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Racconto n° 4785
Autore: Caliban Altri racconti di Caliban
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Danger, il pericolo viaggia nella mente Eyes Un filo sottile che lega un uomo e due donne. X Stories, i mille volti di una straordinaria follia The Dreamer, alla ricerca del sogno proibito Destiny, un incontro avvenuto per caso Charlotte, il profumo dell'oblio. Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto Mea Culpa, religione e mistero Thunderstorm, un incontro sotto la pioggia Cuba Libre, un sensuale incontro nella magia di Cuba
 
 
La Rossa


La pioggia scura, sporca e inquinata cadeva fitta e sottile sul parabrezza dell'auto. I tergicristalli ormai usurati stridevano nel loro ritmico, ipnotico incedere lungo il vetro. La fredda luce a led del lampione sotto cui eravamo parcheggiati illuminava appena l'interno del nostro abitacolo in quella plumbea notte di settembre.
Carlo, seduto al volante si era appena macchiato la divisa nera con una schizzata di maionese dal terzo tramezzino con cui si stava praticamente ingozzando. Io tornai a guardare, senza vedere, fuori dal finestrino le gocce che battevano sul freddo vetro contro cui la mia fronte era appoggiata. Mancavano ancora tre ore alla fine del turno, tre ore all'alba di un'ennesima nottata senza senso.
Erano ormai passati 5 mesi e 8 giorni da quando Elisabetta se n'era andata. Semplicemente ero rientrato a casa ed era sparita, insieme alle sue cose e anche diverse delle mie. A conti fatti non era stata una così grande idea portarmela a casa, ma era riuscita a farmi perdere la testa, e poi aveva un modo di scoparmi assolutamente irresistibile. Mi ero ritrovato innamorato perso senza accorgermene.
Non avevo più toccato una donna da allora, probabilmente non ero mai stato così a lungo senza godere, almeno da quando, ragazzino, avevo scoperto i primi piaceri della masturbazione.
Il microauricolare innestato dietro l'orecchio emise la nota pulsazione prima di una comunicazione dalla centrale, quindi la voce roca del maresciallo di guardia cancellò le immagini di Eli dalla mia mente.
- Auto 13, segnalate urla e rumori sospetti al terzo piano in via Umberto Bossi, civico 138, andate a controllare -
Risposi io mentre Carlo ingoiava in un solo boccone il resto del tramezzino.
- Auto 13 ricevuto, intervento in dieci minuti massimo -
Si pulì le dita sui pantaloni, mi guardò con un'alzata di spalle.
- Solita lite familiare? -
Chiese senza aspettarsi una risposta da me, quindi schiacciò il pulsante rotondo dell'accensione. Il motore elettrico si avviò con un ronzio. Silenziosamente e con i lampeggianti appena accesi accelerò lasciando il ciglio della strada. Impiegammo sette minuti.
Entrammo nel portone salendo rapidi le scale, una coppia di anziani ci aspettava al secondo piano, con la porta semiaperta. Vedendoci arrivare la spalancarono.
- Di sopra. L'appartamento di sopra. Sono ore che sentiamo gridare e fare rumore, sembra una guerra, chissà che fanno -
Ci disse la signora sbracciando verso l'alto, il marito si limitò a annuire vistosamente, con uno sguardo rassegnato.
- Non si preoccupi signora, ci pensiamo noi, ora rientri in casa e stia tranquilla -
Le rispose Carlo sorridendo.
Io intanto stavo già salendo l'ultima rampa. Giunti in cima ci avvicinammo alla porta, appoggiai l'orecchio e sentii una voce femminile che si lamentava ad alta voce. Bussai forte.
- Carabinieri signora, apra la porta per favore -
I mugolii e singhiozzi non cessarono ma nessuno si avvicinò. Provai a bussare e chiamare ancora un paio di volte, a voce alta, senza esito.
Io e il mio collega ci guardammo. Alzo le spalle, nel suo tipico gesto, quindi mi fece un cenno verso la porta con il mento. Già, i lavori pesanti toccavano sempre a me, che senza dubbio ero fisicamente messo molto meglio di lui. Allentai il bottone della pistola, quindi diedi un forte calcio alla porta vicino alla serratura. La porta vacillò ma tenne, altri due colpi e con un piccolo schianto si spalancò. Entrammo.
L'appartamento era abbastanza sporco, disordinato. Seguendo i rumori entrammo nella stanza da letto. Il letto era sfatto, la stanza un vero caos. Per terra un uomo era disteso supino su un tappeto, gli occhi e la bocca spalancati, nudo, immobile. Una ragazza era in parte appoggiata su di lui, anch'essa nuda. Si dimenava urlando e sollecitandolo violentemente con una mano. Stringeva e sbatteva su e giù freneticamente il suo pene violaceo e molle gridandogli oscenità e sfregandosi avanti e indietro contro la sua gamba.
- DAI DAI SVEGLIATI COGLIONE! SCOPAMI ANCORA DAI FROCIO. FAI ALZARE QUESTO CAZZO RIDICOLO! -
Ci guardammo, due parole uscirono contemporaneamente dalle bocche di entrambi.
- La Rossa! -
Il nome scientifico era Sexoacetilpentamina, ma tutti ormai la chiamavano la Rossa. Non solo per il colore rubino delle pillole, ma perché uno degli effetti collaterali era un forte arrossamento degli occhi, la sclera si ricopriva di una fitta ragnatela di vene in rilievo.
Era una droga sessuale, o meglio La droga sessuale. L'assunzione scatenava i sensi oltremisura, facendo perdere ogni inibizione e spesso il controllo di se, al punto che gli incidenti di ogni genere erano ormai una costante tra i consumatori. Da quando poi era stata vietata e resa illegale la sua diffusione era ancora più capillare.
Scattai verso la ragazza, l'afferrai per le braccia e la sollevai cercando di staccarla dall'uomo. Carlo invece si avvicinò a lui cercando di sincerarsi delle sue condizioni.
- Il battito è debole, ma respira. Centrale! Chiamò subvocalizzando l'accensione del trasmettitore, occorre al più presto un'ambulanza con rianimatore. -
Udii a malapena la risposta perché la ragazza si dimenava e urlava mentre la allontanavo verso l'altro lato della stanza. Era giovane e molto, molto carina. Alta, magra, carnagione chiara e fisico atletico. Era scivolosa, sudata e unta, difficile da tenere ferma. La Rossa pompava adrenalina in corpo e le forze crescevano come i desideri. Si girò verso di me e mi guardò, smettendo finalmente di urlare. Fissai quegli occhi scuri, quasi totalmente arrossati dal sangue pulsante.
Le reazioni sui soggetti che l'assumevano erano molteplici, in alcune persone la frenesia sessuale poteva durare ore, persino giorni si diceva, anche se er aprobabilmente una leggenda metropolitana. Specialmente nelle donne l'effetto era inarrestabile, non essendo naturalmente soggette alle limitazioni di potenza sessuale del corpo maschile.
Mi guardò allucinata, inclinando la testa di lato, quindi mi sorrise e si passò la lingua sulle labbra. Il suo sguardo era quello di chi, digiuno da giorni si fosse trovato davanti il più grande banchetto mai visto prima. Avvicinò il viso e mi lecco le labbra, una leccata lunga, bagnata, lussuriosa. Cercai di allontanarla, sempre tenendola ferma, lei iniziò a sussurrarmi oscenità dimenandosi e stringendo la mia gamba destra tra le sue. Sentivo il suo intimo e umido calore persino attraverso la stoffa del pantaloni.
- Dai bello scopami! Montami fottimi leccami toccami inculami fammi tutto! Prendimi come vuoi voglio godere! Dai ancora su!.... -
Era surreale. Carlo che cercava di rianimare quello che probabilmente era il suo uomo e che giaceva forse tra la vita e la morte e lei che si dimenava nella mia stretta continuando a incitarmi a possederla in ogni modo, e la cosa grave era che mi stavo eccitando. Pur senza volerlo avevo già il cazzo durissimo nei pantaloni.
L'arrivo dei paramedici diede a me un attimo di sollievo e a lei un nuovo bersaglio per le sue di nuovo urlanti profferte erotiche. I due uomini però non la degnarono di più di uno sguardo, si chinarono sul ragazzo, applicarono una maschera ad ossigeno e rapidamente lo adagiarono con l'aiuto del mio compagno sulla barella mobile quindi lo invitarono a scendere con loro e aiutarli nel trasporto.
Mentre si allontanavano uno dei due, presumibilmente il più esperto si rivolse a me.
- Continui a tenerla ferma, non ci sono medicinali per interrompere l'effetto della Rossa, ma viste le condizioni di questo qui non dovrebbe durare ancora molto, quando si calma se vuole la porti pure al nuovo San Raffaele, avranno bisogno di informazioni. -
Uscirono tutti, chiudendo al meglio la porta rotta e lasciandomi solo con l'assatanata, che non aveva smesso un attimo di parlare e incitarmi. Aveva ricominciato a roteare e spingere la lingua verso di me, e ogni volta che riusciva a avvicinarsi a sufficienza mi leccava avida la punta del mento, il collo le labbra e persino gli occhi quando per mantenere la presa mi costringeva a abbassare.
- SÌ STRINGIMI! FAMMI MALE BASTARDO MA SCOPAMI. SU DAI FAMMI GODERE! -
Riprese a strepitare.
La sua gamba destra restava avvinta alla mia sinistra, e con il ginocchio e la coscia sinistri strusciava con forza tra le mie gambe.
- SU DAI CHE NON SEI FROCIO, LO SENTO. HAI IL CAZZO DURO SOTTO QUELLA DIVISA, TIRALO FUORI CHE TE LO MANGIO. NON HAI MAI PROVATO IN VITA TUA UNA BOCCA CALDA E AFFAMATA COME LA MIA. -
All'auricolare arrivò un trillo e la voce del mio collega.
- C'è una chiamata urgente qui vicino, intervengo io, tu trattieni la drogata, appena finito torno a prelevarti. Chiudo. -
In effetti aveva ragione, ero nuovamente eccitato. E chi non lo sarebbe stato? Nonostante i lineamenti sconvolti dalla Rossa era davvero bella. Capelli corti, nerissimi, carnagione molto chiara, un nasino francese che fremeva sopra una bocca rossa, carnosa naturale. Avrebbe eccitato un santo solo per le parole che diceva e come le pronunciava. Il seno era decisamente minuto, con due piccoli, eretti, deliziosi capezzoli rosa e avevo già notato che era totalmente depilata, e il rosso delle sue grandi labbra spalancate, voraci, contrastava meravigliosamente con le lunghe sottili, atletiche gambe pallide.
Quando per l'ennesima volta la sua lingua si posò sulle mie labbra non mi ritrassi, istintivamente, senza pensarci troppo aprii la bocca e la lasciai entrare. Il suo bacio era assolutamente feroce e dolce insieme. La lingua accarezzava, schiacciava, avvolgeva la mia e il resto della mia bocca con un appetito primordiale. Sentii una punta di piccante, di bruciante nel suo bacio. Ricordai di aver letto che la droga causava appunto una simile sensazione sulle zone più irrorate di sangue del corpo umano.
Ma non era spiacevole, anzi. Le lasciai andare i polsi che mi sembrava di stringere ormai da una vita e l'attirai vicino. Con entrambe le mani mi impossessai dei suoi glutei sodi, stringendo, accarezzando, schiacciando, mentre le mie dita scivolavano facilmente tra le sue gambe, affondando nei suoi umori caldi e gocciolanti di desiderio.
Le sue mani ora si stringevano a me, ovunque. Tirando mi sollevò la giacca e strappò quasi via la camicia dai pantaloni, liberandomi così la schiena al tocco dei suoi caldi palmi. In effetti tutto il suo corpo sembrava bruciare, probabilmente la droga causava anche un aumento della temperatura corporea. Poi, sSenza smettere di baciarmi e succhiarmi la lingua trovò la cintura e i bottoni.
Un po' tirando un po' strappando riuscì a aprirmi i pantaloni e abbassarli con un unico gesto forte alle ginocchia, insieme ai boxer. Le sue due mani, insieme si impadronirono quindi del mio cazzo ormai durissimo, stringendolo con forza e masturbandolo su e giù. Cercai di fermarla, continuando così mi avrebbe fatto venire subito. Emise un mugolio di frustrazione, si divincolò e si staccò dalla mia bocca e, senza nemmeno guardarmi in viso, si gettò in ginocchio avvolgendolo tra le labbra.
Leccava, succhiava, baciava come davvero non ricordavo fosse possibile. La sua bocca, la sua lingua sembravano ovunque, sentivo il calore, l'umido e il pizzicore inconsueto della sua saliva che stranamente stimolava ancora di più la mia eccitazione. Le sue mani correvano su di me senza requie, stringendo e accarezzando i testicoli, graffiando con le unghie corte ma forti la mia pelle della schiena, delle gambe e del sedere e causandomi brividi di dolore e piacere. Infine le sue dita si impadronirono di me, penetrandomi profondamente e intensamente, seguendo il ritmo delle labbra.
Non mi fu possibile resistere molto, venni urlando nella sua bocca calda, con un intensità che mi fece vacillare, i muscoli delle mie gambe si irrigidirono e sarei caduto se non mi fossi appoggiato al muro dietro di me con una mano. Fu un orgasmo lungo, possente. Onde di godimento che fuoriuscivano da me, insieme al mio seme abbondante e venivano risucchiate dalle sue labbra che non avevano smesso di muoversi e succhiare e che bevvero avidamente tutto il mio piacere.
Quando finalmente si stacco da me mi lasciai scivolare in ginocchio di fronte a lei. Mi baciò ancora. Sentii di nuovo l'inebriante sapore della sua lingua ora mescolato al mio. Si girò però subito, mettendosi a quattro zampe davanti a me, il viso girato indietro, alla sua destra a guardarmi e incitarmi. Con la mano dietro di se stringeva e muoveva ora il mio cazzo per eccitarlo nuovamente e il suo sedere si appoggiava lascivo al mio inguine, strusciandosi.
- SCOPAMI ORA SCOPAMI! VOGLIO SENTIRLO DENTRO QUEL CAZZONE DURO. SU SU MONTAMI, FAMMI GODERE, DEVO GODERE. -
Le sue urla sconce, il suo sguardo i suoi movimenti e forse persino il bruciante contatto con la sua saliva, la sua pelle i suoi umori mi ricondussero rapidamente all'eccitazione. Le strinsi i fianchi sottili e mi spinsi dentro di lei, brutalmente. Mi accolse interamente senza sforzo, tanto era bagnata ed eccitata. Scivolai dentro di lei a fondo, durissimo, e iniziai a spingere, ritmicamente, con forza, quasi sollevandola a volte con l'impeto dei miei colpi.
- AH! AH! SI' DAI, COSI'... ANCORA ANCORA.. FOTTIMI DI PIU' -
Urlava, mugolava e ansimava totalmente in balia del desiderio. La sentii inarcarsi, tremare, vibrare intorno a me scossa da forti orgasmi continui, eppure continuava a incitarmi. Quando accennavo solo a rallentare si spingeva indietro e avanti da sola, puntellando sulle ginocchia e le sue reni sbattevano forti contro il mio inguine a ogni colpo.
In un ultima parvenza di lucidità riuscii a trattenermi dal godere dentro di lei, mi fermai e mi spinsi indietro uscendo infine dalla sua intimità caldissima e meravigliosamente accogliente. Emise un mugolio di disapprovazione, e si lasciò cadere a terra su un fianco, respirando affannosamente. Mi sedetti a terra, il mio sedere nudo contro le fredde piastrelle nere del pavimento, guardandola. Così nuda, rannicchiata era davvero incantevole, feroce e indifesa, tigre e gattino insieme. Pensai che forse finalmente l'effetto della droga stesse scemando.
Sbagliavo.
Si rimise sulle ginocchia e si riavvicinò. Il mio cazzo era ancora duro, rosso, dritto verso il soffitto e scosso da lievi ritmiche contrazioni incontrollate. Arrivò su di me, lo prese con la mano sinistra e avvicinò la bocca. Lo avvolse, leccò e succhio forte diverse volte, io lasciai scivolare a terra anche la schiena a chiusi gli occhi, ma la sua bocca si staccò quasi subito.
Sentii i suoi polpacci risalire lungo i miei fianchi e il suo inguine posizionarsi sul mio. Aiutandosi con le mani appoggiò il suo sedere sulla mia eccitazione impalandosi da sola.
Era stretta, la sentii dilatarsi lentamente mentre penetravo a fatica, poi improvvisamente ero dentro. Si sedette forte su di me con un urlo, misto di dolore e piacere intanto che il mio cazzo prendeva pieno possesso del suo culo, poi piano iniziò a muoversi su e giù.
Appoggiai le mie mani sui suoi fianchi assecondando semplicemente il suo saliscendi. Poco dopo la sua cavalcata si fece più rapida e ampia, accompagnata di nuovo da urla e gemiti.
- SI' SI'. SFONDAMELO. CHE BEL CAZZO DURISSIMO NEL MIO CULO. MI PIACE. SPACCAMI TUTTA. COSI'. -
Con le mani mi toccava, palpava, si lecco le mani e me le mise sulla faccia e in bocca, poi iniziò a accarezzarsi i seni, stringendosi i capezzoli tra le dita, rigirandoli e tirandoli forte, urlando. Quindi, quando i suoi movimenti divennero ancora più intensi, la sua mano destra scese insinuandosi tra le sue gambe e iniziò a masturbarsi vigorosamente. L'insieme era assolutamente irresistibile, la cosa più eccitante e coinvolgente avessi mai provato prima. Pochi secondi dopo eruttai come un geyser nel suo sedere abbandonandomi al piacere assoluto.
Lei godette ancora e ancora. Su di me, sulla sua mano, sul mio pene che stava decrescendo senza uscire, stretto dai suoi muscoli anali. Infine si abbandonò sul mio petto, sulla giacca stropicciata della divisa. Restammo immobili, tremanti, i respiri affannati che all'unisono calavano lentamente di intensità.
Mi ricondusse nel mondo reale, dopo un tempo che non saprei ancora quantificare, il trillo del microauricolare.
- Pronto? Mi senti? Qui è tutto risolto. Un paio di ubriachi che avevano dato fuoco a un cassonetto. I pompieri hanno spento tutto, dieci minuti e sono da te. Come va lì? Sei riuscito a calmare la pazza? -
Lo sentii ridacchiare sull'ultima frase. Gli risposi a fatica.
- Tutto ok qui Carlo, fai pure con calma, ti aspetto. -
Cercai di scostare il corpo ora abbandonato sopra di me, delicatamente. Spalancò gli occhi, ora decisamente meno arrossati di prima. L'effetto stava svanendo rapidamente. Vidi un misto di orrore, piacere e paura nelle sue pupille nere, insieme però ad assoluta consapevolezza.
Uno dei pregi della Rossa, si diceva, era che al termine dell'effetto lasciava totalmente lucidi e soprattutto pienamente consci dell'accaduto. Ricordi completi e accurati di ogni dettaglio, ogni sensazione, ogni emozione. La vidi distogliere lo sguardo, tirare su nervosamente con il naso e accennare a coprirsi con le mani, per poi rinunciare, evidentemente cosciente della stupidità del gesto, dopo tutto quello che era successo.
L'aiutai a rimettersi in piedi, era evidentemente provata. Volevo distogliere lo sguardo ma ero ancora attratto irrimediabilmente dai suoi occhi, dalle sue forme ancora eccitanti. Quando capii che sarebbe riuscita a reggersi in piedi da sola la lasciai. Mi resi conto dell'aspetto ridicolo che dovevo avere, con indosso la camicia e la giacca della divisa e i calzoni e mutande ora raggomitolati intorno alle caviglie. Mi voltai e rivestii in fretta, anche se il risultato fu decisamente pessimo.
- Il suo fidanzato è all'ospedale, spero non sia nulla di grave, se vuole possiamo accompagnarla lì appena si sarà rivestita. -
Le dissi porgendole il lenzuolo del letto per coprirsi. Rispose con un filo di voce, balbettando quasi.
- Non... è il mio fidanzato. Non ricordo nemmeno come si chiama. L'ho... conosciuto stasera in un locale. Non .. pensavo facesse quest'effetto. Avevo bevuto troppo, forse. Diceva che era solo per divertirsi un po'. Ora, vorrei solo andare a casa. -
L'aiutai a cercare i suoi vestiti, non trovò, o forse nemmeno cercò l'intimo. Indossò rapidamente uno stretto tubino nero e a fatica si infilò un paio di décolleté nere con tacco a spillo. In ginocchio raccolse poi una borsetta sotto al letto. Mi guardò, si girò, e corse in bagno.
La sentii vomitare alcune volte, poi udii lo sciacquone, quindi il rubinetto scorrere per diversi minuti. Nel Frattempo la porta si aprì lasciando entrare Carlo. Mi guardò, scarmigliato e stropicciato in piedi in mezzo alla stanza. Inarcò un sopracciglio senza dire nulla.
- Non è stato facile tenerla finché non le è passata sai. -
Dissi distogliendo lo sguardo e avvicinandomi a uno specchio sul muro. Mi aggiustai capelli e colletto e raddrizzai meglio la giacca.
Lei uscì dal bagno pallida e barcollante, mi avvicinai e la presi sottobraccio sorreggendola.
- Non lo conosceva, la portiamo a casa. -
Scese le scale la facemmo entrare nell'auto e l'accompagnammo. Carlo si appuntò le sue generalità copiandole dalla patente che lei gli passò prendendola dalla borsa, quindi l'accompagnai alla porta. Prima di entrare mi guardò, Gli occhi erano ancora arrossati, e assolutamente splendidi come e più di prima. Mi porse esitante la mano, poi scrollò la testa e mi abbracciò. Una stretta rapida, esitante e si voltò, entrando in casa. Un attimo prima di chiudere mi parlò un'ultima volta.
- Grazie. Io... sono Margherita, ma gli amici mi chiamano Meg. -
Chiuse la porta e tornai all'auto. Aveva smesso di piovere e una pallida luce stava spuntando dietro gli alti palazzi. Il turno era finito.

Della primavera inoltrata mi piaceva soprattutto il passaggio alla divisa estiva. Finalmente si smetteva di sudare ad ogni movimento nella lana pesante. Arrivato a casa aprii piano la porta, cercando di non fare troppo rumore. Mi sentì lo stesso.
Corse verso di me, i piedi nudi schioccavano lievi sul parquet e lei era come ogni giorno una visione assolutamente fantastica.
- Bentornato amore mio. -
Mi abbraccio e baciò appassionatamente. Poi mi guardò curiosa. Non riuscivo mai nasconderle nulla, aveva subito visto nel mio sguardo qualcosa di diverso, la sorpresa. Un ampio sorriso le attraversò il viso facendole brillare gli occhi di pura gioia. Fece piccoli cenni con il viso, come per incitarmi a parlare.
Tolsi dalla tasca una piccola scatola e la feci scivolare nella sua mano. L'aprì come un bambino che scarta il più grosso pacco dell'albero a natale.
- Abbiamo fatto un grosso sequestro stanotte, con diversi arresti. -
Le dissi togliendomi la giacca.
- Non è stato difficile rubarne un po'. -
Nella sua piccola mano brillava una manciata di pillole rosse.
- Ti amo. -
Mi disse passandosi la lingua sulle labbra. L'abbracciai attento a non farle cadere, le diedi un bacio sul collo e l'accarezzai con la lingua lungo il mento.
- Ti amo anch'io Meg. -

Caliban

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