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Racconto n° 4657
Autore: Morgause Altri racconti di Morgause
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Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi Kabala, la dottrina della perdizione. Turquoise, paradiso e inferno senza via di uscita. Destiny, un incontro avvenuto per caso Black Earth, la terra oscura della vita Remember, fantasmi dal passato. Afrikaans, il respiro della savana. Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere Eyes Un filo sottile che lega un uomo e due donne.
 
 
La voce
Quattro di Agosto, giorno del mio compleanno e festa del mare nel borgo dove sono in vacanza. Dalla grande terrazza sul golfo ammiro insieme ai miei rumorosi invitati le stelle e gli enormi fiori multicolori dei fuochi artificiali che si aprono nel cielo.
E' quasi mezzanotte.
Qualcuno, dall'interno della casa, mi avvisa:-Al telefono c'è un tizio che ti cerca, parla da lontano, non si capisce niente-
Intuisco immediatamente di chi si tratta.
- Sì?-
-Sono io, non dovevo chiamare, lo so, ma oggi è il tuo compleanno... sto usando una linea off limits ma non ci sarei riuscito diversamente provo da ore va a finir che mi fucilano –
Tra sibili e rumori indefinibili mi arriva netta la tua risata: la stessa che sento da quando eravamo bambini.

La linea è disturbata, ma non importa, mi pare che tu stia parlando da qui, da sotto il mio portone, invece che da quella lontana città dove un tempo fiorivano le più belle rose del mondo, quando ancora la polvere, le ombre sanguinose di stragi di guerra e le forche non oscuravano il sole.
Intanto penso, sì, non dovevi, non era questo l'accordo, ma nello stesso tempo vorrei urlare dalla gioia perché almeno posso sentire la tua voce, almeno quella.
-Che cosa vuoi- rispondo, volutamente sgarbata- non capisci che è peggio?-
-Non resistevo più, dovevo almeno sentirti, io continuo a vederti nelle altre donne, ti penso in continuazione, faccio l'amore con loro e lo faccio con te, non posso continuare così-
-Sì che puoi, non abbiamo altra possibilità; e il rivederci è stato un errore, ho sbagliato, non dovevo cercarti. Ma ora che hai chiamato, ora che sei qui, parliamo, dì quello che vuoi, ma parliamo, purché non si tratti di noi-
Inizi un discorso che neppure ascolto, stai parlando del tempo, del caldo, della guerra, quello che sento è invece la tua voce farsi più calda, lenta, scendere di tono, fino a diventare quasi rauca.
Imbocca un registro diverso, un tono sensuale e forte, anche se stai parlando del più e del meno.
E io modulo istintivamente la mia, il mio respiro sul tuo, mentre nella mente passano immagini di noi a letto insieme, il tuo corpo forte farsi strada nel mio, arrendevole e morbido; ti risento mormorare, mentre ci stringiamo l'uno all'altro quasi volessimo fonderci:
-Quanto tempo è passato, amore mio, come ho fatto, come ho potuto sentirmi un uomo senza di te, per tutto questo tempo-
E io:
-Non lo so, non lo so, non mi lasciare più, non mi lasciare, nessuno come te, nessuno- e già sapevo che poco dopo sarebbe di nuovo finito tutto.
Ma è il nostro destino: né insieme né separati.
Ormai è così da quando avevamo io quattordici e tu sedici anni.

Seguitiamo a parlare, mentre le nostre parole:
- Sì, il lavoro va bene, sto bene, andrò al mare- si traducono simultaneamente in ben altre:
- Ti desidero, ti voglio qui, sotto di me, sopra di me, dentro di me-.
Poi la voce si abbassa ancora di tono, le parole si spezzano, si confondono.
Capisco che stiamo vivendo lo stesso ricordo, rivediamo, come in un film le immagini del nostro ultimo incontro.
Ho la gola stretta, il battito accellerato, il cuore in tumulto.
Tu continui a parlare e anche io, ma quello che ci diciamo non ha più importanza.
La tua voce, i tuoi sussurri mi accarezzano il ventre, mi percorrono tutta attraverso il filo telefonico come se fossero le tue mani su di me. Io dirigo quelle parole dove più caldo, più forte, più umido batte il mio cuore di femmina mentre le cosce inavvertitamente si dischiudono simili alle valve perlacee di un mollusco nell'atto del respirare.

Le stendo addosso come carezze, le guido avanti e indietro dentro di me finché tutto il mio corpo non è che un unico, acceso strumento che vibra al suono della tua voce, ne accompagna l'inseguirsi dei gemiti, delle parole frantumate, delle fantasie, dei ricordi sempre più arditi, premendo il ricevitore, finché dall'altra parte non sento provenire un grido soffocato che diventa anche il mio: per tutti e due un'implorazione di pace, di acqua dopo tanto fuoco.
-Dormi bene, amore mio- mormoro, dopo qualche secondo.
-Anche tu, ma, ascolta...-
Interrompo la comunicazione e stacco il telefono.
Fuori, sulla terrazza, gli invitati mi reclamano.

Morgause

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