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Racconto n° 4264
Autore: Nausica Altri racconti di Nausica
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Jih Lo e Sai Fung (Tramonto e Piccola Fenice)
Jih Lo e Sai Fung (Tramonto e Piccola Fenice)

Il passo era svelto nonostante gli zoccoli affondassero nella neve. Il lungo mantello sfiorava la coltre bianca lasciando deboli scie dietro di lei e le piccole mani custodivano i papiri di seta accuratamente arrotolati. L'aria gelida la attraversava nel silenzio irreale che solo un paesaggio imbiancato propone e l'unico rumore proveniva dalla sacca di cuoio appesa al suo braccio, in cui custodiva i pennelli e il vasetto d'inchiostro che tintinnava ad ogni passo. Poteva già intravedere la cima del grande ginkgo, che sostava imponente davanti alle colonne del tempio, oltre il quale c'era la sua piccola casa. La lezione era finita e i suoi giovani allievi stavano diventando dei bravi calligrafi sotto la sua paziente quanto pignola supervisione. Mei Li, la bambina timida che parlava poco, le si era avvicinata quella mattina, porgendole una pergamena:
- Maestra Sai Fung, questo l'ho fatto per te.
Srotolando il foglio sottile, un perfetto fiore di loto si dispiegò, eseguito con estrema precisione da quelle piccole mani.
- Il tuo nome è lo specchio del tuo cuore Mei Li. Bellezza.
Assorta nel ricordo di quel dolce quanto semplice momento, non si accorse subito che un altro suono accompagnava il tintinnio della sua custodia di cuoio. Quando lo colse, istintivamente si fermò, e il suo cuore perse un battito. Era ancora lui. Era ancora lì, come il giorno precedente e quello prima ancora. Alle sue orecchie giungeva il dolce suono dello xianxi, il liuto a tre corde. La solita melodia delle sere precedenti, una melodia che le suonava familiare, forse l'aveva sognata, forse l'aveva sentita in una vita precedente. Era certa di averla già sentita, ma non ricordava proprio dove o quando.
Incerti i suoi passi ricominciarono, istintivamente chinò il capo e, con falsa disinvoltura, eresse le spalle. Lanciò un'occhiata fugace in direzione del ginkgo e lo vide. Una sola occhiata le bastò a memorizzarne i dettagli. Il lungo mantello nero, le dita sottili sulle corde tese, le calzature di cuoio con i lacci alle caviglie, e poi...
E poi intuiva i suoi occhi sotto il cappuccio del mantello, fissi su di lei.
Istintivamente la mano affondò nella tasca del mantello alla ricerca del suo portafortuna, il piccolo ManekiNeko in giada nera, e le gambe allungarono il passo quando gli passò davanti. Poteva sentire i suoi occhi addosso, fisicamente, li sentiva sui capelli, sulle guance, sulla nuca, sentiva il suo sguardo che la attraversava come la lama di una katana.
- Due passi, ancora due passi e sarò oltre. - pensava, mentre una vampata calda le avvolgeva il viso.
- Un passo, ancora un passo e uscirà dalla mia visuale.
Quell'uomo la inquietava. Chi era costui che, appostato sotto il grande albero, al riparo da un cappuccio, la aspettava ogni sera da tre giorni? Aspettava davvero lei o era una coincidenza che lui fosse lì? E perchè quella melodia ogni volta che passava di lì?
Lasciò l'uomo alle sue spalle e si rese conto che stava ricominciando a respirare. Non era paura che le incuteva, era...confusione.
Arrivò davanti alla sua piccola abitazione, lasciò fuori gli zoccoli e, scostato il pannello di legno, fu a casa. Amava quel momento, il calore delle stuoie sul pavimento di legno, la fenice dallo sguardo vispo dipinta sulla parete sud la guardava allegramente, il drago verde che suo padre aveva disegnato sulla parete est prima di raggiungere gli antenati, e la grande tigre bianca che lei stessa aveva dipinto sulla parete ovest. Si apprestò ad accendere il fuoco per riscaldare la casa e per preparare la cena, quando sentì un rumore all'esterno. Era buio ormai, prese la lanterna e si diresse verso la porta. Fece scivolare il pannello di legno, tenendo bene in alto la lanterna ad illuminare l'esterno. Nulla...forse era stato il vento che si stava alzando. E poi all'improvviso lo vide. L'uomo incappucciato, immobile davanti a lei. Prima che potesse emettere l'urlo che le stava nascendo in gola, lui abbassò il cappuccio e lei vide il suo splendido quanto insolente sorriso, identico all'ultima volta che lo aveva visto, tanti anni prima.
- Ciao Sai Fung. - le disse, mentre i suoi profondi occhi neri prendevano una piega dispiaciuta per averla fatta spaventare, traditi dal sorriso dispettoso.
- Jih Lo? Sei proprio tu? - il suo stupore mal mascherava la gioia che provava in quel momento.
- Quanti anni sono passati, dieci? Quindici? E ancora ti diverti a farmi spaventare?!? - gli disse, mentre il suo cuore prendeva a martellare nel petto fino a darle fastidio.
- Tredici. Sono passati Tredici anni Sai. Avevamo entrambi dodici anni quando sono andato via con mio padre. - e nel dire queste parole fece due passi avanti e la prese tra le braccia. Tredici anni. Stava stretta nel suo abbraccio e non vedeva al di là della sua spalla. Ricordava che l'ultima volta che lo aveva abbracciato, in lacrime, erano alti uguali e gli si potevano contare le costole per la magrezza. Ora la stringeva come allora, ma poteva sentire i muscoli del suo petto, lì dove aveva appoggiato il viso, e la forza delle sue braccia che la cingevano. Ricordava il dolore di quel distacco, erano due bambini inseparabili, ricordava i giochi, gli scherzi e i dispetti reciproci, la grande preoccupazione dei "grandi" nel vederli sempre insieme e i loro vani tentativi di dividerli. Un bambino e una bambina che giocavano sempre insieme, erano... fuori luogo. E allora fuggivano alla loro vista rifugiandosi sul grande ginkgo, assaporandone i dolci frutti, le albicocche argentate.
E ora era lì. Non poteva crederci, una lacrima solcò le ciglia mentre lei combatteva per ricacciarla indietro, non voleva sentirsi dire per l'ennesima volta da lui che era una bambina piagnucolona. Ma lui non lo fece, le prese il volto tra le mani e le baciò la fronte e all'improvviso le venne alla mente la melodia dello xianxi: era la canzone che cantavano insieme nei pomeriggi d'estate, mentre oziavano al sole tra i canneti di bambù.
Si sciolse a malincuore dall'abbraccio e lo invitò ad entrare.
- Questa sera non posso Sai, ma dimmi se l'invito è valido per domani.
- Ma certo Jih, ti aspetterò domani per un tè. Quanto ti fermerai?
- Non lo so.
Un altro abbraccio, un bacio sulla guancia ed era già sparito, tanto velocemente da farle dubitare che davvero fosse stato lì, che non avesse sognato ad occhi aperti.
Jih Lo. Chissà se, quando erano ragazzini, anche lui la vedeva con gli stessi occhi con cui lo vedeva lei. Se pensava a lei di notte. Se aveva smesso di abbracciarla negli ultimi tempi a causa del suo accenno di seno che lui ogni tanto osservava arrossendo, nei momenti in cui, credeva, lei non lo vedesse. Se il pettine di legno che le aveva costruito, era un segno del suo affetto o un semplice regalo tra amici. Se lo era sempre chiesto, più che mai dopo che lui era andato via, baciandola sulla guancia rigata dalle lacrime. Col tempo, crescendo, si era convinta che era solo un'infatuazione giovanile, ma si chiedeva in quel momento la ragione del suo turbamento nel rivederlo.
L'aveva rivisto solo per pochi minuti e il suo caro volto era impresso nella sua mente. Si accorse che stava tremando. Temeva che il giorno dopo non l'avrebbe rivisto, che sarebbe andato via prima di passare da lei per il tè, che in fondo a lui non importava, che...che...
Prese dalla sacca di cuoio il pennello e il vasetto d'inchiostro, srotolò una pergamena di carta di riso e cominciò a disegnarne i tratti. I lunghi capelli raccolti sul capo, i profondi occhi neri, i baffi e il pizzetto così ben curato, la bocca morbida e carnosa, il naso sottile, gli zigomi sporgenti che tanto amava. La sua mano delicata e ferma imprimeva il di lui volto sulla pergamena, per paura di poterlo dimenticare. Come se fosse stato possibile. Lo lasciò su un basso tavolino ad asciugare e si preparò per la notte. Aprì un cassettino e prese un sacchetto di seta rossa da cui estrasse il pettine che custodiva gelosamente. Sciolse i lunghissimi capelli neri e li spazzolò a lungo, gli occhi chiusi e la mente persa ad ammirare un volto sorridente. Infilò la veste da notte, cinse la cintura alla vita e si distese sulla stuoia provando a chiudere gli occhi. Il sonno non arrivò quella notte e, dopo aver lottato con se stessa per ritrovare la lucidità, si abbandonò all'esigenza delle sue mani di esplorarla.

Un raggio di sole che penetrava dalla finestra la svegliò. Aprì gli occhi per il bagliore e si sollevò. La cintura era slacciata, la veste da notte aperta offriva i seni ai raggi del sole placando il turgore che il freddo infliggeva ai capezzoli. Era felice. Felice e spaventata. Un mare di domande si affacciavano alla sua mente: sarebbe venuto?
Accese il fuoco, scaldò l'acqua per lavarsi e preparò un tè.
Gli zoccoli volavano sulla neve abbagliante dal sole, arrivò dai suoi allievi in un baleno e, nonostante fosse una splendida giornata, sembrava non finire mai. Finalmente giunse l'ora di tornare a casa, raccolse le sue cose e si incamminò verso il grande ginkgo, aspettando di udire il dolce suono del liuto. Ma nulla. Arrivò fin sotto l'albero ma lui non c'era. Un lieve senso di nausea si affacciò alla bocca dello stomaco. Si incamminò verso casa, entrò e accese il fuoco per il tè.
Un lieve picchiettio alla porta, e in un lampo l'aprì. Era lì, sorridente. Era vero. Era proprio lui. Nel vederlo la mente senza controllo andò alla notte passata e arrossì. Non fece in tempo a dirgli di entrare che era già tra le sue braccia. Era turbata dalla sua forza nello stringerla, ma vi si abbandonò ascoltando le sue dita che le accarezzavano lentamente la schiena. Faticò a sciogliersi dall'abbraccio e lo invitò ad entrare. Entrambi si accomodarono sulla stuoia e lei si sistemò il vestito sotto le gambe prima di versare il tè. Nel porgergli la tazza le loro dita si sfiorarono e lei si sorprese del turbamento che quel lieve contatto le provocava, molto più intenso dell'abbraccio. E allora parlò:
- Dove sei stato?
Lui le raccontò dei viaggi con suo padre, da un'isola all'altra, e delle mille cose che in quegli anni aveva visto, quando all'improvviso notò la pergamena sul tavolino.
- Vuoi ancora del tè?
- Sì, grazie.
Prese la teiera e riempì la tazza e quando alzò lo sguardo lo vide con la pergamena in mano, mentre la guardava con aria sorpresa, compiaciuta. Ammirata.
Lei avvampò, e pregò gli antenati affinché si aprisse una voragine sotto di lei che la inghiottisse. Ma non avvenne.
- Sai Fung, sei diventata quasi più brava di me vedo. Mi sembra di conoscerlo questo qui. - disse con l'aria insolente che lei tanto amava e detestava.
- Io sono sempre stata più brava di te, dimostrami il contrario. - disse strappandogli di mano il papiro e arrotolandolo.
- Va bene Sai, te lo dimostrerò. Cosa vuoi che disegni? - disse mentre si allungava a prendere l'astuccio con i pennelli.
- Un drago. Disegna un drago. - disse lei, quasi balbettando.
- Va bene. - Si alzò, tirò fuori un pennello sottile, il vasetto d'inchiostro e riempì una ciotola d'acqua.
- Sdraiati. - le disse.
- Co...cosa?
- Sdraiati. - le ripetè lui con voce calma.
Lei lo osservò incredula, ma lui la guardava con fermezza e dolcezza. Non scherzava. Non aveva idea di cosa avesse in mente, ma si sdraiò. Lui si inginocchiò accanto a lei e sistemò la ciotola e il vasetto. E poi restò immobile ad osservarla. Passarono i minuti e lui restava lì, immobile. Poteva sentire il suo respiro regolare, poteva quasi sentire il suo cuore. Poi, lentamente, le sue dita afferrarono il nastro di seta rosso che la cingeva e lo tirò. Piano...con una lentezza infinita, fino a scioglierlo. Lei chiuse gli occhi, mentre un nodo allo stomaco le impediva quasi di respirare. Sentì le sue mani sul collo, leggere, scivolare scostandole il kimono fino a scoprirle i seni. E poi più giù a denudarle l'ombelico. E poi più giù, a rivelare il pube. Lo sentì trafficare e all'improvviso sentì la punta del pennello che le accarezzava lo stomaco. Un fremito la scosse, un brivido sulla pelle nuda la attraversò. Lui non si fermò. Il pennello continuò a scivolarle lento sul corpo, saliva ad accarezzarle i seni, a circuirle i capezzoli che divenivano di marmo al contatto con l'inchiostro freddo, per poi scendere fino all'ombelico. Poteva sentire ogni singola setola accarezzarla, mentre il pennello leggero continuava il suo percorso sul pube...e lì si fermò. Non voleva che smettesse, avrebbe voluto dirgli di continuare. Lo sentì pulire il pennello nell'acqua, ma non volle aprire gli occhi. E poi, all'improvviso, sentì ancora il pennello freddo sul pube, lo sentì scendere piano. Istintivamente allargò le gambe e un gemito le sfuggì quando le setole le sfiorarono il clitoride fermandosi e indugiando, per poi riprendere un movimento lento, scivolava su e giù provocandole brividi a ondate. Lo immerse ancora nell'acqua e tornò sul clitoride ormai gonfio e pulsante, a circuirlo, con tocchi più decisi e veloci, per poi farlo scendere lungo la fessura, rivelando le piccole labbra rosse, delineandone i contorni per poi tornare su a stimolare i sensi nel punto più sensibile. A lungo il pennello la accarezzò salendo e scendendo lungo il suo sesso, indugiando ogni qualvolta lei gemeva o inarcava la schiena, fino a tornare a solleticare le piccole labbra. E poi all'improvviso il pennello proprio lì si fermò, all'ingresso delle sue profondità. E lo sentì entrare in lei, lentamente. Si morse il labbro nel tentativo di trattenere quello che le stava nascendo in gola, e allargò ancora di più le gambe. Il pennello sprofondò in lei e ne uscì bagnato. Salì ancora lungo la fessura, a cospargerla dei suoi umori, per poi tornare in lei, ancora più in fondo. Lo sentiva entrare e uscire, esplorandola ormai da un'eternità, e sperava non smettesse mai, e poi...e poi sentì una altro pennello sul clitoride...ma non era un pennello, non poteva essere...era caldo...
- Oddio è la tua lingua. - pensò lei, o forse lo disse. Sì, era la sua lingua, sentiva la sua testa muoversi tra le gambe, si inarcò e si offerse a lui, mentre il pennello continuava a penetrarla instancabilmente. Si sollevò sui gomiti e lo vide tra le sue gambe, il volto affondato nel suo ventre a risucchiarle l'anima, e vide il drago impresso su di lei, le ali si dispiegavano sui seni, il volto le arrivava alla gola, gli artigli affilati sui suoi fianchi e la lunga coda appuntita, come una lunga freccia, puntava verso il suo sesso. Lui la guardò, mentre la lingua ora l'accarezzava piano lungo l'inguine, la lasciava scorrere infiammandola di desiderio, poi si sollevò sulle ginocchia lasciando il pennello dentro di lei e lentamente sciolse la cintura della sua veste. In un attimo fu nudo davanti a lei, con l'evidente e acceso desiderio sotto i suoi occhi. Allungò una mano tra le sue gambe e, con una lentezza esasperante, estrasse il pennello. Lo sentì scivolare fuori come svuotandola, ne uscì imperlato della sua voglia.
La sua lingua tornò ad accarezzarla salendo, delineando la coda del drago, seguendo i contorni degli artigli e sempre più su, fino ai piccoli capezzoli turgidi dove si dispiegavano le ali, per salire ancora sul collo in un bacio lascivo con la biforcuta lingua del drago, e salendo ancora fino alle di lei labbra. Le mani tremanti si cercarono, mentre le lingue si conoscevano sempre più a fondo, i corpi caldi si fusero in una lontana reminiscenza di un seno appena sbocciato, di un ragazzino ossuto. Solo lo sguardo era lo stesso. Guardandosi negli occhi si riconoscevano. Sai Fung, la Piccola Fenice. Jih Lo, il Tramonto. Erano sempre loro, gli occhi erano ancora pieni di sogni e di speranze, di voglia di giocare insieme, nonostante tutto e tutti.

Destandosi alle luci dell'alba dopo la lunga notte, Sai Fung si ritrovò sola sulla stuoia. Un papiro accanto a lei con l'immagine di un piccolo drago e un messaggio: tornerò in primavera. Tornerò per sempre da te.

La neve aveva lasciato il posto ai fiori sul grande ginkgo e un'altra giornata era finita. L'estate era ormai alle porte e il tratto dalla scuola fino a casa era sempre più piacevole da percorrere. I raggi benevoli del sole le facevano risplendere i capelli neri, e il pallore lasciava il posto al rosa acceso sulle sue guance. Il sacchetto di cuoio appeso al suo braccio tintinnava ad ogni passo. Sai Fung, assorta nel ricordo di un dolce momento, non si accorse subito che un altro suono accompagnava il tintinnio della sua custodia di cuoio. Quando lo colse, istintivamente si fermò, e il suo cuore perse un battito. Sembrava tanto un deja-vù, ma il suono era reale. Era uno xianxi, il liuto a tre corde. Era la melodia dei suoi giorni d'estate. Poteva vedere la cima del grande albero, ma i suoi piedi restavano incollati al suolo. E se fosse stato solo il frutto della sua mente quel dolcissimo suono? Non aveva il coraggio di verificare. Si costrinse a fare un passo, così come si costrinse a respirare. Un altro passo. La melodia era ancora nell'aria. Un altro passo e un altro ancora. E lo vide.

C'è fresco all'ombra
del grande ginkgo,
i frutti d'argento immobili,
non un alito di vento.

Le tue dita sulle corde tese
rompono il silenzio surreale del sacro luogo
donando ad esso l'unica magia
che ancora mancava.

Il sole sprofonda nel mare
e la notturna brezza trasporta le note,
facendole riecheggiare
tra le grandi colonne del Tempio.

Staremo qui stanotte.
La volta stellata ci proteggerà,
e solo la luna sarà testimone
del nostro amore.

Nausica

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