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Racconto n° 5192
Autore: Silverdawn Altri racconti di Silverdawn
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La casa di Naamiin, il confine della luce. L'Equilibrio di Nash, la voce delle stelle Friends, amici come prima My Story, il coraggio di affrontare la verità Thunder, eco solenne d'un lampo africano. Madame, i segreti di una signora per bene. Brehat, alla ricerca del blu di Chartres Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi Turquoise, paradiso e inferno senza via di uscita. Panama, dentro la trama di un fumetto erotico
 
 
La nascita
Non ho più l'età per certe cose... non ho più il fisico, non ho più fiato, non ho più nulla. Ma il cuore e il cervello non lo sanno. Il cervello, se mi fermo a ragionare, lo sa anche... ma l'istinto non lo domo, trascina. Così, dietro la solita stupida illusione, torno ad immergermi nel mare della tentazione. Ne ho conosciute diverse, allo stesso modo... magari poi le ho perdute ma era molto peggio non averle mai incontrate. Adesso, dopo anni di solitudine, quel nome mi tenta e lo contatto. Trovo sempre molto strano come ci si possa riconoscere anche attraverso la rete di internet, come sentendo un odore che solo lei ha. Sempre e solo donne a cui poter rubare un pezzo d'anima, lasciando che rubino la mia, forse tutta. Che tanto poi ricresce, la mia... mica la perdo! Poche, pochissime frasi scritte a distanza e già il bisogno reciproco di infrangere lo schermo e saltarci dentro. Idiozia! No, quasi mai, pochissimi errori, vita fortunata. Magari avute solo un mese, o qualche anno. Poi solo, ma satollo, nutrito di ottime compagne, sotto tanti punti di vista. Anche Miriam, adesso che son vecchio, quasi stanco, anche Miriam... a che mi servirà, a che le servirò? Eppure come posso non seguirla? Lei un compagno già ce l'ha ma non possiamo farne a meno: un'aria che dobbiamo respirare assieme. Dobbiamo vederci negli occhi, sprofondarci più dentro delle parole. Nessuna foto, non sappiamo chi siamo, ciechi d'ogni chiarore, pieni solo di parole. Una volta, magari una soltanto, ma dobbiamo starci addosso, non possiamo farne a meno. E lei è così giovane, così frizzante, esaltante. Un parcheggio, vicino al mare, equidistante dalle case, lontano da ogni dove, in un giorno ancora freddo, col mare che ribolle ma quasi docile, tranquillo. Non è difficile riconoscerla, siamo solo noi, non c'è folla. Bellissima, pure bellissima fasciata d'uno scuro blue jeans e d'una camicia bianca quasi maschile. L'abbraccio e la bacio, a lungo, profondo e Miriam si scioglie fra le mie braccia. Scendiamo un viottolo e parliamo, come se sempre fossimo stati amanti, in un'armonia che si crea solo col tempo e noi di tempo non ne abbiamo avuto mai. In fondo c'è una caletta, un po' di sabbia e gli scogli, un po' di sassi e di alghe morte. Con gli occhi negli occhi, i sorrisi a mordersi, volano le camicie, la mia, la sua... il suo seno libero che avevo già notato, il suo seno libero che conosco da millenni e che è fra le mie mani da secoli e secoli. Per la prima volta lo tocco, e lei si ciba in estasi delle mie dita. Ma anche i pantaloni ci son d'impiccio... e bacio il tuo sorriso, bacio il tuo seno mentre tolgo anche i pantaloni. E bacio il tuo ombelico, il solco fra i tuoi seni e ancora il tuo sorriso, sogno di questo vecchio fauno, ninfa che mi si dona. E le mutandine candide, quasi infantili e pure, non fosse per il decoro, un piccolo cuore in cima, traforato, da cui escono i primi peli del tuo vello scuro. Ormai lo voglio, quel tuo vello... non posso non calarle, gettarle, sparirle, inutili quanto il tappo quando hai sete. Ti lascio solo coi calzini bianchi, appena sopra la caviglia e mangio di baci i tuoi piedi da sopra i calzini. Ridi? Sembra ridicolo occuparsi dei tuoi piedi? Ma salgo, sai? Salgo lungo la gamba con la mano aperta, mi fermo dietro al ginocchio a godermi la morbidezza, assaggio le tue cosce, assieme con due mani e piovo su di te i miei baci. Ti distendo sullo scoglio grande e bigio, liscio di sale e di sole e giro attorno al fiore delle meraviglie già pieno di nettare e di polline. E come ape golosa mi ci tufferei dentro ma ci giro attorno. Bacio il tuo inguine, l'ombelico e il pube, l'anca e la carne dolce del pancino. Prendo un ciuffo nero fra le labbra, tiro fino a farlo sgusciar via. E poi più non resisto e affogo dentro te questo mio drogarmi. Fremi e vibri, canti e gorgheggi fino all'apice del reato. Poi ansimi soltanto ma non ti mollo. M'accontenti, ti sfili la collana di perle, perle che vengono dal mare come le onde che ci risuonano di dentro. Le perle mi aiutano ancora: le passo quasi lievi fra le tue labbra e le mie, in un gioco che chiami perfido ma ti porta al canto sublime ancora una volta. Delicatamente t'accompagno ancora fuori dal sogno e m'immergo anch'io nel tuo fiore come guidato da istinti primordiali fino a raggiungere assieme l'apice dell'apice, inondandoti di me. Dopo, coccolandoti seduti sullo scoglio, guardiamo il seme e il nettare spargersi assieme sul bigio del masso e l'onda golosa venirlo a leccare. Ora lo so, perché siamo qui: abbiamo dato vita al mare. Perché solo così nasce una Sirena, dal seme e dal nettare di chi fa l'amore, davvero l'amore, in riva al mare.

Dedicato a Maryam che mi ha aiutato a scriverlo.

Silverdawn

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