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Racconto n° 4485
Autore: Mameha Altri racconti di Mameha
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Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto Stranger, uno scandalo politico francese Confidence, le confessioni di una escort Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere My Story, il coraggio di affrontare la verità Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Debacle, il prezzo della verità. Exhibition, sembrava solo un gioco.
 
 
Estate
Non mi piace uscire in questo stato, ma ora il tempo di una doccia proprio non ce l'ho.

Raccolgo i capelli appassiti dal caldo e dalla polvere, sistemo ancora una volta questa benedetta scollatura sulla pelle sudata e corro da te, sul filo dei minuti come sempre.

Ci troviamo nel parco di una zona residenziale, il sentiero che lo costeggia porta a due laghetti, residui di una cava che oggi è deserta.

Entro nella tua macchina. Io a disagio, non sono il fiore fresco che amo porgerti, oggi sono una femmina con addosso uno straccio, tanto caldo e troppi odori.

E tu ti spalanchi, voragine intorno a me.
Tu che di solito mi corteggi galante, oggi davanti all'incuria e alla fretta ti trasformi in un orco. Apri le mani che diventano troppo grandi, troppo forti, e mi spremi la pelle per berla salata.
Mi assali. Il vestito si appiccica sui pori, scomposto dalla tua foga sorda. Scosti bruscamente gli slip di tulle, unica attenzione rubata al tempo, sgualcisci e umili la mia pelle mentre ti infili, tre dita, quattro, non hai riguardo, ti inorgoglisci della tua brutalità e dei miei sussulti controllati a malapena.

Ti fermi di colpo e senza degnarmi di uno sguardo metti in moto. È evidente, oggi non saranno baci e carezze, dovunque tu abbia in mente di andare. Ti inoltri sulla sterrata e dopo le prime curve trovi un piccolo spiazzo laterale, svolti e spegni la macchina.

- Scendi. - È l'unica parola che ci siamo scambiati, da quando sono salita in auto.
Obbedisco, ti raggiungo davanti. So cosa vuoi. In effetti eseguo i tuoi ordini impliciti alla lettera, ma quello che tu mi chiedi rispecchia fedelmente le mie brame più ingorde.
Mi volti, mi sdrai sul cofano, a gambe larghe davanti a te mentre ti sbottoni i pantaloni.
Mi spingi più forte contro il cofano, trattengo un urlo, mi obblighi a restare ferma lì. L'abitino di cotone fa ben poco contro il calore rovente della lamiera scaldata dal sole d'agosto, i seni scoperti bruciano infuocati. Dolore che anticipa il piacere e mi fa grondare ancora di più.

Sei dietro di me, mi afferri i capelli, divarichi le natiche e ti imbevi di saliva prima di penetrarmi, residuo di gentilezza sfuggito a mister Hyde.

Sì perché ora noi non siamo più noi, siamo carne e sopruso, siamo suolo che trema e si apre in due, siamo anime lacerate da una bestialità gigantesca che dilaga nelle vene di entrambi. Tu mi stai usando violenza e io lo voglio. Tu mi pianti le dita nei fianchi e io mi spingo indietro per farti affondare ancora di più. Tu mi stai sodomizzando mentre così sono io a penetrare te, perché è solo con me che riesci a guardarti in questo specchio, buio dell'anima. E così ancora una volta sprofondiamo, immersi e perduti nell'abisso in cui i colori perdono luce e diventano un blu sempre più scuro, sempre più antico e remoto, sempre più cieco.

Ci metto un po' a rendermi conto che si sentono le cicale.
A sentire il fastidio del caldo sulla schiena, ora che il metallo non scotta più sotto la pelle e che il mio corpo ti ha bevuto.

Tu mi guardi, seduto contro un albero, appagato. Hai uno sguardo gentile, rassicurante. Mi scrollo di dosso l'indolenza del rientro alla realtà, mi asciugo e mi rassetto in qualche modo, ti raggiungo e mi accuccio nell'incavo del tuo braccio. La superficie del laghetto artificiale riposa e distende lo sguardo.

Sembra quasi una giornata di pace.

Mameha

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