinta impedita dal liquido intorno.
La distorsione trasmessa dalla retina al cervello in vibrazioni immature.
Il faro luminescente si addensa in un punto, in alto.
La felicità esplode in ogni angolo di materia, senza sapere perché.
Combattere contro la dispnea per non distruggere l'istante di intenso godimento raggiunto, ma sapere che dovrà essere interrotto per poterne avere memoria.
Un tuffo all'alba dal canotto. Lanciarsi nello specchio salino. Penetrare nell'elemento primordiale della vita.
Fendere, dividere le molecole in mille bolle che risalgono tumultuose a sanare il vuoto prodotto dalla massa estranea, violentemente proiettata nell'opale del mattino.
Il mare, un istante prima, immobile e ora violentato da incontenibile voglia di vivere, di ricerca di emozioni nuove, diverse.
La paura della diversità dell'elemento.
La temerarietà che spinge ad abbandonare ogni remora e a lanciare nel vuoto la propria esistenza, la materia, per trascendere in una nuova forma.
Risalire alla ricerca della vita. Sentire il primo calore del giorno dopo l'abbraccio refrigerante che ridesta la mente e il corpo.
Il mare, madre e padre dell'esistenza. Sintesi di vita e di morte. Immenso definito. Indefinibile immensità. Contraddizione della nostra esistenza.
Frammenti rifrangenti in attesa di qualcosa che si ripeta, inevitabile, ma che ha senso diverso in ogni istante in cui si manifesta.
L'indefinito attendere che accada l'ineluttabile, rinviato in continuazione.
Il ripetersi del tema iniziale in scale diverse a seconda dell'ora del giorno.
Debussy. L'incanto di note espresse da strumenti artefici di mille visioni.
Il tremolio del cielo. La vita.
La mia la tua. Uguale, ma diversa. Molecole, atomi che violentemente si agitano fremono, si accostano, si scacciano per tornare ad attrarsi. Leggi fisiche, chimiche, leggi naturali. Siamo questo?
Cogito, ergo sum! Descartes. E quando non penseremo più, cosa saremo? Nulla o tutto, come il mare.
Accosto le mie labbra alle tue e chiudo gli occhi. Non voglio vedere, ma solo sentire! Vivere la musica che ci accomuna, ci amalgama, ci fa penetrare una nell'altro, che ci fa riconoscere univoci puntini di immensità compressa.
Chiudo gli occhi per meglio sentirti, per poterti ricordare più a lungo, per poter dire che ti ho amato e ti amo ancora e sempre. Sarà possibile ogni volta che chiuderò gli occhi e la mente divergerà dalla realtà.
Il desiderio di te, della tua immaginata presenza, della tua inevitabile assenza, provoca in me uno spasimo acuto con crisi di ipossia.
Il cervello va a massa, si fonde, incapace di restare lontano da te. Anoressica, mi siedo a tavola e ripenso al tuo allegro chiacchiericcio, al tuo galante fraseggio, al tuo rivelarti paterno confessore e dispensatore di consigli, forse non sempre disinteressati, ora che ci ripenso.
Meglio o peggio di tanti uomini che mi circondano? Non mi pongo il dilemma anche se il dubbio insorge, ma lo voglio scacciare, perché tu sei il mio unico uomo che mi ha presa in un momento, un lungo momento, di debolezza. Non ho saputo scacciarti e ho condiviso i movimenti del tuo spartito.
Gli andanti con moto, i crescendo, le pause della tua armonia sono penetrati nel mio corpo, in primis, e poi nella mia mente, fino a scendere al cuore e pervadere l'anima. Ricordo tutto dei nostri concerti.
L'overture modula gli strumenti del nostro piacere, salendo in diesis, prevalenti sui bemolle, necessari per riprendere fiato. Gli eleganti arpeggi eccitano le corde dei violini facendole salire di tono entrando nel leit-motiv dell'incontro. Meravigliose toccate e fughe, concertate con contrappuntistiche parti per fiati, mentre i gradi si fanno sempre più incalzanti.
Passacaglie o pavane non rientrano nella tua misura, abituato alla rapsodia.
Rapita canto le parti che mi assegni salendo di ottava in ottava, mentre mi accompagni omofonicamente.
Sale la tempesta di suoni e il mare si scaglia infuriato fagocitando i nostri corpi devastati dal piacere e schiumando la forza dei suoi elementi sulle nostre nudità. Il nostro spartito...!
Malinconicamente, il refrain mi distrugge l'anima. Vorrei sentirlo ancora e ancora e ancora.
So che è impossibile, ma forse domani mi affaccerò nuovamente su quella spiaggia alla ricerca di qualcosa che ti assomigli. Prenderò un ciottolo arrotondato dall'usura del mare e accarezzerò la sua forma allungata, lo bacerò e lo scaglierò verso l'orizzonte, ma dopo averlo infilato nelle mie slip nell'incavo segreto che solo tu hai conosciuto nel più profondo e totalizzante dei sensi.
Richiamata dal ventre materno, anch'io seguirò quel baccello nuotando vigorosamente per cercarlo nel liquido elemento finché ne avrò la forza.

Crisalide

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