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Racconto n° 854
Autore: Alisa Mittler Altri racconti di Alisa Mittler
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Confidence, le confessioni di una escort Panama, dentro la trama di un fumetto erotico La schiava, una storia oltre il limite del desiderio Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Danger, il pericolo viaggia nella mente Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto X Stories, i mille volti di una straordinaria follia Phobos, il senso della paura. Exhibition, sembrava solo un gioco. Inquisitio, quando il dolore si fa piacere.
 
 
Il castigo
Non conosci questo gioco nuovo, ma ti incuriosisce, tu sempre pronta a sperimentare novità. È per questo che mi hai seguito qui all'atelier. Una prova è la tua voce cristallina che rimbalza sulle pareti vellutate, sui divanetti dalle fantasie a damasco. Non stiamo più insieme da un anno, ma hai accettato di incontrarmi, sebbene sospetti qualcosa di losco. Sapore di sfida.
Ho chiuso la porta a doppia mandata, acceso la luce all'interno, schermato le finestre. Come è strano il negozio adesso, sembra più piccolo, una volta vuoto delle chiacchiere del giorno. La porta blu, che immette nella vetrina è chiusa.
Mi piaci stasera, nei tuoi abiti severi. Tailleur gessato nero con pantalone a sigaretta. Porti gli occhiali oggi, mentre generalmente per nascondere la tua miopia preferisci le lenti.
Levi la giacca, ti accomodi sulla sedia e mi guardi, tenendo il mento sul palmo della mano. Un bottone della camicetta bianca è aperto, sei senza reggiseno e vedo un tuo capezzolo. Hai capito il gioco, punti al rilancio.
Ti sei data ad altri e tra noi è finita. Volevo essere padrone del tuo corpo, tutto è filato liscio finché ho diretto i giochi, ma tu hai voluto troppo, hai tradito le regole.
Mi guardi e non dici nulla. Prendo tempo. Sono eccitato, ma mi trattengo. Ho in mente un piano preciso, penso che lo abbia anche tu.
Ti sfilo la camicia, tu mi lasci fare. Poi pantaloni collant e slip, così, in fretta, tanto che non ne noto nemmeno il colore, sento solo la consistenza della seta nelle mie mani. Ti infilo le scarpe che hai perso mentre ti spogliavo, décolleté nere, con tacco a stiletto. Non sei molto alta in effetti. Ora stai davanti a me, nuda, sulla poltroncina in falso settecento, écru dallo schienale dorato e stucchevole. Punti i tacchi sul bordo, e allarghi le gambe con aria di sfida. Senza imbarazzo, ti è sempre piaciuto sentirti troia.
Ma io so andare più a fondo. Hai soltanto una piccola striscia di peli neri sopra il tuo sesso, le labbra sono completamente lisce. Si notano, sul tuo inguine, i segni dell'abbronzatura che sta svanendo. Ti curi molto nell'intimo, e mi fa rabbia pensare che ora lo fai per altri.
Prendo un piccolo rasoio, anche questo dorato, dal design antico. E ti depilo completamente. Nei tuoi occhi noto un lampo di disappunto, anche se non vuoi farmelo capire. Faccio in fretta, come tu fossi un animale. Poi ti rialzo in piedi e mi piaci. Così, sottile e liscia sembri ancora più nuda. Sei esile, con capelli neri dai riflessi blu notte tagliati a caschetto. Sembri più giovane dei tuoi quarant'anni, hai tratti adolescenziali, gli occhi allungati tanto che, se non fosse per il seno, imponente, morbido ma allo stesso tempo sodo, sembreresti una ragazzina orientale.
Non nascondo che sono eccitato, ma non è tanto la tua nudità a provocarmi, quanto il mettere a punto il piano studiato per tanto tempo. Ho in tasca un paio di manette sottili, d'argento, con dei brillantini incastonati sui bracciali. Sono raffinate e tenaci. Le faccio tintinnare davanti al tuo volto e in un lampo scattano ai tuoi polsi che ho portato, rialzati dietro la nuca.
Non mi dai la soddisfazione di vederti umiliata, fino a quando non ti trascino verso la porta blu, quella che dà sulla vetrina. E' adesso che capisci e cerchi di dibatterti. Ma sono più forte di te, almeno nel fisico, anche se non ho mai voluto, per mia scelta, dartelo a vedere.
Gridi e cerchi di mordermi, ti cascano gli occhiali. Allora raccolgo i tuoi piccoli slip, e te li infilo in bocca. Lo sai che detesto le urla.
Nella vetrina, schermata all'esterno da una tenda di velluto pesante, l'aria è calda per i fari accesi. Ho allestito un piccolo cubo nel centro, quasi un palcoscenico, dove ti faccio salire da una scaletta. Dal soffitto pende un gancio. Piegato (ho calibrato il tutto per la tua altezza), ti alzo le mani sopra la testa e vi addentello le manette. I tuoi piedi toccano giusto il pavimento, proprio perché hai i tacchi alti. Poi scendo dal palco e, dopo aver puntato i fari sul tuo corpo, ti rimetto gli occhiali e apro la tenda come fosse un sipario. Mi voglio godere anche io lo spettacolo in platea.
Chiudo dietro di me la porta blu, spengo le luci in negozio ed esco in strada. Strizzi gli occhi per abituarti alla luce dei riflettori, e sei ancora più eccitante quando ti dibatti e stringi le cosce nel tentativo (vano) di nascondere la tua intimità.
Mi mescolo agli spettatori sulla strada, ombre nere nella sera bagnata di pioggia, eccitati da questo spettacolo silenzioso. Sembra che mimi un orgasmo.
Dono a loro la tua nudità, io, che, per mestiere le donne sono abituato a vestirle.
Ti dò a loro, senza che essi ti possano toccare, tu, che non hai voluto essere solo mia.

Alisa Mittler

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