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Racconto n° 44
Autore: Rosye Altri racconti di Rosye
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My Story, il coraggio di affrontare la verità Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Danger, il pericolo viaggia nella mente Thunderstorm II, la storia continua Eyes Un filo sottile che lega un uomo e due donne. Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia Debacle, il prezzo della verità. Thunder, eco solenne d'un lampo africano. Darkness, cronaca romanzata di una messa nera.
 
 
La mosca ed il bicchiere
Ronzano i pensieri.

Ho paura di non essere capace, a farli uscire.

Il loro rumore sembra quello di piccole mosche chiuse dentro un bicchiere, capovolto.

Era un gioco di bimba che facevo spesso. Nella vecchia cucina di mia nonna, con la finestra lasciata aperta sul terrazzino che dava sul parco di una villa, le mosche entravano spesso, svicolando tra la tenda che ondeggiava mossa dalla brezza pomeridiana. Loro due, il nonno e la nonna, a riposare, e io sola coi miei pensieri da bambina a giocare nella cucina, dal tavolo di marmo e le mattonelle di peperino povero.

Allora puntavo il mio sguardo da piccola bestia sui quegli esserini neri e incerti, tremolanti. Muovevo piano la mano, che teneva un bicchiere di vetro spesso e pesante. Guardinga, felina, anche un po' cattiva. Adesso ti prendo, mi dicevo.ti prendo e ti catturo, e la mia gioia sarà vederti qui dentro, cercare di uscire, sbattere impazzita contro le pareti opache e sporche di vino rosso bevuto dal nonno. La mia felicità sarà la cattura fine a se stessa, e poi magari, stanca del tuo ronzare incessante girando su te stessa, ti libererò per farti morire all'aria aperta.

Così facevo, e la mia mano scattava in avanti chiudendo l'esserino che pascolava tra le briciole sul tavolo. Il bicchiere si girava, premeva i bordi sul marmo, "sei mia" mi dicevo soddisfatta.

Più di tutto ricordo il bzzz sempre più flebile, e a tratti, che la mosca emanava come a chiedere aiuto, a cercare di uscire. Io annoiata girovagavo nella cucina, e poi mi sedevo di nuovo a guardarla.e il ronzìo era sempre più intermittente, più penetrante ma gli intervalli sempre più lunghi..



I miei pensieri, sono le mie mosche nel bicchiere.

Vorrei farli uscire, e riversarli come acqua su un panno, su un tavolo, farli volar via o farli posare su qualcosa.

Non escono, soddisfatti abitanti di un bicchiere che è diventato tana e prigione, rifugio ed esilio.



Vorrei tirarmi su da questa sedia rossa come la vestaglia che porto di prima mattina, quando mi alzo turbata e contratta dal risveglio.

Sotto sono nuda, e la pelle si increspa un po' al contatto dell'aria della mattina. Qui fa fresco, il giorno è sempre come un gelato appena tolto dal freezer della notte, è ruvido e accogliente e goloso, e io passeggio nel giardino accarezzando il cane che annusa i miei profumi e il mio odore di pelle della notte.

Vorrei raccattarli, i miei pensieri, come i giocattoli sparsi sul tappeto che i bambini lasciavano disordinatamente dopo aver giocato, vorrei metterli insieme, assemblarli e farne qualcosa di intero, di significativo.



Vorrei farlo per te.

Scriverli, tirarli fuori come piccoli animali dal buco nero della tana.

Renderli veri, e lancinanti come le tue dita tra le mie cosce bagnate, spasmodici come il mio muovermi sul sedile della tua auto, in attesa che l'orgasmo arrivi, e non arriva mai.

Contratti, e lucenti, come il tuo sguardo fisso in avanti mentre guidi, la tua mano che fruga impaurita e avida, tenuta ferma per il polso dalla mia, di mano, che non ne può più, che deve prendere il suo premio, deve arrivare al suo obiettivo, raggiungere la sua meta, farti sentire come vengo, farti sentire quel rimbombare sordo della carne che pulsa, batte come un secondo cuore sotto una seconda pelle..



Cerco di raggruppare questa sabbia di pensieri, di farne un mucchietto a piccola montagna, ma i granelli franano, vanno giù per conto loro, e io impazzita ma tenace continuo a metterli insieme, razionale e folle, appassionata e stupida, segnata dalle cose della vita ma sempre vergine nel cuore.

Dei momenti passati insieme ho pensieri e scontrini e biglietti di autobus. Ma non ho segni sul corpo. Te lo chiederò la prossima volta, se ci sarà. Portati un piccolo coltello, scolpiscimi dove vuoi dopo aver scolpito nel cuore e nella mente, lasciami un segno, che faccia compagnia ai pensieri ogni volta che mi spoglio, davanti allo specchio enorme del bagno.

Mi alzerò lentamente la gonna sulle calze chiare agganciate in alto.vedrai la mia pelle bianca, che sarà nuda e indifesa come quella di una bambina, vedrai la mia resa, io mosca e tu bicchiere, potrai decidere se guardare, prendermi o violarmi, segnarmi con la punta del tuo sesso o con quella della tua arma, ma lasciami un tuo passaggio, addosso.



Adesso sono usciti in punta di piedi, sardonici, i miei pensieri.

La giornata inizia a rullare come aereo sulla pista della vita, un volo sempre uguale all'altro all'inizio e alla fine, ma la destinazione.dove andrò, oggi? Mi portano, i miei pensieri e i miei voli, sempre davanti a posti dove ti ho avuto.

Quello che vorrei, forte dei miei pensieri, è assorbirti lento come inchiostro su carta assorbente, farti penetrare nella sostanza porosa dei miei desideri e lasciarti lì, solo e moribondo, insieme ad altre piccole parole nere che sono state asciugate anni fa, che ormai stanno scolorendo per diventare secche e poi invisibili, e scomparire piano.

Invece quando ormai i pensieri stanno morendo, come l'esserino nel bicchiere, si ravviva il desiderio di te, il ronzare del corpo e della pelle.



Ti rivedo, ti sento ancora, avverto quel diabolico serpeggiare dell'onda del desiderio impazzito e senza freni, che passa dalla mente al seno che si inturgidisce. Le sue punte ora fanno quasi male al passaggio della voglia di essere strette, avvolte, succhiate.

E' uno scendere inesorabile e impietoso, dagli occhi chiusi alla gola, al seno e alla pancia, e so già dove morirà.

Verrà attratto come un piccolo animale che gira alla cieca tra le mie gambe, tra le cosce aperte, sotto il velo grigio e trasparente dei miei slip. Vorrei avere la pelle insensibile, ripugnante.e invece sento questo velluto sotto le dita, forse l'hai sentito anche tu, quando mi hai toccato l'ultima volta.vorrei che qualcuno o qualcosa fermasse la mia mano che sembra la tua...ma forse è la tua, che mi sale da sotto il vestito fucsia, io in piedi di fronte a te in una pineta affollata di bambini e genitori.mi fruga infantile e irrequieta sotto il pizzo nero delle mutandine che sono diventate un nulla di bagnato tra la pelle del mio sesso..sei tu che mi affondi il viso nel varco che ho creato, slacciando bottoni inutili sul mio seno, lasciandotelo annusare, leccare, assaggiare, immaginarlo pieno e palpitante nelle tue mani, per te.

Forse sei tu, qui che passeggi e baci il mio corpo, e i miei pensieri adesso vanno liberi come una mosca, finalmente lasciata libera per pietà infinita, o perché ci sono altre cose più importanti, più concrete, ci sono i sogni da inseguire che pesano come libri in una cartella di scuola.


Adesso mi alzerò.

Comincerò il viaggio della giornata.

Sono ancora incerta nel mio volare, traballante e un po' spaesata. Dove vado? e so che una potrebbe essere la direzione.

Mi sento dentro ad un enorme bicchiere, e fuori spesso è tutto bellissimo, filtrato com'è dall'opacità del vetro, dai miei occhi sempre più stanchi.

A volte invece tra una scheggia e l'altra del vetro vedo meglio, fuori..ti vedo, ti percepisco.



Ti vedo sul letto d'albergo, le tue gambe intrecciate alle mie, le mie parole avvolte alle tue, i pensieri che sono usciti da quella finestra lasciata appena aperta a far entrare aria e sole, e a far uscire pensieri invadenti e superflui.Sento le tue labbra che vanno avanti e indietro tra le mie natiche, afferrando un frutto rosso che sale e scende, bagnato di vino, spinto dalla punta della tua lingua dentro la mia fica, e ripescato carezzandola piano.

Ti vedo che mi guardi, impudica come una bambina, a gambe aperte e nude, il sesso in primo piano offerto come un cibo su un piatto, indecente e incosciente.



Dovrei alzarmi come dal tavolo della cucina, e girovagare imboccando la porta di casa, abbandonare i resti sul tavolo, il bicchiere girato e la piccola creatura dentro.

Invece torno sempre indietro.

Guardo quella disperata ricerca di fuga.

Rimango lì, ipnotizzata dai ricordi e dai miei stessi pensieri.

Rosye

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