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Racconto n° 5152
Autore: Senzaidentita Altri racconti di Senzaidentita
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X Stories, i mille volti di una straordinaria follia Friends, amici come prima Charlotte, il profumo dell'oblio. Confidence, le confessioni di una escort Perfidia, il desiderio oltre la ragione L'Equilibrio di Nash, la voce delle stelle Brehat, alla ricerca del blu di Chartres My Story, il coraggio di affrontare la verità Orchid Club, il piacere tecnologico God save the Queen, una sola Regina per l'Europa.
 
 
Quel rubino
Si toglie un nastro dai capelli Claudia, adesso come ha fatto mezzo secolo fa. È desaparecida (scomparsa) per quel posto e quella gente ma non si è fatta rondine che taglia l'orizzonte con piccole ali di forbice al modo del destino di una generazione di ragazzi come lei.
È qui, vive e rivive ma con lo stomaco troppo vuoto e le mani troppo piene della cornice che porta la sua risata argentina, indietro nel tempo, con la camicia d'allora.
Solo tre bottoni dorati aperti sulla scollatura d'ambra.
Quel rubino che porta adagio al petto lo ha ricevuto in quel giorno mai -desaparecido- dai suoi ricordi.
***
--Si tolse il nastro dai capelli appena terminato il turno al bar.
Erano giorni, luci rosse e presagi di sere nere che scorrevano al loro modo tutti tranquilli e uguali quelli della sua adolescenza.
Prestava opera al caffè per mantenersi allo studio. D'altronde... Non si può esigere fin all'ultima moneta o goccia di sangue da genitori in via di ripresa. Lenta ripresa dopo la disfatta di uno stato attraversato dalla disfatta bellica.
Guerra civile.
Ci rifletteva spesso sul controsenso di tale dicitura. La guerra non ha diritto di prendere il nome di civile.
Si spolverò la tuta che divideva tra casa e lavoro con le dita. Belle dita lunghe che accompagnavano la gioia del suo sorriso largo, dato a tutti quelli che si vedevano servito da lei l'aperitivo.
Ma mai dialogo oltre il saluto perché a ragione del tempo, del luogo e dell'educazione conditi dai molti timori tipici degli anni senza pace, Claudia era una ragazza fin troppo a modo.
In quei tramonti di rubino, roventi e sabbiosi mamma e papà le ripetevano fin a perdere la voce di non avere fiducia di alcuno instillandole l'istinto di bloccare l'avanguardia di qualsiasi spasimante.
In particolare dopo che duecento e più studenti come lei erano dispersi in seguito alla protesta per un tesserino che consentiva sconti su libri e autobus.
Sembra a questo punto che nonostante la cornice a quel ritratto di ragazza non mancasse niente. Aveva genitori buoni, amiche spiritose, la scuola e un lavoro.
Labbra sanguigne e occhi pagliettati dalle sfumature dell'oceano arrabbiato, che se aperti a tutto tondo lasciavano a domandarsi come mai non avesse ancora un amore.
Quel giorno, accidentalmente slegandosi i capelli e abducendo le braccia per ravvivarli dalla nuca piegò la schiena e il petto in quel modo che mette in risalto il seno e il culo.
Il suo odore di caffè accompagnò la vista sulla polpa di recente cresciuta attorno al suo piccolo cuore.
Aromi d'altre bevande immaginarie le colavano addosso seguendo il disegno spinale, le natiche e le gambe.
E si girò a salutare l'amico sopraggiunto, quello che veniva a prenderla a ogni tramonto.
Il più dimesso e serio a cui con quel suo modo ingenuamente (non fintamente, era davvero senza malizia lei) sfrontato di guardare, poteva raccontare tutte le sue curiosità.
Sui sentimenti e sulle cose strane di culture diverse raccontate dalle amiche che più fortunate erano state all'estero.
E che dialogavano di uomini, donne e chissà che altro che amano di tutto e in qualsiasi maniera. A volte al limite del ridicolo o dello scabroso.
Prese a camminare con lui, sottobraccio, dimenticando che la faccia angelica quasi male accostata al corpo alto e forte di ragazzo, che non vede l'ora di crescere e forgiarsi, non potesse continuare ad ascoltare i suoi programmi sul futuro e le sue idee calde all' infinito senza colorarsi di voglie e di pensieri su di lei.
-Senti, accompagnami un attimo a fare un regalo.- La interruppe.
-Per chi?-
-Lo devo dare a una ragazza.-
Passarono in faccia a una gioielleria, lui nella vetrina vedendosi riflesso con lei divenne estatico. All'interno, in mezzo ai bagliori ed alle trasparenze di gioielli e alle iridi abdotte di un commerciante furbo non ebbe niente da ridire per quella cosa scelta da lei.
Catena bianca vestita, incordata, trapassata come lui dalle doti scarlatte e sconosciute della pietra venata di luce. A sollevare il ciondolo a forma di cuore e a farlo ondeggiare tintinnava di una risata argentina.
Alla maniera delle labbra di lei.
Qui preziosi rubini tagliati a gradini.
Gli venne di prenderla per mano ma attese di ritornare in strada.
Alcune volte si convinceva di stare sognando, si diceva che erano un prolungamento del sonno quegli attimi visionari e che gli amici devono restare amici.
Perché fatto il passo verso una maggiore confidenza, dopo, se tutto finisce non resta che il ricordo isterico dell'amica che non desideravi perdere.
Dopo averla vista la lasciava in fondo al pomeriggio, sulla strettoia della strada a rientrare il portone di casa da sola. Lui non veniva per non farsi vedere dai genitori e non essere preso per sfacciato e rifaceva tutto il sentiero a ritroso. Non gli dispiaceva quella passeggiata doppia, estenuante, per quanto polverosa e scomoda fosse la strada. Ogni volta che si separava da lei fingeva che niente fosse cambiato ma tutto era mutato. Ogni sera andando a letto nella curva della finestra ad arco della sua camera ci trovava quella delle sue sopracciglia e di questo si eccitava. Godeva del materializzarsi del colore della sua bocca col sorgere del sole e della cenere usata al posto dello shampoo. Sentore misto a quello del caffè che le sentiva sul collo. Sul collo che mordeva. Il suo sogno divampava, accompagnarla a casa non era più sufficiente. Non gli bastava più vederla piegarsi su sé stessa e mordersi la bocca nel tentativo di nascondere ogni spasimo d'orgasmo preso dalle proprie mani nella notte; sempre più piano per non farsi sentire dal fratello che a fianco a lui dormiva fingendosi affetto da acusia per non imbarazzarlo.
-Allora per chi era?-
Gli domandò chiudendogli dietro la porta del pensiero e quella del negozio.
-Per te.-
E a lei parve che le stesse cadendo via la tuta e l'abito di pelle e la costituzione.
La gabbia toracica, i polmoni e il cuore.
Il cervello le si riempì di liquido sanguigno come agli affetti da emorragie, le si imporporarono le guance di tutti i toni del viola accesi e scuri. Estrinsecati nella temperatura del corpo.
Con la pressione troppo alta lo vide riaccettare il regalo ma lui nel prenderlo si sentì le mani per un attimo troppo piene.
E lo stomaco troppo vuoto.
-Io non sono pronta per ricevere questo da te. Ma a dire dal vero da nessuno... Non è per te. Scusami.-
L'amico appagò il turgore delle vene infuocate rimettendole in mano la collana e baciandole la guancia.
Non disse altro, dissolse negli strati opachi dell'orizzonte e non tornò più a farsi vedere da lei.
Lei dopotutto, pensava mentre se ne allontanava, era immersa in un suo mondo nebuloso, emozionante e abitato da sensazioni e fantasmi in cui era giusto lasciare che si rifugiasse ancora.
-Claudia vive nel suo mondo.-
Era cosa che si sentiva spesso dire in classe da compagni ed insegnanti ma lui non avvertì tristezza lasciandola lontana, indietro. Sarebbe stato desaparecido d'allora in avanti ma
le aveva affidato una scaglia dei suoi giovani sogni e ciò bastava, per il resto, meglio che avesse ammesso di dover vivere ancora sola.
Chi non si ama non ama bene il prossimo, lei non avrebbe mai avuto ragione e motivo di dire -mi hai rinfacciato di non essere cresciuta- o - mi hai fatto sentire in colpa per averci messo più tempo di altre a imparare l'amore.-
-Si, si- Continuava a dirsi nel sentiero che lo andava ingoiando.
-Meglio che abbia tutto il tempo del mondo. Anche quello di un'intera vita. Almeno così è rimasta la mia amica.-



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