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Racconto n° 5220
Autore: S.I. Altri racconti di S.I.
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Debacle, il prezzo della verità. Phobos, il senso della paura. Stranger, uno scandalo politico francese Decadence, la strada verso il desiderio La collina dei ciliegi, trasgressioni inaspettate. La Setta, un viaggio alla ricerca del piacere estremo. La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Turquoise, paradiso e inferno senza via di uscita. The Game, il gioco del sesso e della follia. Luxury, un incontro pericoloso
 
 
Disperazione
Disperazione
È una strana cosa la notte. La realtà del giorno si deforma, le preoccupazioni si ingigantiscono, i pensieri si ammantano del riflesso di fantasmi. È calda la notte, sotto le trapunte d'inverno, avvolta d'afa d'estate. È il momento di restare soli col silenzio, col rumore del nostro io, quello che durante le ore di sole è possibile ingannare con mille attività. E di notte ci si può alzare anche dal letto, leggere, lasciarsi intontire dalla televisione, fare mille altre cose. Ma è raro riuscire a scacciare i demoni che vogliono parlarci di chi siamo.
La notte spesso mi levo dal letto e vado sul divano e rincorro i vari ambienti del mio appartamento, ma il suono della disperazione, una cantilena insistente, non si dissolve mai. Ha un titolo, uno svolgimento e disgraziatamente una fine. Ha un nome, un corpo, un volto, che fuoriescono dal testo che ho creato con la sua essenza, nel tentativo esasperante di confinarlo in uno schermo. Alla fine ha una voce, un respiro, un calore. Quando non posso più sfuggire alla disperazione e devo chiamarlo. Lo chiamo ancora amore, sebbene oramai sia soltanto il mio ricorrente incubo erotico.
Almeno questo è quanto mi ripeto dopo che l'apparizione è avvenuta, quando come un tossico ho avuto la mia dose e il mio cervello rischiarato concepisce che probabilmente l'amore è un'altra cosa.
Ma negli attimi che precedono il suo arrivo credo di toccare il limite estremo della salute e dell'eccitazione; la mia mente si impiglia in una ragnatela di tenebre appiccicose e il mio corpo si si tende allo spasmo. Senza nemmeno chiudere gli occhi, vedo chiaramente le nubi viola del cielo d'Irlanda sotto cui mi trovavo nel periodo in cui si strinsero i nostri rapporti. Lo vedo col viso sorridente all'obbiettivo della fotocamera, il Tample Bar mi si srotola luminoso sotto le palpebre, un locale dopo l'altro. La nostra conversazione si svolgeva una battuta in fila all' altra, senza alcuno sforzo da parte mia. La pioggia trasparente come il mio cuore batte contro i pensieri di vetro, troppo frangibili per lui e nel mio petto qualcosa si ferma una volta per tutte.
***
Lo incontrai dall' altra parte della terra un tempo che oggi sembra mille anni fa, mi parve impossibile allora innamorarmi del suo aroma di periferia, della sua camicia stirata, del suo sguardo pieno soddisfazione. Al tempo, non avrei mai creduto di infatuarmi di qualcuno che amasse solo regole e lavoro. Qui il lavoro non c'era e non c'è più. Quindi avevo deciso di studiare, viaggiare e mangiare bene e ridere e amare molto per tornare a essere felice.
Lui mi parlò, mi insegnò la lingua, la strada, il pensiero diverso del suo paese anche se non avevo alcuna intenzione di abbracciare il suo stile di vita per sempre. Lui nemmeno avrebbe fatto altrettanto per me. Ma era solito dire che gli opposti si attraggono. La nostra diversità si muoveva nei discorsi e nelle azioni con una celestiale leggiadria.
Fino a una sera in cui aspettavo e aspettavo, e come ogni innamorato che non vede arrivare un segnale dall'altra metà lo accompagnai con la connessione della mente, scandendo i suoi passi con i miei forse. Forse sta facendo, forse sta andando, forse sta lavorando o sta pensando... Lungo la strada che scivolava dalla sua cassetta all'aeroporto e intanto non potevo vederlo dirigersi verso un negozio in cui s vendeva – e si vende- ogni tipo di cosa che possono essere impiegate da regalo. Quando l'attesa arrivò allo spasimo venne da me col suo regalo, senza una parola e senza un segno di scuse per quell'avermi fatto crepare. L'unica cosa che disse era che mi amava.
Lo disse con occhi tristi davanti a un pezzo di pesce fritto, sotto un cielo che da quelle parti è sempre un banco di nuvole che tolgono il coraggio anche al forestiero più ottimista, mentre i miei occhi erano fissi su una fascia di pelle nuda tra il suo collo e la sua spalla. Quella sera c'erano le stelle e quando riposi che anche io lo amavo, i suoi occhi specchiarono le stelle. Si, lo , è un'espressione noiosa e abusata occhi di stelle ma in questo caso è l'unica da usare.
L'unica che descriverebbe la luce che vidi mi baciò e io di rimando baciai, facendo a meno di chiudere i miei occhi per continuare a vedere le stelle. Leccai, succhiai, morsi, spinta dai suoi gemiti rumorosi e dai nostri sogni di un amore diverso che potesse crescere ogni giorno grazie alla sete di conoscenza dell'opposto.
Avevo una sete maledetta della sua saliva quando era infuocato, delle sue lacrime quando era triste, del suo sudore quando era stanco, del suo sperma quando era soddisfatto.
Avevo sempre più bisogno dei suoi ansimi, del suo affanno, di togliergli il respiro. Non potevo passare nemmeno un giorno senza le sue mani inchiodate con forza nella mia nuca, mentre il suo sesso si tendeva e si tendeva allo spasimo da tanto si eccitava nella mia bocca.
Ma l'ho detto, io lo amavo troppo. Finii per amarlo all'opposto di quello che è amore nel senso comune. Finii per togliergli il respiro davvero. Era bianco, più bianco di un morto la sera che scappò da me e dalla mia gelosia che tracimava. Però torna, torna ogni notte, prima in forma di fantasma e poi di spettro di amico, tutto ciò che ora la distanza che lui ha imposto ci concede. Ma questo suo continuo riapparirmi mi riduce a credere che abbia amato anche lui quanto me e che anche lui non riesca a staccarsi da me.
Chi? Chi sono io, ora che non dormo più di notte? Le mie emozioni hanno preso il controllo totale su di me. Il destino ci mi aveva distribuito già delle carte scadenti. Distanza e diversità, pippe culturali insormontabili. E io ce l'ho messa proprio tutta per perdere la partita.
Uno spettro introspettivo, ecco cosa sono. Che non sa sognare altro che fare pompini. Che si ubriaca per scappare al freddo che mi coglie se solo tento di avvicinare qualcun altro che non sia lui. Vedo e sento la mia ombra arrossire come la prima volta che incrociò il suo sguardo, eccitarsi ancora al pensiero di farsi sbattere come se non ci fosse un domani. Uno spettro che vuole morire e non più vivere, ma lui mi ha già lasciato una volta e non è possibile uccidere qualcuno due volte.
O forse sì. Ecco stanotte stavo per morire ancora quando mi ha chiesto se l'avevo mai amato. Mille volte sì, avrei dovuto rispondere. Ma non ho potuto farlo. I cinque sensi hanno iniziato a confondersi, a vedere i suoi occhi, le sue labbra, il suo petto. A sentire il battito del suo cuore, la sua voce, i suoi sospiri. A inebriarsi del suo profumo e del suo sapore. La mia cute impazzisce al ricordo della sensazione del toccare i suoi capelli, la sua carne, il suo cazzo.
Io non posso fare ragionamenti sensati, trovare con lui cosa non ha funzionato e rimediare, perché di lui sono piena come un alcolizzato ogni volta che accetta di riapparirmi, e da ubriachi non si guida dritto. Ci si schianta sempre.
E non ho saputo rispondere, ero soltanto sfinita, sdraiata accanto a lui, stremata. Avrei voluto dire che andavo a prendergli da bere, come facevo sempre quando finivamo di far l'amore quando stavamo assieme. Invece non ho potuto far altro che restargli incollata. In silenzio, sudata e del tutto sporca di un amore che ho ridotto a una disperante passione. Anche lui mi aveva fottuta, aveva finito, era scoppiato, eppure l'opposto aleggiava ancora nell'aria anche stanotte. Quell'abbisso, gelido, freddo. Perché gli opposti si attraggono sì, ma quando l'attrazione finisce non resta niente perché nulla hanno da condividere.
-Ma tu, mi hai mai amato?-
Di nuovo quella domanda. Sono qui che lo aspetto da tutta la vita e se ancora non l'ho dimostrato non so davvero cosa fare, a parte lasciare che l'infelicità si impadronisca di me non appena resterò sola in questa camera da letto.
Non ho risposto, ho lasciato cadere il viso nel suo collo, un braccio sulla sua pancia e ho detto solamente : -Mi manca sentire il tuo sapore.-
-Vuoi che te lo metta in bocca?-
Questa era una domanda molto più facile a cui rispondere.
-Certo. Te lo voglio succhiare, ingoiare con tutta me stessa.-
Voglio fartelo rialzare, rivivere, per tornare in vita io stessa.
Il dolore a questo punto inizia a dissiparsi, sento che mi accarezza le orecchie, mi sposta, si muove, è lui tra le mie cosce. E le bacia e le tocca con la punta della lingua, bacia la parte bassa della mia schiena, morde delicatamente i contorni dell'inguine. E io so che devo usare le dita tra i suoi capelli e le unghie dietro le sue scapole per fargli muovere la lingua rapidamente dentro e fuori, fargli scolare saliva dagli angoli delle labbra e gemere rumorosamente nel lago che è diventato la mia figa.
-Voglio entrare dentro di te, ma difficilmente posso chiedertelo. La tua figa non è più mia.-
A volte sembra che sia lui a dover convincere se stesso che siamo solo amici fuori dal letto e non io.
-Un'altra cosa che ho sbagliato, tra le tante, è stato il credere di essere la più ansiosa dei due sempre e comunque.-
La mia risposta, giusta forse per una volta, ha messo fuori campo tutte le nostre chiacchiere inutili.
Lo sento spingersi in profondità dentro di me, in fondo più in fondo, e guardarmi come faceva sempre prima.
Gli chiudo le gambe attorno, intrecciandogli le gambe alle reni per tenerlo dentro di me, come se fosse possibile trattenere qualcuno col sesso per sempre. Si muove più velocemente, cercando un fondo più lontano di quello che tocca e io sospiro sulle sue labbra che si aprono in baci profondi.
Gemiti più forti, succhio e mordo la sua bocca come la prima volta, ma stavolta più forte e più a lungo. Voglio bere il suo sangue.
-Stai bene?-
Io odio quando in quei momenti fa certe domande. Come cazzo si fa a stare bene in questo limbo?

Ma comunque ribatto un asettico -Sì.-
-Ho superato ogni limite quando mi hai bevuto il sangue.-
Stringo le palpebre, il sudore che si impiglia tra le ciglia mi confonde la vista.
-Una cosa che ho fatto moltissime volte. Forse non te lo ricordi.-
-Sì. Non mi sono ricordato. Ma mi è piaciuto. Che succede?-
Mi rendo conto di essere fredda, nella pelle e nella mente e nelle azioni.
-Niente, che succede? Ora prendo una sigaretta e una grappa e poi vado a dormire.-
-Suona bene.-
Credo che tornerà. Forse non tanto presto. Un giorno, forse, nel frattempo camminerò sentendomi ancora vittima della mia stupidità. Visiterò di nuovo i luoghi in cui siamo stati, con un'angoscia eccitante per invisibile compagna di viaggio. Ritroverò la strada non asfaltata su cui abbiamo passeggiato molte volte e tutti i lampioncini che la costeggiavano. Potrei riconoscere perfino gli uccelli che indicavamo uno per uno trovandogli un nome.

Dopo tanta ricerca di sollievo dall'attesa, dopo tanto dolore, credo che proverò una sorta di assuefazione, come quella che si ottiene dalle foglie di felicità sintetica di coca o altre piante. Ma una cosa non la troverò più: la mia serenità intatta come era prima di tutto questo. È annegata in un abisso più grande della distanza che divide due persone che dormono a pochi centimetri l'una dall'altra.

S.I.

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