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Racconto n° 4717
Autore: Bipbip Altri racconti di Bipbip
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Timeline, i viaggiatori del tempo Tentazione, un peccato senza tempo. Inquisitio, quando il dolore si fa piacere. Tribe, tre enigmi per un solo mistero. Revenge, una vendetta da servire calda Perfidia, il desiderio oltre la ragione The Best, il gioco delle parti RossoScarlatto, come il sangue del Demone. Stranger, uno scandalo politico francese Il Sabba, notte di fuochi sul lago delle streghe.
 
 
Araba fenica
Quel giorno si erano amate forsennatamente. I baci scivolavano vorticosi sulle morbide labbra, sulle fronti ardenti di mille desideri, sugli occhi socchiusi in infiniti sogni, sulle delicate, candide epidermidi denudate.
Rosse su rosse, le labbra si dischiudevano e riaccostavano succhiandosi vicendevolmente con autofagico movimento, come unica carne mossa da una sola mente. Penetravano l'un l'altra incastrandosi perfettamente e saldandosi in un solo desiderio, mentre le lingue accompagnavano la danza introducendosi nei cavi spazi orali avvinghiandosi in un sodalizio indissolubile.
Il tocco di preziose, leggere mani sembravano brezza di sera sulla nuda terra, carezza sincera che faceva rabbrividire dal delicato piacere. Struggimento profondo assaliva e accentuava l'uzzolo di concludere la carnale unione. Si toccavano, infoiate schiave del sesso. Le cosce spalancate invitavano le minute, nervose dita a entrare nel vestibolo sacrale, consentendo l'esplorazione profonda. Reciprocamente si donavano sul talamo nuziale, disfatto dall'ansia del godere. Titillare, giocare con i clitoridi protesi a percepire le onde alterne di piacere; sapere di poter giungere oltre ogni limite senza fretta, senza che un'eiaculazione improvvisa potesse alterare il godimento e porre termine a quell'infinito paradiso. Donarsi senza tregua, con la piena conoscenza dei propri mezzi; perfettamente consci di prendere e dare la stessa merce. Senza stravolgimenti accettare i piccoli tocchi, le delicate strette che provocano singulti, sospiri, mugolii. Lascive, lisce pelli che sfiorandosi si compenetrano l'una nell'altra. Come cerbiatte dalle frementi umide, piccole narici odorano i reciproci umori, riconoscendosi e scambiandosi profonde complici tocchi addestrati di vibrante lingua nei punti sensibili della propria identificazione sessuale, così le due - biches - si scambiavano i sensi del loro affetto. Nude, approfittavano delle intime parti succhiando, soffiando, offrendosi in libero dono che solo i veli di una camera da letto sanno gelosamente conservare, lontano da quel perfido mondo che le vuole distruggere come anormali. Ansimanti, sfibrate, prive di ogni forza restarono avvinte dal godimento ripetuto infinite volte. Abbracciate, stravolte, le guance di sangue irrorate, le tempie pulsanti, il cuore schiantato, tremando dal piacere provato si accasciano entrambe, i polsi avvinghiati, l'una il capo all'indietro gettato, il respiro franto, l'altra, suadente, sul seno adagiata. Nell'ansimo acuto, le carni unite, si legano i corpi e nello sfiato scivolano lente in un sogno fatato.
- Volano, ardite fate; come cigni battono le ali e solcano cieli infiniti. Nel volo spaziato s'incontrano e intrecciano i flessuosi colli scambiandosi baci inebrianti, sui becchi poggiati. Ma distratte da mille abbracci non s'accorgono che il tempo è mutato e cupo s'è fatto. Disegnano in cielo cori di angeli, ma presto il vento soffia e si gela. Le piume sconvolte, impaurite, ravvolte da nuvole nere a discendere s'affrettano, cercano scampo poggiando il piede in luogo sicuro. Un fulmine brandito da oscura mano ferisce le improvvide amanti. Bruciata la pelle, distrutto l'afflato, annullate nell'intimo essere, giacciono incenerite. Ma non dura il misfatto, il tempo trascorre e le accigliate nuvole scorrono con il loro rimbrotto, il sole ritorna ed il gelo è disciolto. Le ceneri leste, sospinte da un pietoso leggero vento riprendono quota, mulinando e girando in una danza leggera e si mischiano in cielo. Mentre candide nuvole le accolgono e fermano le forme di due dolci amanti che al sole si beano l'un l'altra serrate. -
La cupida mano intrecciata ora è destata dal sogno irriverente. Il lesbico incontro si dissolve nella mente della concupiscente attrice. E torna a pensare al momento che ha deciso di percorrere la china. Torna al suo giovane amante. Lo rivede muscoloso e aitante. Gentile, ricorda. Un vigoroso esponente del suo sesso, se vestito, ma nudo era uno schianto. Il ciuffo nero sugli occhi scuri, profondi; il naso ben proporzionato, le mascelle solide, senza eccessi. Il collo muscoloso. Le spalle ampie contornate dai muscoli degli omeri sviluppati dall'esercizio fisico; il torace ricoperto da riccioli neri, prominente, con pettorali che raggiungevano la misura di una terza da donna con i capezzoli densi appena rilevati per la tensione della carne allenata all'attività sportiva. Ai fianchi della cassa toracica si aprivano i dorsali come ali, come uno scoiattolo volante con la pelle distesa per lanciarsi nel vuoto. Per discendere poi verso gli addominali, simili a colonne tortili, che si distendevano e si attorcigliavano nel movimento a stantuffo dell'amore che tante volte ha assaporato gioendo del suo mascolino potere disperso nei teneri femminei meandri. E lui lo sentiva proteso nel suo interno per portarla al godimento più intenso. Oh, come godeva! L'avvolgeva completamente nelle sue spire, la soffocava, la portava alla disperazione, finché ella non avvertiva l'ultima umida, lunga bordata a cui voleva sfuggire, per riflesso condizionato, non per esplicita volontà. Dafne agita violentemente la testa per sottrarsi all'amplesso di Apollo, tanto desiderato. Subito sente penetrare il flusso vitale, il caldo fiume che l'inonda e le travolge i sensi, lasciandola estasiata. Vorrebbe che quel torbido torrente scorresse in eterno; le mani che prima protestavano contro il turpe invasore che la pestava nelle morbide curve e l'assaliva per espugnare ogni inutile difesa, ora si avvinghiano alla schiena del potente Alfeo. Lo trattengono bevendo ogni sorso del suo liquido rigeneratore, temendo di perdere una sola goccia. Il morbido corpo è pervaso dall'ippocratico umore. Accarezza frenetica la tensione muscolare del vincitore sui fianchi, sui glutei, sui dorsali possenti, nella cuna vertebrale, lungo gli anelli del midollo, fonte preziosa il cui flusso, superato ogni sbarramento, le scorre nel nascosto santuario. D'improvviso la presa le manca. La carne si scioglie. L'armamento è dismesso. S'affloscia come palla sgonfia e le pesa sul corpo come un intero bue privato della vitalità da un colpo alla nuca. La soffoca, le toglie il respiro. Un colloso sentore che le brucia le cosce. Lo cencia, lo scosta, lo rivolta su se stesso, sgusciando da sotto.
La doccia la purifica e la quieta, mentre il torpido barile ronfa.
Avrebbe potuto continuare se un giorno non avesse scoperto la tresca. S'era depilato, il macho. Usava cospargersi il corpo d'unguento. E fin qui non v'è nulla di strano. Un pò estremo, forse, ma non vuol dire nulla. Senonchè un pomeriggio, tornando a casa un po' prima non vide ciò che non avrebbe mai voluto sapere.
S'articolava sul letto un mostro a due teste. Strani grugniti uscivano fra le gambe che opposte vibravano sul letto come un ragno a due teste. Finché non mise a fuoco, si davano sollazzo succhiandosi l'uccello, la testa fra le gambe dell'altro. Le cosce aperte rilevavano la tensione del tricipite, dei polpacci, mentre i pettorali formosi strofinavano sul tortile addome in speculare stato. Rudi carezze, in spasmodico ritmo, con una mano mentre l'altra cerca qualcosa che non trova, fino a reggere la lunga, dura asta trionfalmente impugnata. Si srotola la scena nuovamente innanzi agli occhi nuovamente impietriti.
Con calma, i volti infuocati, si rialzano i due ganimedi, mentre gli eretti argomenti, protesi, ciascuno verso l'altro, vincono la forza di gravità, vibrando in attesa di qualcosa di inevitabile che dovrà accadere. Ciascuno saggia le mammelle tese sul petto dell'altro. Uno dei due si abbassa a succhiare con forza i capezzoli dell'altro che, mugolando, si stende supino sul giaciglio. In quella posizione, inarca la schiena richiamando un cuscino sotto la schiena; le gambe protese in alto, aperte, fanno da davanzale perché il compagno possa affacciarsi da quella finestra sul tappeto ubertoso di muscoli, ammirando l'armonico sviluppo del torso. Le caviglie poggiano sulle spalle del concubino, in attesa. L'Ercole, con studiata lentezza, allontana le gambe dalle spalle, divaricandole bene aperte con le mani, sicure, dalla presa ineludibile, come fosse un bilanciere in palestra poggiato sul trespolo. Si china in avanti e, sollevato il quarto inferiore del drudo all'altezza della bocca, utilizza la lingua rasposa per umettare l'atrio crespato del compagno che gli si dilata davanti sotto il gonfio, rugoso sacco seminale. Affacciata sulle gonadi, lo guarda la bieca torre invidiosa che troneggia, imprecando verso il cielo per l'umiliata, inutile potenza. Il desiderio s'innerva al tocco ripetuto e vigoroso della lingua. Il fiotto prostatico erutta con un velo vischioso dalla bocca conica di entrambi i vulcani che si fronteggiano. Le gambe ritrovano l'appoggio sulle spalle, mentre s'inarca sulle reni l'atletico operatore. Con discrezione chiede l'accesso, spingendo la prodigiosa nerchia nello stretto cunicolo rosa che si dilata davanti a tanta esuberanza. Il vestibolo è presto superato dopo un penoso introito. Le scale del piacere sono lì, invitanti, con passatoia di rosso vestite, innervata di sangue umano. L'urticante iniziale dolore per l'ingombrante ospite fa digrignare i denti allo sperduto amante. Poi, l'ingombro si fa desiderio di sentire in profondo lo stimolo al punto di piacere. S'inebria il gonfio ventre, e inizia la sarabanda. In anaerobico sforzo, sale e scende, senza contare più le volte fino allo sfinimento. Il coito bestiale nell'ostruito canale produce la fantasmagorica sensazioni di un amore devastante, se così può chiamarsi.
L'animo si sperde, mentre il protagonista che ricopre funzioni femminili si rammenta di un uguale bisogno che finora l'Ha inchiodato nel profondo. Smanetta freneticamente. Finchè non esplodono entrambi, l'uno riposto nelle scure anse del ventre, l'altro, privato del possesso, sfoga sul succube lenzuolo la sua subalternità.
E mentre esausti lacrimano entrambi dalle canne svuotate, piange la povera Lesbia che rifugge ogni tocco squassante della lurida femminella, consolandosi nelle braccia di chi la sa far sentire finalmente donna.

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