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Racconto n° 4194
Autore: Caliban Altri racconti di Caliban
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Bores contò...
Bores contò il passaggio di undici monache e sette preti.
Si mostrava capace col tempo, e Marie aveva cessato ormai di angustiarsi per questa sua mania.
Restarono a lungo immobili, finché lui aprì la bocca, stizzito contro se stesso di mostrarsi così immusonito, chiedendosi, come sempre senza risposta, perché la sua mente non riusciva mai a mantenere un filo logico senza perdersi immancabilmente in oscuri voli pindarici.
Disse: - Io... non capisco. ma voi, però, avete fatto qualcosa?-.
Aspirava e soffiava fuori il fumo. Tanto era grande lui, tanto piccola quella sottile sigaretta, un suo vecchio vezzo che mai aveva abbandonato.
Marie sorrise con uno sguardo complice: - in un modo, parola mia, di cui sono ancora adesso orgogliosa! Porta ancora il lutto di sua sorella!-
Niente da fare, era una specie di estasi. Nel silenzio invernale inoltrato, il rimbombo del metrò che usciva imperioso dalla sua tana era ruvido, come il suo alito e le sue guance .
- Non ti chiedo nulla, mi basta. -
- Prego? Ma se se stato tu a chiedermi che avevamo fatto. -
- Non vorrei essere testimone di fatti a me estranei, eppoi sei stata tu a voler raccontare -
- Eh? Ma tu guarda che stronzo, prima ascolti, poi chiedi, e adesso vuoi ritirarti?-
- Per riempire il silenzio posso tentare di ascoltarti. Se proprio ci tieni. -
- TU? Ma vaffanculo! -
- Grazie.. -
- PREGO! -
Marie si alzò di scatto. Lui restò seduto sulla panchina sollevando lo sguardo su di lei mentre si allontanava freneticamente, un passo in linea con l'altro, le braccia aperte ad equilibrare un andamento leggermente alterato.
Era piccola, magra, armonica, con quelle gambe sottili, nervose che avrebbero eccitato qualsiasi uomo che l'osservasse camminare da dietro. Emanava un'irrefrenabile e naturale sensualità nel suo corpo, nel suo incedere. Aveva poi, in assoluto contrasto, uno sguardo fanciullesco, dolce, innocente e gentile. Lui invece aggrottava in quello strano modo verso l'alto le sopracciglia, così che la sua espressione normale sembrava sempre tesa all'implorazione.
- Aspetta! -
- Che vuoi ancora? -
- Il pranzo -
- Tienilo, non ho fame!-
- E quando l'avrai? >
- Buttalo, non me ne frega un cazzo. Ah, vedi di non sparire stasera, lo sai che sono mesi che devi rendermi quei cd.- Ed erano passati solo un paio di giorni da quando l'aveva finalmente scopata, cedendo infine alle sue sottili ma insistenti offerte.
- Che stronza - pensò. Ma quando, prima della chiusura della porta, si era girata un attimo a guardarlo si rimangiò quelle due parole non dette, che sapeva sarebbero state per Marie una terribile e in fondo immeritata offesa.
Il successivo treno era un poco meno affollato, entrò lentamente. Nel pomeriggio la città era più vivibile. Tutti al lavoro, affaccendati. Lui no. Mancavano solo sei giorni a natale, e lui odiava il natale, quella patetica festa in cui tutti fingevano per alcuni giorni di volersi bene più del solito scambiandosi inutilità con falsi sorrisi sulle labbra vuote.
Mentre rimuginava, e le stazioni si succedevano monotone, come in un girone Dantesco. Contò altre quattro monache e tre preti.
Il sacchetto con il pranzo pesava sulle sue ginocchia, lo aprì distrattamente iniziando a masticare un involtino primavera. Le briciole unte e croccanti scivolavano sul lungo cappotto grigio.
Il metrò rallentò, le porte si aprirono e una ragazzina magra e malvestita entrò sedendosi di fronte a lui e iniziando a guardarlo.
L'odore di sudore della massa di persone stressate dalla frenesia delle feste si mescolava al metallico sentore della carrozza e al puzzo di fritto che essudava dal sacchetto della rosticceria cinese.
- E' buono? -. Chiese la ragazzina.
-Fa schifo. Ne vuoi uno? -
- Sì -
- Tieni prendi quello che vuoi -
- Grazie -
Le allungò il sacchetto tra la calca e buttò sul lurido pavimento l'unto fazzoletto di carta, l'unico avanzo di ciò che aveva appena ingurgitato.
Lei frugò un poco curiosa nel sacchetto, tirò fuori due toast di gamberi e iniziò a mangiarli a grandi morsi, guardandolo, con grandi occhi neri, misteriosi, che pareva quasi gli osservassero il fondo dell'anima attraverso le pupille.
Bores l'osservò un po', poi fu distratto dall'ingresso di altra umanità alla fermata delle Tuileries e contò un altro prete, l'undicesimo. Quindi si alzò, sfregò la mano sul cappotto per far scivolare a terrà le ultime briciole e si avvicinò all'uscita. Doveva scendere a Concorde, la successiva.
Oltrepassò le porte senza voltarsi, eppure in qualche modo senti che la ragazza lo stava seguendo. Salì le scale con passo rapido, osservando il grande orologio alla parete. Le due e un quarto. Era già in ritardo, ma la cosa non lo preoccupava poi molto, anche per questo non portava mai orologi.
Uscì nella fredda aria parigina alzandosi il bavero del cappotto e imboccando direttamente Rue Saint-Florentin.
Pochi passi e si ritrovò al portone. Restò immobile per qualche istante, come pensieroso, quindi suonò il campanello. Uno scatto secco e il pesante portone di legno e ottone si aprì. La giovane cameriera, sempre formale, come sempre, lo fece entrare e lo aiutò a sfilare il cappotto.
- Buongiorno signor Bores, la signora l'attende di sopra, nel salottino verde -
- Grazie Camille, salgo subito -
Iniziò a risalire il lungo arcuato scalone di marmo rosa, senza mancare di notare il sorriso malizioso di Camille. Scrollò le spalle, in fondo non era un suo problema se la ragazza aveva compreso tutto.
Giunse in cima alle scale, percorse parte del lungo corridoio, aprì la porta ed entrò nel salotto. Grandi tendaggi verdi oscuravano in parte la luce del sole, mantenendo la stanza in una lieve penombra, si avvicinò al tavolino bar e si versò lentamente un bicchiere di cognac, sedendosi poi ad un lato del lungo divano damascato.
Madame Deloitte, stimata consorte dell'attuale ministro della cultura, uscì dopo pochi istanti dalla sua stanza, contigua al salottino. Una signora cinquantenne, florida ma ancora dotata di indubbio fascino. Indossava un serio tailleur grigio, un poco troppo corto per la sua età, probabilmente Chanel. Si avvicinò lentamente ondeggiando sui tacchi a spillo.
- Buongiorno Bores, spero che il cognac sia di suo gradimento, Louis XIII, invecchiato venticinque anni -.
Sorseggiò lento un altro sorso del delizioso nettare, guardandola negli occhi, senza parlare Quindi posò il bicchiere di cristallo e le si avvicinò. Le prese una mano, portandola alle labbra sfiorandola, apprezzando il profumo speziato della crema che sicuramente aveva appena spalmato su di esse, quindi l'afferro più bruscamente per le spalle spingendola verso il divano.
Madame si ritrovò in ginocchio sul soffice damasco verde, spinta con il busto contro lo schienale e le braccia oltre. Borbotto qualche inutile e poco convincente protesta mentre con la mano sinistra iniziò a stringere e accarezzare intorno al suo collo, con forte eppur eccitante presa.
La destra di Bores invece si mosse rapida, sollevò con forza la gonna sopra i fianchi e strappo in un unico gesto il sottile intimo di pizzo nero che appallottolò e spinse nella bocca rossa e carnosa della signora, soffocando ogni residua protesta.
Aprì i bottoni dei pantaloni, lo tirò fuori, già più che sufficientemente eccitato, si appoggiò al divano e la penetrò. Un unico, lento, profondo colpo, cui seguì il suo consueto, abile movimento. Un'alternanza di penetrazioni lente e profonde con altre rapide e appena accennate, che la fecero vibrare in profondità. Quindi il ritmo si fece via via più regolare, fino a condurre madame ad un intenso sussultante orgasmo.
Dopo aver continuato ancora un poco, accompagnando i suoi intimi sussulti, lo lascio scivolare fuori, umido di piacere, e lo spinse nel ben più stretto incavo posteriore, tra i mugolii ben più forti che trapelavano attraverso il pizzo saldamente inserito tra le labbra.
La possedette analmente a lungo, accompagnando la penetrazione con lievi, eccitanti carezze sul clitoride, con le dita che stuzzicavano, e a volte penetravano la vagina, conducendo rapidamente madame ad altri intensi e ripetuti orgasmi.
Infine uscì da dentro di lei e girò intorno al divano. Le sollevò il volto arrossato, sconvolto, con la mano destra e con la sinistra le sfilò le mutandine, mordicchiate e bagnate di saliva, dalla bocca, lasciando indugiare la punta dei polpastrelli sopra e intorno alle labbra.
Quindi le spinse in basso la testa, avvicinandola alla sua ancora durissima erezione, ed entrando così sfiorando i denti, nella bocca. Madame iniziò a leccare, baciare, succhiare avidamente fino al culmine, assaporando ogni goccia, leccandosi poi persino le labbra in modo intensamente lussurioso.
Bores si allontanò. Mentre lei si lasciava andare, distendendosi scomposta sul divano, lui si riallacciò i pantaloni, si avvicinò alla grande credenza in mogano che troneggiava lungo la parete e aprì il primo cassetto. Dieci biglietti verdi da 100 euro, ancora nuovi, erano posati all'interno. Indugiò un attimo, poi li prese e li infilò piegandoli in due nella tasca anteriore destra.
Incrociò poi per un attimo gli occhi di madame. Ora che aveva preso il denaro lo sguardo eccitato, adorante era stato sostituito da uno molto più superbo, di ostentata superiorità. Le fece un gesto con la testa e aprì la porta, mentre lei gli parlava:
- Ciao Bores, ti farò sapere quando dovrai tornare -.
Discese rapido le scale. Davanti alla porta trovò Camille pronta con il suo cappotto, lo aiutò ad indossarlo sfiorandolo più del lecito, lui la salutò formale e uscì dal palazzo.
L'aria fredda, umida di neve ravvivò i suoi pensieri. Rimase fermo un poco, con gli occhi chiusi a respirare profondamente, inarcando leggermente la schiena, come per scacciare gli odori della scopata. Quindi si scosse, si accese una sigaretta e attraversò la strada veloce.
Dall'altro lato della via, seduta sui gradoni in pietra del muro di un palazzo settecentesco, rivide la ragazzina del metrò, i gomiti sulle ginocchia, il viso affilato appoggiato ai palmi, che lo osservava.
Fece alcuni passi nella direzione opposta, poi si fermò e si voltò. Lei si era già alzata e incamminata nella sua direzione. Ritornò indietro verso di lei.
- Perché mi segui? - le chiese, con un sorriso quasi divertito.
- Boh... così - rispose.
- Nulla avviene così, siamo sempre spinti ad agire da qualcosa, anche se spesso non è così facilmente definibile o comprensibile.-
Lei sorrise, un sorriso obliquo, accompagnato da una curiosa lieve alzata di spalle, che gli ricordò dolorosamente Anastasia, da ragazzina.
- sei carino, e sei stato gentile sul metrò -
- potrei quasi essere tuo padre, avrai la metà dei miei anni -
Il suo volto si rabbuiò, la sua bocca si incurvò verso il basso, mentre si mordicchiava l'interno del labbro inferiore.
- mio padre non è carino, né gentile, è un bastardo, sempre ubriaco -
- e tua madre? - Si pentì della domanda nel momento in cui la formulava.
- Morta - disse, quasi sputando le parole.
Si passo una mano sul viso, giocando con i corti peli del pizzetto, come faceva naturalmente quando pensava, quindi fece ancora un lungo tiro e butto la sigaretta.
- Hai ancora fame? -
Lei annuì due volte, tornando a sorridergli.
- Dai andiamo, muoviti - le disse girandosi e avviandosi verso il centro. Lei lo seguì rapida, affiancandolo. Camminarono in silenzio alcuni minuti, finché giunsero di fronte a un Irish pub.
Spinse la pesante, consunta porta di legno scuro e le fece cenno con la testa di entrare, quindi la seguì nel locale. Si sedettero in un piccolo tavolo d'angolo, di legno massiccio, la cui superficie era intensamente incisa da anni di scarabocchi, disegni e nomi di persone passate di lì.
Quasi subito si avvicino una ragazza vestita di nero, con una maglietta troppo attillata e un interminabile numero di piercing su orecchie, labbra, naso e sopracciglio. La cameriera li squadrò un poco, commentando con lo sguardo le evidenti incongruenze della loro presenza insieme, quindi chiese cosa volessero ordinare.
Bores disse solo - una Guinness -.
La ragazza osservò per un attimo la lavagna appesa alla trave centrale del locale, quindi ordinò.
- Prendo una coca e un hamburger con patate -.
La cameriera prese nota su un piccolo blocchetto, quindi si allontanò ritornando dopo breve attesa con la coca, la Guinness e una ciotola di pop corn. Lei ne afferrò subito una manciata, iniziando a sgranocchiarli e guardandolo un poco di sbieco. Un movimento che a lui ricordò l'espressione del cagnolino che aveva avuto da bambino, tipica di quando lui gli parlava in modo strano e il cane pareva non capire, dimostrandolo con quell'oscillazione laterale buffa della testa.
Poi, quasi avesse riflettuto intensamente, iniziò a parlare con la bocca piena.
- Quanto ti fai pagare di solito? -
La guardò un po' perplesso - Pagare? Per cosa? -
- Per scopare no? È quello che hai fatto prima in quella villa -
Bores inarcò il sopracciglio sinistro e gli si formò in viso un espressione assolutamente stupita.
- Ma tu cosa puoi saperne di ciò che ho fatto prima? -
- Conosco l'espressione che avevi quando sei uscito, un misto di soddisfatto, sollevato e quasi disgustato, e poi che hai scopato si vedeva, capelli un poco spettinati, pantaloni e camicia spiegazzati. Inoltre sei stato dentro troppo poco tempo perché fosse piacere, quindi era dovere. Quanto ti ha dato quella? O quello? -
E sull'ultima domanda fece un sorriso obliquo e arricciò involontariamente il naso, finendo nel contempo gli ultimi pop corn della ciotola.
Bevve un lungo sorso di guinness senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi. Poi posò lentamente il bicchiere.
- Mille euro. Era una donna, e molto bella - disse, chiedendosi nello stesso momento perché mai l'avesse detto -
Lei emise un fischio, ammiccando - Devi essere proprio bravo, mio padre lasciava che mi scopassero anche solo per 20 -
- Tuo padre? -
- Gran bastardo eh? Già lui lo faceva ogni volta che ne aveva voglia e non era troppo ubriaco perché riuscissi a scappargli, poi ha scoperto che così poteva anche guadagnarci qualcosa, almeno finché non ho deciso che potevo tenermi i soldi e me ne sono andata.
L'espressione triste negli occhi di Bores la irritò un po'.
- Tuo padre sarà stato un santo immagino, chissà come sarebbe dispiaciuto se sapesse che suo figlio è diventato una puttana -
Lui sussultò con una lieve risata nasale.
Ripensò a suo padre, al giorno in cui, nascosto in un armadio, lo sentì litigare l'ennesima volta con mamma, Quindi lo vide prendere la pistola, che portava sempre con se, e spararle in testa. Un solo colpo. Il rumore secco e sordo dello sparo lo tormentava ancora certe notti.
Quando lo guardò non c'era traccia di vergogna o rimorso nel suo sguardo. Gli urlò solo, con la sua voce dura, perentoria, che non aveva mai ammesso repliche da nessuno, di tornare in camera sua. Il sangue di sua madre, calpestato nel lasciare il salone, lasciò una macchia sulla scarpa destra. Le aveva conservate poi per anni nascoste in soffitta.
Tre giorni dopo si tennero dei funerali fastosi, persino la Pravda scrisse un toccante articolo sull'inaspettato attacco di cuore che aveva così tristemente posto fine alla vita della famosa ex ballerina del bolshoi. Sposa del rinomato magnate, un tempo a capo della sezione centrale del kgb.
Il suo sorriso si allargò - No. Non ne sarebbe affatto contento -.
La cameriera arrivò con l'hamburger a spezzare la tensione silenziosa che si era creata.
La ragazza iniziò con un paio di patatine, poi addentò il panino, e con un espressione nuovamente innocente e dolce gli sorrise.
- E' buono. Grazie. Io sono Genevieve, ma tutti mi chiamano Gin -
- Felice che ti piaccia Gin, io sono Mikhail, Mikhail Bores, ma tutti mi chiamano Bores -
Lei sembro rimuginare un po' mentre masticava.
- Bores... sì mi piace. E' stato bello incontrarti Bores, pensi che qualche volta potrei lavorare con te? Sono brava sai, anche con le donne. Sono sicura che a molte tue clienti potrebbe piacere -
- Io lavoro da solo, sempre. Poi tu sei anche un po' troppo giovane per tutto questo, direi -
Gin tornò ad assumere un espressione imbronciata e furiosa.
- Come pensi che mi paghi da mangiare? O che trovi ogni tanto un letto dove passare qualche notte comoda quando ne ho voglia? -
Poi passò ad un sorrisetto di sfida.
- Scommetto anche che sono già più esperta e brava di te - disse, facendogli poi una linguaccia, un gesto così fanciullesco che contrastava in modo così assurdamente delizioso con l'argomento del contendere.
Scrollò la testa sospirando, e finì la birra. Fece poi il gesto di alzarsi
- Ora devo proprio andare Gin, è stato un piacere conoscerti -
Vide sul suo viso formarsi per un attimo un espressione incredula, quasi spaventata, così dolorosamente simile all'ultimo sguardo di sua madre.
La sua piccola, sottile mano lo prese quasi con forza sul polso.
- Non te ne andare, ti prego -
Poi tornò a sorridere con una maliziosa innocenza.
- Posso farti un pompino se vuoi, sono brava, e mi piace moltissimo, portami con te, non mi va di dormire in strada stasera -
Bores ritrasse la mano scrollando la testa.
- Non se ne parla, e poi a me piacciono le donne non le ragazzine - disse, spegnendo il suo sorriso e facendo riaffiorare la rabbia nei suoi occhi.
Quindi si alzò si girò e si avvicino alla cassa sul bancone del pub e pagò il conto. Si diresse verso la porta, l'aprì e guardò un ultima volta verso il tavolo. Lei era ancora seduta, lo guardava fissa, quasi senza espressione ora. Uscì fuori sentendo l'aria gelida, fece due passi e si fermò.
Poi mentre una voce risuonava forte nella sua mente - Stupido! Stupido! Stupido! - , rientrò nel locale. Lei era ancora seduta che guardava verso la porta, quando riapparve un sorriso intenso le illuminò il volto.
Lui scrollò due volte la testa mentre la vocina continuava a martellarlo in testa. - Stupido! Stupido! Stupido! - . Le fece un gesto d'invito con la testa e uscì di nuovo. Lei si alzò di scatto correndo fuori e seguendolo.
Camminarono in silenzio finché giunsero al suo appartamento. L'attico con mansarda di un palazzo classico, molto bello, anche se rovinato dal tempo e da una certa incuria. Lei si aggirò per la casa curiosa e stupita. Era arredata in modo molto moderno, con un aria informale e con alcuni oggetti probabilmente di design e molto costosi. Il pavimento era invece tutto in legno, con parquet di sfumature differenti da una stanza all'altra.
Bores la condusse nel salotto, le indicò il divano e la tv, un maxischermo al plasma che occupava il centro di una parete.
- Mettiti qui, io devo proprio farmi una doccia, e direi che ne avresti bisogno anche tu, ti lascerò poi nel bagno un paio di asciugamani e un accappatoio -
Lei gli fece ancora una linguaccia, poi si sfilò le scarpe scalciandole in mezzo alla stanza, delle ballerine consunte e sformate e si tuffò sul grande divano ad isola che occupava il centro della stanza. Scrollando sempre la testa e cercando di non ascoltare la costante vocina che si ripeteva in lui, si avviò verso il bagno.
Si spogliò nella cabina armadi che lo separava dalla camera da letto. Pochi attimi ed era sotto la doccia, a sciacquare nell'acqua tiepida e nel bagnoschiuma more e muschio ogni pensiero.
Gin si alzò quasi subito dal divano e lo seguì scalza, silenziosa e curiosa. Passo attraverso la camera da letto e si avvicinò al bagno, la cui porta a soffietto era aperta. Sentì lo scroscio d'acqua della doccia e rimase ad osservare.
Il bagno era molto grande, tutto in una pietra ruvida di color sabbia, che dava una calda, granulosa sensazione piacevole sulle sue mani, mentre ne accarezzava le pareti. In un angolo c'era una grande vasca idromassaggio triangolare. Nell'altro una specie di basso tramezzo ondulato in muratura nascondeva alla vista l'occupante della doccia lasciando intravedere in alto solo il grande piatto rotondo da cui scorreva abbondante l'acqua e la risalita dei vapori.
Si sedette in terra appoggiando la schiena al blocco in pietra che racchiudeva i due lavandini gemelli. Dopo alcuni minuti l'acqua smise di scendere e Bores uscì da dietro la doccia, nudo e gocciolante.
- Ti avevo detto di aspettare di là - Disse, prendendo da un gancio un lungo accappatoio di spugna bianco e avvolgendosi in esso.
- Davvero non vuoi che ti faccia un pompino? A me andrebbe molto, ne ho voglia da quando ti ho visto sul metrò -
Lui non rispose, aprì uno sportello in legno, estraendo un piccolo accappatoio rosso e un paio di asciugamani dello stesso colore, quindi si avvicinò a lei e glieli lasciò cadere in grembo.
- Usa questi dopo la doccia -
Gin si alzò lasciando scivolare a terra il tutto e con un gesto repentino infilò la mano destra tra le pieghe del suo accappatoio afferrandogli il cazzo, ancora umido di doccia, e stringendolo con delicata fermezza. Senza parlare, e senza guardarlo negli occhi.
Di nuovo gli rammentò dolorosamente Anastasia, sua sorella gemella, di cui non aveva notizie da troppo tempo. Come un fulmineo flash, il film della loro adolescenza si proiettò accelerato all'inverosimile nella sua mente, il loro stretto legame, la reciproca scoperta della sessualità, in modo così dolce e insieme perverso, e il dolore della separazione, quando, dopo essere stati scoperti insieme da sua madre, lei fu mandata a studiare in una scuola femminile a Londra. Non l'aveva mai più vista da quella fredda mattina di settembre.
Aveva odiato profondamente sua madre per quella decisione, guardandola sempre con rabbia e parlandole il meno possibile, nei mesi successivi. Quando poi la vide priva di vita sul tappeto del salone la vigilia di natale comprese di aver perduto ogni possibilità di farle sapere quanto l'aveva in verità sempre amata profondamente.
Le immagini dei suoi pensieri si lacerarono scomparendo, come bruciate dall'eccitazione che si impadroniva del suo corpo, mentre il suo pene si irrigidiva sempre di più stretto nella piccola, liscia, e indubbiamente abile mano. Ritornò bruscamente alla realtà, scostò lievemente la ragazza, la guardò in viso e le parlò mantenendo un'espressione triste sul volto, accigliato dai laceranti ricordi.
- Lascia stare Gin, non puoi permettertelo, le mie tariffe esulano dalle tue possibilità economiche temo -. Concluse con un mezzo sorriso ironico.
Lei si stacco bruscamente con un espressione rabbiosa che lo fece sorridere ancora più apertamente.
- Sei uno stronzo Bores, lo sai? -
- Certamente-. Le Rispose mentre apriva le porta del bagno, e si allontanava. - E ancora non sai quanto -.
Uscì richiudendo la porta dietro di sé, scrollando la testa come confuso dai troppi pensieri che si stavano affollando nella sua mente, peggio della ressa al primo giorno di saldi alle Galerie Lafayette. Si diresse quindi in cucina, prese una bottiglia di Becks gelata dal frigo e andò a rilassarsi sul divano, accendendo la televisione.
Un anchorman stava dissertando sul segreto bancario e gli istituti svizzeri, un lieve sorriso gli increspò il viso. Era stato difficile, ma alla fine era riuscito a carpire il codice segreto che dava accesso al conto di Ginevra di suo padre. Quando aveva scoperto il valore totale di contanti, titoli e fondi era rimasto quasi incredulo. Era stato però così semplice a quel punto cambiare il codice unico di accesso, sbattendo praticamente a suo padre la porta della banca in faccia.
Non aveva mai prelevato un euro da quel conto, erano soldi che grondavano sangue, ma ogni volta che ci pensava era come accarezzare le nuvole. Certo aveva dovuto fuggire dalla russia, non una gran perdita in fondo a parte la mancanza di Anastasia, e sparire per sempre, ma non si era mai pentito un solo secondo. Solo avrebbe voluto vedere i suoi occhi quando aveva scoperto di non poter più accedere al suo adorato incommensurabile patrimonio.
Distese le gambe, terminò la birra, si sintonizzò su mtv e chiuse gli occhi.
Lei restò per un poco a guardare furiosa la porta chiusa, poi comprese che non sarebbe tornato. Sorrise, si guardò un poco nel grande specchio centrale, alzo le spalle inclinando la testa verso sinistra, e iniziò rapidamente a spogliarsi. Il giubbotto l'aveva già lasciato cadere a terra in ingresso, si sfilò il maglione nero attillato, con le maniche troppo lunghe, anche a causa della sua mania di tirarle nascondendoci dentro le mani, quindi si tolse la maglietta verde scuro che indossava sotto.
Si pavoneggiò un poco di fronte allo specchio, nuda dalla vita in su. Non portava quasi mai reggiseno, in fondo a che serviva? Si diceva sempre, vista la sua seconda scarsa. I piccoli capezzoli rosa erano ancora lievemente turgidi dal desiderio che l'aveva pervasa prima, quando l'aveva sentito indurirsi tra le dita.
Le mani iniziarono rapide a sbottonare i jeans, un paio di levis scuri, ormai consunti dall'uso e strappati in diversi punti, quindi sfilò rapida le mutandine bianche, bordate di pizzo a fiorellini che aveva rubato la settimana prima al supermercato, e i calzini di lana neri lunghi.
L'immagine riflessa allo specchio catturò nuovamente la sua attenzione, in fondo amava il proprio corpo, anche se avrebbe volentieri fatto qualche modifica. Soprattutto adorava da sempre sentirsi nuda, libera, leggera. Da bambina faceva disperare sua madre correndo sempre nuda o semivestita per casa. Dopo la sua scomparsa aveva imparato, purtroppo duramente e troppo presto, che era meglio farsi vedere spogliata in casa il meno possibile.
Si avviò quindi sotto la doccia. In una nicchia nel muro erano allineati, come soldatini, diversi flaconi di bagnoschiuma ai profumi più disparati. Scelse, dopo averli aperti e annusati tutti un paio di volte, quello arancia e cannella. Aprì l'acqua, alzando il viso verso il grande piatto tondo sopra di lei e immergendosi nella cascata che l'avvolse. Iniziò quindi, dopo un poco ad insaponarsi.
I capezzoli si indurirono nuovamente sotto lo sfregamento e un familiare languore la pervase sotto il tiepido, abbondante getto d'acqua. La mano destra si diresse, esperta, oltre l'ombelico, scivolando sulla pelle liscia e morbida fino a perdersi tra le gambe. Iniziò a stuzzicare e accarezzare, prima lentamente, poi sempre più rapida. Venne intensamente, ansimando, con la schiena che sfregava, appoggiata al muro granuloso.
Lentamente la nebbia del piacere evaporò e l'acqua portò via desideri e pensieri. Tornò al centro del bagno, i piccoli piedi nudi lasciarono sul marmo la loro umida immagine, un sentiero che sarebbe presto svanito nel nulla. Si infilò il corto, soffice accappatoio rosso e si asciugò rapidamente, sfregando in modo buffo con l'asciugamano i corti capelli neri. Si gratificò quindi di un ultimo sorriso beffardo allo specchio e uscì.
Il rumore della televisione la guidò in salotto. Bores si era addormentato, disteso sulla penisola del divano. L'accappatoio leggermente discostato rivelava il suo fisico asciutto, muscoloso ma non troppo, decisamente sensuale. Non la stupiva che le donne pagassero per averlo, in quel momento avrebbe pagato anche lei, se avesse avuto più dei pochi spiccioli in monetine che restavano nella tasca interna del giubbotto.
Si avvicinò piano, reprimendo la tentazione di toccarlo ancora, come aveva fatto prima in bagno, e di assaggiarlo stavolta. Aveva una voglia intensa di scoprire il suo sapore, gustarne la ruvidezza con le labbra, la lingua e i denti, ma sicuramente l'avrebbe respinta ancora. Restò quindi ferma, molto vicino a lui, osservandolo in ogni particolare, studiandone il respiro lento, ritmico. In fondo aveva tempo, e se aveva una certezza al mondo in quel momento era che prima o poi sarebbe stato suo, totalmente e impetuosamente.
Come scrisse Rimbaud, - ucolpetto delle tue dita sul tamburo, incendia tutti i suoni e dà inizio ad una nuova armonia - , e lei era certa di essere un'artista nel suonare quel tipo di melodia, e in quel momento avrebbe fatto tutto per condividere la musica, il ritmo con quello strano oscuro incredibile sconosciuto.
Ne avrebbe certo avuto il tempo, era stato così facile entrare in casa sua. Il russo finora era stato abbastanza vago su cosa dovesse esattamente trovare. Lei aveva percepito lo scetticismo sulle sue reali possibilità di riuscita. In verità non aveva mai dubitato di sé, non aveva mai fallito finora. Era sempre persino troppo facile penetrare nella testa, nel cuore e nei pantaloni di un uomo, se lo voleva o doveva.
Si avvicinò alla finestra del salone e guardò giù. Come previsto l'uomo era dall'altra parte della strada, con quel ridicolo cappotto nero e cappello l'avrebbe notato anche un cieco. Gli fece un cenno rapido con la mano e si allontanò dal vetro. Mentre si sedeva nuovamente sul divano sorridendo le tornò in mente il Kaiser Sose di Kevin Spacey, - la più grande beffa che il Diavolo abbia mai fatto al mondo è stata quella di convincere tutti che non esiste - .

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