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Racconto n° 5191
Autore: Senzaidentità Altri racconti di Senzaidentità
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Perfidia, il desiderio oltre la ragione L'Equilibrio di Nash, la voce delle stelle Brehat, alla ricerca del blu di Chartres My Story, il coraggio di affrontare la verità Orchid Club, il piacere tecnologico God save the Queen, una sola Regina per l'Europa. Oppium, la via della perdizione assoluta. Kabala, la dottrina della perdizione. Madame, i segreti di una signora per bene. Friends, amici come prima
 
 
Quanto tempo si può mantenere un segreto?

Senza farla lunga, Jola si distese nei pressi dei resti della casa, la stessa che ospitava i suoi ricordi di ragazza. Si sentiva giù, preda della voglia di scoppiare in lacrime per non essere mai tornata a portare un saluto o un fiore a tutti quelli che, ai tempi della costruzione di quella casa c'erano, e ora non c'erano più.
Mentre se ne stava sdraiata con gli occhi fissi sul tetto, dal quale ormai mancavano le travi che un tempo l'avevano spaventata tanto, si disse che non poteva aver colpa della morte e della guerra, né del non essersi più presentata dopo un'ultima, irredimibile notte.
Il senso di colpa l'aveva consumata a lungo prima e dopo la partenza.
Inizialmente, per aver lasciato il fidanzato offuscata dalla burrasca della rabbia, senza ancora sapere che la tempesta del mare aperto li avrebbe divisi per sempre.
Era stato un lunedì sera, uno di quei rari inizio settimana in cui otteneva il martedì di riposo al Cafè dove serviva da cameriera durante l'estate, quando non perdeva la gioventù a scuola. In quelle occasioni finalmente riusciva a dormire un sonno di morte, nessun sogno, nessun programma per il giorno dopo.
Quel lunedì sera tuttavia le venne rovinato appena mise piede nella casa che ora le stava di fronte con la consistenza e il pallore di un fantasma. Aveva lanciato un grido d'ira accorgendosi del lavandino che strabordava di piatti da lavare. Elidon, non solo aveva mangiato con gli amici l'agnello che serviva per festeggiare il loro fidanzamento ma aveva pure avuto il coraggio di abbandonare le stoviglie in quello stato pietoso guastandole il martedì e il resto della settimana.
D'improvviso non si sentiva più amorevole, tutte le cose che aveva immaginato da fare insieme quella notte si erano disintegrate coi piatti che spezzava nel lavello, decisa ad andarsene appena avrebbe finito, come le era stato consigliato dal papà. Davvero, ancora i rischi da cui i genitori la mettevano in guardia non apparivano tanto concreti ma per un tumulto momentaneo d' orgoglio era disposta a mollare ogni cosa.
Si sentì meglio dopo aver ordinato la cucina, indossò il soprabito di tela blu per proteggersi dall'aria buia, viscida della notte e si risolse a uscire senza attenderlo neanche per un saluto.
Non mosse un passo. Poco prima di mezzanotte il suo fidanzato era già a casa. Jola continuava a stare sulla porta con una mano sulla maniglia e l'altra sul fianco, pronta ad accoglierlo strillando, recriminando che le loro vite procedevano faticosamente tra piramidi che non erano quelle egizie e che avevano dilapidato i loro risparmi, e fiumi di sangue che non erano quelli suggestivi del Nilo biblico. Doveva urlare con tutto il fiato che aveva in petto che lui, lui aveva il coraggio di rovinare a quel modo un solo giorno di festa che capitava loro. Poi, già lo sapeva, sarebbe anche stata disposta a calmarsi e restare. Cominciava a fiorirle in volto il sorriso.
Non disse una parola quando le fu di fronte. Era sicura che lo avrebbe riconosciuto sempre, anche al buio, anche in mezzo a molti, nonostante la sciarpa vellutata che portava sulla faccia e l'odore atipico di alcol, non della solita grappa, che lo avvolgeva.
Ma non fu così, non lo riconobbe, non era il suo fidanzato quello.
La spinta che la rimandò all'interno dell'appartamento, non riconobbe nemmeno quella.
Non riconobbe la poltrona di una comodità sublime, sulla quale avevano fuso spesso i loro corpi, né il tappeto che le accarezzò i piedi quando lui trascinandola le fece perdere le scarpe. Lo stesso tappeto scuro che si rigava d'argento ai riverberi di luce della luna e che aveva attutito a lungo il suono dei loro amplessi.
Non riconobbe il suo stesso odore, mentre lui la spogliava velocemente dalla vita in giù con gesti da ladro. Si sentì avvolta da un'essenza di animale selvatico senza sapere se provenisse dal proprio corpo o da lui, distinse le molecole del suo profumo da due soldi, quello che aveva indossato per accogliere il fidanzato e l'aroma trionfante del sangue che ancora una volta poteva appartenere ad entrambi.
Considerò di mettersi a urlare ma il partner, non trovò altro modo di chiamarlo nella sua mente, sembrò leggerle il pensiero. Tappandole la bocca sussurrò nel suo timpano: - non sentirà nessuno, se ne sono andati tutti, tutti, solo io e te siamo rimasti. -
Proprio allora le venne in mente che era vero. Le scuole erano vuote, le strade deserte, di pieno in città erano rimasti solo i cimiteri e i porti. Era là che avrebbe dovuto essere anche lei. Si chiese dove sarebbe finita prima della luce dell'alba, se al cimitero o al porto.
Lui la afferrò saldamente dai fianchi e lei ebbe il tempo di toccare qualcosa di molto duro, molto scivoloso che gocciolava dalla punta. Prima di annegarlo nel torrente del suo desiderio si posò una mano sul cuore e lo sentì farle male.
Cercò di baciarlo durante quel coito frenetico, sballato, insanguinato.
Gli sembrò un gesto insensato, per lei fu un gesto necessario.
Non lo aveva visto in volto, non avrebbe conservato un ricordo nitido della sua voce, né tanto mento quello di un odore forte e chiaro. Almeno, pensò, era suo diritto conoscere il gusto dell'amore che le stava rubando la tranquillità di una vita senza paura. Perché ora iniziava ad averne. Adesso, i pericoli prospettati dai genitori, cominciavano ad appropriarsi di una forma concreta.
Non riuscì nell'impresa, incontrò solo il tessuto, le ciocche dei propri capelli chiari e il bagliore di due occhi umidicci ma senza colore.
Quando lui se ne andò si vide sotto le unghie un colore di porpora, si trovò il fiato accorciato, il resto del corpo che ancora si allargava e le doleva, non smettendo di volerlo, mentre l'orgoglio bruciava.
E non poteva pensare ad altro che alla cenere di sigaretta che era apparsa sul pavimento nonostante nessuno avesse fumato. Mentre raggiungeva il porto seguendo i bramiti di navi poco lontane reggeva come unico bagaglio il desiderio interrotto che quello spettro restasse accanto a lei per ucciderla ancora d'amore.

Lasciò scappare quel ricordo, ancora una volta senza farla lunga. Elidon era arrivato, accanto a lei, ai resti della casa. Si erano dati appuntamento per chiarire tutto e salutarsi, una volta per tutte. Ascoltò i suoi passi mentre si sedeva alle sue spalle, la invitò a entrare ma gli rispose di no con un cenno del capo.

-Perché no?- Le chiese con malanimo.

-Non ho bisogno che mi inviti a entrare a casa mia.- Chiarì con l'alterigia che lui ben conosceva.

-L'ultima notte, sei scappata via, non mi hai neppure salutato.-

-Lo facevano tutti. Tutti scappavano e non salutavano.- Si strinse lei nelle spalle.

-Noi non eravamo tutti, noi ci amavamo.-

-Hai un bel coraggio a dirlo.- La sua amarezza si rifletté nell'arancio nel sole.

-Hai ragione... io speravo, che tu non mi avessi riconosciuto. Che fossi qui per fare pace.-

Qualcuno aveva spento il sole, se si fosse voltata avrebbe notato le stelle passare attraverso quegli occhi umidicci e senza colore.

-Non l'ho fatto. Non sono qui per la pace. Ho ancora la guerra dentro.-

-Con chi sei in guerra, Jola?-

-Oh, non con te. Non sei tu quello che voglio.-

Voglio quello che una notte ha violentato una ragazza ferita dal fidanzato e l'ha lasciata a desiderare di conoscere almeno il suo odore, il suo sguardo e la sua faccia. A sognare di baciarlo e tenergli il viso tra le mani. La lasciò con l'ardore che si prova dopo essere passati per un tunnel pieno di tenebre e pericoli ed esserne usciti orgogliosi di aver resistito, col cuore gonfio di voglia di sfidare ancora la morte. Non disse quelle parole, dopo una pausa ne scelse altre.

-Cerco quello che mi prese saldamente per i fianchi e mi convinse in un attimo che la mia vita avrebbe brillato lontano da qui e lontano da te. Cerco quello che mi fece sentire protetta e in pericolo in un solo momento, debole e poi forte. Cerco in una sola parola, quello che avresti dovuto essere tu ma non sei stato. Mi sono tenuta questo segreto fino a oggi. Secondo te quanto tempo si può mantenere un segreto?-

-Per tutta la vita.-

Quelle quattro parole amare furono le ultime che le disse, si alzò con la conferma di essere stato considerato da lei un uomo solo una notte in cui
s'era preso una sbronza tremenda. Era venuto deciso a farsi perdonare ma, adesso, gli sarebbe servita un'altra ubriacatura per prendersi il merito di quello che poco prima intendeva confessare.

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